sabato 19 maggio 2012

Convegno a Bruxelles sugli aspetti etici e religiosi delle nuove frontiere della scienza

Una parola ecumenica sul futuro dell’uomo

Cosa accade all’autocomprensione dell’uomo e alla pietà religiosa quando la vita umana è vista come l’oggetto di un progetto tecnologico piuttosto che come il risultato di un’evoluzione o della creazione divina? È questa una delle principali domande alle quali vuole dare una risposta il convegno ecumenico “Human Enhancement: Moral, Religious and Ethical Aspects from a European Perspective”, che si tiene a Bruxelles dal 25 al 27 aprile. 

L’incontro è promosso dalla commissione Chiesa e società della Conferenza delle Chiese europee (Kek), sotto l’auspicio del segretario generale del Consiglio d’Europa, in collaborazione e con il sostegno, tra gli altri, della Community of Protestant Churches in Europe. Il convegno, organizzato nel corso del 2011 da una commissione internazionale di teologi e uomini di scienza, è stato pensato come l’inizio di un percorso di approfondimento ecumenico su alcuni temi. La Kek, infatti, desidera offrire un contributo al dibattito contemporaneo sul rapporto tra etica, scienza e tecnologia, ponendo una particolare attenzione ai più recenti sviluppi della bioetica e della biotecnologia. 

Si tratta di temi sui quali la Kek conduce, spesso in collaborazione con la Chiesa cattolica, una riflessione che ha alle spalle anni di incontri ecumenici, con i quali si è imparato a pensare insieme a come i cristiani devono rispondere alle nuove frontiere della scienza. Infatti, già nel 2003 la commissione Chiesa e società ha organizzato un convegno ecumenico su “Human life in our hands? Churches and Bioethics”. A questo convegno, che affrontava uno dei temi più controversi del tempo, presero parte quasi cento rappresentanti di Chiese e comunità ecclesiali da ventidue Paesi per un primo confronto ecumenico internazionale. Nel corso degli anni si è venuto ampliando il dibattito ecumenico sul rapporto tra etica e scienza, suscitando molto interesse e determinando qualche difficoltà non solo tra le diverse tradizioni cristiane, ma anche all’interno delle singole confessioni, chiamate a confrontarsi anche con le sollecitazioni delle istituzioni europee e nazionali. 

Uno dei segni di questo crescente interesse ecumenico è stato il documento sull’Human Enhancement, preparato dal gruppo di lavoro sulla bioetica e la biotecnologia della Kek e presentato all’assemblea generale di Lione, nel 2009. Questo documento, che è stato particolarmente apprezzato in ambito ecumenico, anche fuori dall’Europa, cercava di arricchire il dibattito delle istituzioni politiche e del mondo della scienza con un richiamo all’importanza di una visione teologica sulla creazione. Al tempo stesso il documento voleva ampliare la discussione su questi temi tra i cristiani nella consapevolezza che ancora molto dovesse essere fatto per un maggiore coinvolgimento ecumenico nel dibattito in corso. Proprio dal dibattito intorno a questo documento è nata l’idea di organizzare un convegno ecumenico internazionale così da moltiplicare le occasioni di confronto con il mondo della scienza per aiutarlo a non perdere di vista la centralità della persona umana. 

Il convegno di Bruxelles, che sarà aperto dal metropolita di Francia, Emmanuel, presidente della Kek, si propone di favorire un dialogo internazionale, interdisciplinare e interconfessionale per definire i termini dell’human enhancement, cioè di come la scienza possa e debba migliorare la vita dell’uomo, senza però stravolgere la sua natura come se l’uomo non fosse altro che una “macchina” sulla quale intervenire per migliorare le sue prestazioni. Su queste “nuove tecnologie” le Chiese e le comunità ecclesiali in Europa sono chiamate a un confronto ecumenico a partire dai diversi approcci, che caratterizzano la propria ricerca teologica, anche in rapporto alle istituzioni europee e al mondo della scienza. In questa fase di confronto gli organizzatori del convegno di Bruxelles auspicano un coinvolgimento anche delle altre religioni, soprattutto di quelle che hanno presenza particolarmente forte in Europa, tanto che il programma del convegno di Bruxelles comprende anche dei relatori musulmani e ebrei. 

A Bruxelles sarà preso in esame anche il documento discusso nell’assemblea generale di Lione del 2009, in modo da procedere a una sua revisione che tenga conto degli ulteriori sviluppi ecumenici su questi temi. Infatti, appare quanto mai importante giungere a una riflessione pienamente condivisa dai cristiani, così da proporre una “comune voce ecumenica” alle istituzioni europee. Proprio una sempre più stretta collaborazione ecumenica appare la premessa necessaria per rafforzare il dialogo con i diversi soggetti dell’Unione europea e del Consiglio d’Europa che stanno affrontando, a vario livello, il tema del rapporto tra etica e scienza. 

Le istituzioni europee, infatti, rappresentano l’interlocutore privilegiato in questa fase nella quale appare evidente quanto i cristiani possano contribuire a chiarire i termini e i limiti della biotecnologia alla luce di una testimonianza evangelica che metta al centro i valori umani. A Bruxelles si rifletterà, dunque, sulla ricerca di un necessario equilibrio tra il miglioramento delle “prestazioni” del genere umano da un punto di vista puramente fisico e lo sviluppo delle sue capacità morali, mentali e spirituali, così come è all’ordine del giorno il rapporto tra i cospicui investimenti economici nella ricerca in questo campo e quelli necessari per assicurare un’assistenza sanitaria sempre più capillare e professionale, dal momento che non mancano le voci ecumeniche che hanno denunciato il drenaggio di risorse economiche che sarebbero utili per combattere le tante situazioni di povertà e abbandono presenti anche in Europa. 

Questo punto è strettamente connesso alla riflessione su come questo “nuovo” uomo possa accentuare ancora di più le distanze economiche nel mondo, determinando anche la creazione di una società sempre più individualista. Fin dalla formulazione della proposta di questo convegno internazionale la commissione organizzatrice ha auspicato che si potesse giungere alla redazione di un testo che costituisse una base sulla quale proseguire una riflessione ecumenica che fosse alimentata dal contributo di tutti i cristiani. Anche per questo il convegno di Bruxelles si propone di ampliare la partecipazione di gruppi e associazioni ecumeniche. 
 Riccardo Burigana 
L'Osservatore Romano 25 aprile 2012

martedì 1 maggio 2012

Il Consiglio d'Europa rivolge un appello per la difesa dei cristiani


 Si raccomanda di vigilare sulla libertà religiosa negli Stati membri 

STRASBURGO, venerdì, 28 gennaio 2011 (ZENIT.org).- L'Assemblea Parlamentare del Consiglio d'Europa ha approvato questo giovedì una Raccomandazione composta da 17 punti su “La violenza contro i cristiani in Medio Oriente”.
La Raccomandazione e l'esposizione dei motivi sono state redatte dal membro italiano del Parlamento Luca Volontè. L'approvazione è avvenuta con 125 voti favorevoli, 9 contrari e 13 astensioni.
Il documento segnala che i cristiani sono presenti in Medio Oriente da quando il cristianesimo è iniziato in quella regione, ma che durante l'ultimo secolo le comunità stanno a poco a poco scomparendo.
“La situazione sta diventando sempre più seria dagli inizi del XXI secolo, e se non verrà gestita in modo adeguato ci porterà alla scomparsa, in poco tempo, delle comunità cristiane in Medio Oriente, cosa che implicherebbe anche la perdita di una parte importante del patrimonio religioso dei Paesi interessati”, si dichiara nel documento del Consiglio.
Il Consiglio Europeo condanna espressamente i due recenti episodi di violenza contro i cristiani: l'attacco a una chiesa di Baghad (Iraq) e l'attentato del 1° gennaio ad Alessandria d'Egitto. Menziona anche l'episodio avvenuto a Natale a Cipro.
“L'Assemblea chiede alla Turchia di chiarire totalmente le circostanze in cui è avvenuta l'interruzione della celebrazione della Messa cristiana di Natale nei paesi di Rizokarpaso e Ayia Triada, nella zona nord di Cipro, il 25 dicembre 2010; ha chiesto anche di fare il possibile per portare i colpevoli davanti alla giustizia”, afferma il documento.
“L'Assemblea chiede anche all'Iraq e all'Egitto di essere trasparenti e decisi nei loro tentativi di portare i colpevoli degli attentati di Baghdad e di Alessandria di fronte alla giustizia il prima possibile”.
La Raccomandazione afferma inoltre che “le libertà di pensiero, di coscienza e di religione, inclusa l'opportunità di cambiare la propria religione, sono diritti umani universali”.

All'opera

Un comunicato diffuso dal Centro Europeo di Diritto e Giustizia (ECLJ) afferma che si accoglie con soddisfazione il risultato del voto dei membri dell'Assemblea, e osserva che la negazione del ruolo del cristianesimo nella cultura europea è “anch'esso un tipo di violenza” contro i cristiani.
Riferendosi alla persecuzione contro i cristiani esercitata dai regimi comunisti e dai fondamentalisti islamici, il comunicato dell'ECLJ sostiene che “anche l'ideologia della secolarizzazione discrimina le religioni”, a vario livello.
A questo riguardo, “l'Europa deve essere ferma”, ha aggiunto.
Il Centro ha commentato che “la lista delle azioni politiche concrete e chiare” è il “risultato più importante di questa Raccomandazione”.
Queste azioni includono l'appello a “sviluppare un organo permanente per vigilare sulle situazioni di restrizioni governative e sociali nell'ambito della libertà religiosa e dei diritti ad essa collegati negli Stati membri del Consiglio Europeo e negli Stati del Medio Oriente, e informare periodicamente l'Assemblea”.
L'organo permanente dovrebbe anche “prestare più attenzione nell'ambito della libertà di religione o di credo e alla situazione delle comunità religiose, incluse quelle cristiane, nella loro cooperazione con Paesi terzi così come nei rapporti sui diritti umani”.
La Raccomandazione richiede anche una politica globale di asilo basata su motivi religiosi e la promozione di politiche di aiuto per reinserire i cristiani rifugiati nei loro Paesi di origine e sostenere le comunità che offrono un rifugio alle minoranze cristiane del Medio Oriente.
La Raccomandazione segue i passi di una risoluzione presa dal Parlamento Europeo una settimana fa e verrà seguita da un dibattito al Consiglio Europeo, a Bruxelles, su iniziativa dei Governi di Italia, Ungheria e Polonia lunedì prossimo. 

Il testo è consultabile su http://assembly.coe.int/main.asp?Link=/documents/adoptedtext/ta11/erec1957.htm

EUROPA. « Cristiani nel mondo arabo un anno dopo la primavera araba »

La Commissione degli Episcopati (cattolici) della Communità europea (COMECE) organizza nel Parlamento europeo un dibattito, che si annuncia interessante, la situazione sempre più minacciosa e precaria dei critsiani nei paesi arabi.

Bruxelles (Agenzia Fides) – Le attese, nate dalla “primavera araba”, sulla democrazia, sul rispetto dei diritti umani e delle minoranze religiose, sono state rispettate e realizzate? E ’il quesito centrale di un convegno organizzato dalla Commissione delle Conferenze Episcopali Europee (COMECE) a Bruxelles (Belgio) il prossimo 9 maggio, dal titolo “Cristiani nel mondo arabo: un anno dopo la primavera araba”. Della situazione dei cristiani nel mondo arabo parleranno rappresentanti di vari organismi internazionali come l’opera di diritto pontificio “Aiuto alla Chiesa che soffre” (ACS), “Open Doors International” e il “Pew Forum on Religion Public live”. Daranno, inoltre, un prezioso contributo vari testimoni che vivono e operano nel Medio Oriente come S.E. Mons. Samir Nassar, Arcivescovo maronita di Damasco (Siria) e P. Pierbattista Pizzaballa Ofm, Custode di Terrasanta. “Dopo il cambiamento avvenuto in Egitto, la situazione in cui si trova la Siria indica in maniera inequivocabile come stia trasformandosi il panorama in Medio Oriente. Fino a un anno fa sarebbe stato impensabile prevedere simili scenari”, ha detto p. Pierbattista Pizzaballa, OFM in un appello inviato all’Agenzia Fides (vedi Fides del 17/02/2012). Sul ruolo della Chiesa, il frate francescano dice: “Stare con la gente, accogliere e assistere chi si trova nel bisogno, senza distinzione di razza, religione e nazionalità. Garantire, con fiduciosa presenza, il servizio religioso ai fedeli perché comprendano l’importanza di restare nel proprio paese. Questo rimane il senso della missione francescana”. 
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Fonte: Agenzia Fides, 28 aprile 2012

sabato 7 aprile 2012

Piero Vassallo, La splendida utopia di Tommaso Romano

Gli italiani finalmente leggono le sei raggelanti parole incise dalla finanza iniziatica sull'azzurro vessillo dell'Unione europea: usura, fame, meticciato, pederastia, aborto, eutanasia.

Gli italiani intravedono l'ombra grottesca e feroce, che si distende sui miti narrati dall'ideologia liberale intorno a una felicità promessa e pianificata dal potere mediante la soppressione, per trascurata malattia, per capovolgimento della natura e per assassinio dei concepiti.

L'Usura contempla l'estinzione di quella ingente frazione dell'umanità, che il pregiudizio ideologico giudica superflua e inadatta alla beatitudine terrestre.

Le persone refrattarie all'utopia criminosa contemplano sgomente il ceffo osceno dell'anti-cristianesimo liberal chic, nichilismo in frac, americanismo di risulta, liquame che dai salotti scende sui riti europei di castrazione, inversione, imbastardimento, denatalità e regresso.

Sanno gli italiani, che, entrato il male europeo nella loro casa, la salvezza sta nell'uscita dal tritacarne di Bruxelles.

Purtroppo il terrore del peggioramento minacciato dai banchieri e dai loro servi politicanti & comunicanti appiattisce la nazione sul consenso alla mortuaria squadra messa in campo da Giorgio Napolitano e presieduta da Mario Monti.

L'imperativo categorico, gridato da Bruxelles, infatti, intima di subire in silenzio e di eseguire l'umiliante programma di una casta dissennata, insaziabile e vampiresca.

Ora la desolante latitanza di un destra tradizionale, capace di guidare il paese sulla strada dell'alternativa alla mitologia liberale intorno alla globalizzazione, costringe in un angusto margine le voci della ragione insorgente contro il devastante potere europeo.

Il fondatore del Partito Tradizional Popolare, professore Tommaso Romano, ad esempio, si ribella audacemente contro "lo sfascio del nostro tempo, il pragmatismo che nutre l'efficientismo senz'anima, in una parola la modernità impazzita, il caos politico, giuridico, amministrativo, la scomparsa di classi dirigenti selezionate, libere e disinteressate a servizio del bene comune".

Quella di Romano, è la voce dell'utopia che osa sfidare e rompere l'assordante silenzio sul mal d'Europa, per affermare i sacri diritti della nazione italiana: "Va rinegoziato l'attuale meccanicistico ed economicistico statalismo europeo, che strangola i diritti alla produzione delle comunità locali in nome di un dirigismo centralistico e finanziario che non ha rispetto verso le singole parti che lo compongono. Limitare l'invadenza e se il caso uscire da questa Europa dell'usura legalizzata, del permissivismo senza fondamenti e radici identitarie".

Oggi non è possibile stabilire la misura del consenso popolare alle tesi di Romano. La triste mole del disagio causato dalla farsa stenta a tradursi in consenso alla seria proposta alternativa. Certo è che la crisi non può essere risolta da Mario Monti, pseudo-scienziato appiattito sul soffocante potere dell'Unione europea.

Per uscire dalla crisi occorrono "uomini che non predichino formule, che non si trastullino con lambiccate soluzioni, ma che siano di esempio per risvegliare forme diverse di sensibilità, di dedizione, di disinteresse, uomini capaci di vincere la secolarizzazione e di ancorare la società a saldi princìpi".

Il 29 aprile sarà proclamato Beato un grande pensatore cattolico, Giuseppe Toniolo. In faticosa uscita dalla crisi post-conciliare, la Chiesa cattolica ha trovato la forza necessaria a indicare le vie dell'alternativa agli errori del c. d. mondo moderno.

Toniolo fu il coraggioso antagonista di quel liberalismo che il Vescovo di Magonza, von Ketteler, definì fomite delle promesse ingannevole e vane formulate "da adepti della massoneria, grandi capitalisti, professori razionalisti e letterati che mangiano alla tavola dei grandi signori e sono obbligati ad alzare ogni giorno la voce in loro favore".

Quale alternativa al liberalismo, Toniolo (lo ha rammentato Francesco Bonanni di Ocre, autore di uno splendido saggio, pubblicato in questi giorni nella rivista La Via] propose un'autentica democrazia, "ordinamento civile nel quale tutte le forze sociali, giuridiche ed economiche, nella pienezza del loro sviluppo gerarchico, cooperano proporzionalmente al bene comune, rifluendo nell'ultimo risultato a prevalente vantaggio delle classi inferiori".

Detestata e vituperata dalla corte dei letterati di obbedienza liberale, la terza via, disegnata dalla cultura tradizionale, appare nell'audace proposta di Tommaso Romano, quale unica, avanguardistica alternativa all'oppressione esercitata dalle banche nel segno delle senescenti illusioni liberali.
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[Fonte: Riscossa cristiana]

venerdì 2 marzo 2012

Dawson, il conservatore che sognava la riscossa dell’Europa cristiana

Un’Europa forte e solidale, ben ancorata alle sue radici culturali e religiose, e quindi capace di affrontare le sfide dei tempi nuovi. È ’auspicio del pensatore conservatore britannico Christopher H. Dawson che nel 1932 mandò alle stampe Il dilemma moderno: Senza il cristianesimo l’Europa ha un futuro? (ora pubblicato, per la prima volta in Italia, da Lindau, pp. 96, euro 13).

Una serie di conferenze, trasmesse originariamente dalla Bbc, in cui si delinea la speranza che il Vecchio Continente possa rigenerarsi e rinascere dalle ceneri della grande depressione, riscoprendo la sua anima cristiana. L’esatto opposto di quello che hanno voluto fare gli euroburocrati di Bruxelles che, bocciando il preambolo sulle radici religiose dell’Europa, hanno decretato che l’UE debba essere un organismo freddo, senz’anima, che obbedisce solo ai diktat di cinici banchieri e tecnocrati.

Dawson è un autore poco conosciuto in Italia. Ma fu un pensatore importante, soprattutto fra le due guerre mondiali, perché in grado di sviluppare un conservatorismo moderato, non ideologico, che influenzò profondamente, a esempio, T. S. Eliot. Nei suoi saggi politici, il poeta della Terra desolata riprenderà infatti molte tematiche proprie di Dawson, come l’impossibilità, vagheggiata dai tradizionalisti, di ritornare a un improbabile Medioevo. La grande scommessa era infatti quella di ripensare un cristianesimo che si possa coniugare con gli elementi positivi della modernità, non in pregiudiziale contrasto con la fede.

Ciò che pervade il saggio di Dawson, e che lo rende anche oggi attuale, è tuttavia il senso della crisi. Le due grandi illusioni della modernità, quella finanziaria della ricchezza facile e quella comunista del paradiso in terra per il proletariato, si erano già rivelate dei clamorosi e tragici fallimenti. Del comunismo Dawson coglie la natura religiosa, per quanto deviata in una forma politica totalitaria: «L’atteggiamento comunista verso la vita è religioso piuttosto che economico ed è con lo spirito di fanatici religiosi e non di organizzatori d’impresa che i comunisti hanno rotto con il passato e istituito un nuovo ordine sociale».

In contrasto con un Oriente agguerrito, Dawson descrive un Occidente debole e incolore, ormai «alla deriva». La «fede ottimista nell’ineluttabilità del progresso» ha lasciato il posto a un «fatalismo pessimista». Sulle orme di Spengler, Dawson descrive il declino dell’occidente. Ma al contrario dei pensatori tedeschi della rivoluzione conservatrice, lo storico inglese (che era cattolico) vede un’uscita dal tunnel delle ideologie nella riscoperta del cristianesimo, della fede che ha reso grande l’Europa e ne ha fondato la cultura.

Era il 1932, eppure già comprende che solo un’Europa unita, dalla Scandinavia al Mediterraneo, può fronteggiare le potenze asiatiche emergenti (oltre alla Russia comunista, la Cina e l’india, citate non a caso dall’autore). Una visione profetica che nonostante i proclami di facciata appare ancora oggi, nel 2012, una chimera. Ma tale unità non si può dare, secondo Dawson, secondo criteri puramente utilitaristici. «Il vero fondamento dell’unità europea», scrive, «si deve rinvenire non in accordi politici o economici, ma nella restaurazione della tradizione spirituale su cui quell’unità si basava originariamente».

Dawson conclude il suo saggio con una nota d’ottimismo: a suo avviso l’Europa ritroverà la sua anima cristiana e così si salverà. Inutile far notare che oggi il suo auspicio, la sua speranza, rimane ancora lettera morta.

Descrizione del libro: Negli anni ’30 del secolo scorso, lo storico inglese Christopher Dawson (1889-1970) alternò alla stesura delle sue opere più ponderose un’intensa attività giornalistica ed editoriale. Fra le iniziative da lui curate spicca una collana di piccoli saggi in edizione economica. Alla serie, che comprendeva opere di autori come Jacques Maritain, Nikolaj Berdjaev, Carl Schmitt, Rudolf Allers, contribuì personalmente con Il dilemma moderno, uscito nel 1932, quando già era riconosciuto come uno dei maggiori studiosi della civiltà occidentale.

In questo volume, Dawson analizza e discute la crisi culturale, prima che politica, che ha portato l’Europa a una condizione di guerra civile – acuita dagli esiti della prima guerra mondiale –, all’instabilità sociale e alla perdita della leadership mondiale. Tale crisi è dovuta, secondo l’autore, al rifiuto del cristianesimo proprio negli ambiti in cui maggiore è stato il contributo europeo: il pensiero e le istituzioni politiche da una parte, e la ricerca scientifica con le sue ricadute tecnologiche dall’altra.

A suo giudizio, solo la riscoperta delle radici cristiane di una democrazia correttamente intesa e di una scienza e di una tecnica non più autoreferenziali potrà salvare la nostra civiltà dall’alternativa fra dittature rivoluzionarie e tecnocrazie irresponsabili, differenti nella forma ma ugualmente totalitarie. Il recupero della sua anima e della sua vocazione consentirà all’Europa di svolgere un ruolo di progresso e di pacificazione su una scena mondiale resa precaria dall’assunzione strumentale delle conquiste materiali dell’Occidente da parte di realtà geograficamente e demograficamente imponenti e minacciose.

Quanto questa analisi sia profetica e oggi straordinariamente attuale potrà giudicarlo qualsiasi lettore.

Nota sull'Autore: Christopher Henry Dawson (1889-1970) è stato uno dei maggiori storici inglesi del XX secolo. Dopo essersi laureato al Trinity College di Oxford, si convertì al cattolicesimo. Ha insegnato nelle università di Exeter, Liverpool, Edimburgo, Dublino e, dal 1958 al 1962, ad Harvard. Tra le sue opere tradotte in italiano, ricordiamo La formazione della cristianità occidentale (2011), La divisione della cristianità occidentale (2009), La religione e lo Stato moderno (2007).

dal libro
«L’Europa conseguì la leadership della cultura mondiale non mediante la ricchezza materiale, ma grazie alla preminenza nelle cose dello spirito: nella scienza, nella letteratura e nelle idee. Essa creò gli ideali che il resto del mondo seguì. Se la democrazia moderna dovesse comportare la cessazione di questa missione e l’abbandono della leadership spirituale per l’appagamento materiale, allora ciò significherebbe proprio il declino della cultura occidentale.» C. H. Dawson
[Fonte: "Libero" del 25 febbraio 2012 p. 25]

martedì 28 febbraio 2012

L'Unione Europea: una banda di briganti?

Quante volte abbiamo sentito dire che la democrazia è il valore supremo e che non esistono princìpi assoluti al di sopra della costituzione e delle leggi dello Stato? Lo si è ripetuto in occasione della morte dell’ex Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, canonizzato come l’uomo politico che sempre affermò il primato del “vangelo” costituzionale.

Intervistato da Vittorio Messori, Scalfaro difese la firma apposta nel 1978 alla legge abortista dall’allora Capo dello Stato Giovanni Leone, dal Presidente del Consiglio Giulio Andreotti e dai ministri competenti, tutti democristiani, sostenendo che essi «non potevano far altro che firmare» perché, in democrazia, il rispetto della legge era «un atto dovuto» (Inchiesta sul cristianesimo, SEI, Torino 1987, p. 218).

Questa concezione del diritto, che nel XX secolo ha avuto il suo massimo teorico nel giurista austriaco Hans Kelsen (1881-1973), fonda la validità dell’ordinamento giuridico sulla pura “efficacia giuridica” della norma, ossia sul suo potere di fatto, negando l’esistenza di un ordine metafisico di valori che trascenda la legge positiva voluta dagli uomini.

Ma Benedetto XVI, nel suo discorso al Parlamento tedesco del 22 settembre 2011, ha criticato esplicitamente il positivismo giuridico di Kelsen, mostrando come proprio da questa impostazione siano discese le aberrazioni del nazionalsocialismo. Prima del potere della legge umana, esiste il vero diritto, che è la legge naturale scritta secondo le parole di san Paolo (Rm. 2, 14) nel cuore e nella coscienza di ogni uomo. «Dove vige il dominio esclusivo della ragione positivista – e ciò è in gran parte il caso nella nostra coscienza pubblica – ha affermato il Papa – le fonti classiche di conoscenza dell’ethos e del diritto sono messe fuori gioco. Questa è una situazione drammatica che interessa tutti e su cui è necessaria una discussione pubblica».

Benedetto XVI ha quindi ricordato una frase di sant’Agostino: «Togli il diritto e allora che cosa distingue lo Stato da una grossa banda di briganti?». Ciò avviene, ed è tragicamente avvenuto nel XX secolo, quando si separa, e poi si contrappone, il potere della norma alla legge naturale e divina. In questo caso lo Stato diviene lo strumento per la distruzione del diritto.
Per l’Unione Europea, come per le principali istituzioni internazionali, la fonte suprema del diritto è la norma prodotta dal legislatore. Nel corso degli ultimi decenni, in base a questo principio, i legislatori vanno sostituendo “nuovi diritti” soggettivi, dall’aborto al “matrimonio” omosessuale, ai tradizionali diritti dell’uomo, radicati su di una legge naturale oggettiva e immutabile.
Ma cosa accade quando un popolo sovrano, attraverso i suoi legislatori, produce una norma difforme non dalla legge naturale, ma dalla volontà di altri produttori di norma? Il caso si è posto quando, il 1° gennaio 2012, è entrata in vigore la nuova costituzione ungherese, approvata con la maggioranza dei due terzi dall’Assemblea Nazionale il 18 aprile 2011 e firmata il 25 dello stesso mese dal Presidente della Repubblica Pal Schmitt.

Coerenza vorrebbe che l’Unione Europea si inchinasse con reverenza di fronte alla produzione normativa voluta dalla stragrande maggioranza del popolo ungherese. È accaduto invece che l’UE ha annunciato l’apertura di una procedura d’infrazione nei confronti di Budapest per la svolta autoritaria che il governo di Viktor Orban avrebbe imposto con l’entrata in vigore della nuova Costituzione. «Non vogliamo – ha affermato il presidente della Commissione Europea José Manuel Durao Barroso – che l’ombra del dubbio infici il rispetto dei valori e principi democratici in nessun Paese Ue».

Ufficialmente i punti incriminati del nuovo testo ungherese sono tre: i limiti posti all’autonomia della Banca centrale, la riduzione dell’età pensionabile dei giudici e le restrizioni all’indipendenza dell’Autorità per la privacy. In realtà altre sono le vere accuse. Intervistato il 14 gennaio da Radio Vaticana, mons. János Székely, vescovo ausiliare di Esztergom-Budapest, ha dichiarato che gli attacchi di Bruxelles e di gran parte dell’opinione pubblica europea sono dovuti alla difesa della vita, del matrimonio e della famiglia affermati dalla nuova legge fondamentale del Paese.

La nuova Costituzione considera infatti la famiglia come «la base della sopravvivenza della nazione», affermando che «l’Ungheria proteggerà l’istituzione del matrimonio inteso come l’unione coniugale di un uomo e di una donna», e proclama che «la vita del feto sarà protetta dal momento del concepimento» . Una disposizione quest’ultima che, pur non andando a incidere direttamente sulla normativa sull’aborto, apre la possibilità di restringere la disciplina in materia, ricorrendo a un giudizio di costituzionalità.
Inoltre la costituzione si apre nel nome di Dio e lo stemma nazionale è centrato sulla Santa Corona e su Santo Stefano, simboli storici dell’eredità dell’Ungheria cristiana.

I mezzi utilizzati per colpire l’Ungheria sono di vario genere. In primo luogo lo strangolamento economico, esercitato attraverso i diktat della Banca Centrale Europea e del Fondo Monetario Internazionale e la pressione delle agenzie di rating. In Ungheria il debito pubblico è rimasto al livello del 75% del PIL e il tasso di disoccupazione non supera l’11%. Ma la BCE e il FMI rifiutano i prestiti e le agenzie Fitch, Standard & Poor’s e Moody’s Investors Service hanno declassato i titoli di Stato ungheresi dallo status “investment grade” a quello “junk”, ovvero di spazzatura.
In conseguenza, nel mese di gennaio, lo spread rispetto al Bund tedesco è arrivato a 850 punti, il fiorino ungherese è crollato, i tentativi del governo di immettere sul mercato europeo nuovi titoli di Stato sono falliti.

Al ricatto economico si aggiungono le minacce giuridiche. Il Parlamento europeo, attualmente presieduto dal socialista Martin Schulz, famoso per le sue intemperanze, è deciso a chiedere alla Commissione di impugnare davanti alla Corte europea la Costituzione e le leggi del governo Orbán, considerate in contrasto con i Trattati europei, fino ad attivare la procedura prevista dall’articolo 7 del Trattato di Lisbona che toglie il diritto di voto ai governi che non rispettano i principi fondamentali dell’UE.

Il tutto accompagnato da una violenta campagna di stampa denigratoria sul piano internazionale e da manifestazioni di protesta, promosse dai partiti di sinistra e appoggiate dalle ONG transnazionali e dall’ Istituto Eötvös, dello speculatore finanziario di origine ungherese George Soros.

Per parafrasare sant’Agostino e Benedetto XVI: una volta rimossa la legge naturale, che cosa distingue l’Unione Europea da una grossa banda di briganti?

Roberto di Mattei
su Radici cristiane, n.72

giovedì 23 febbraio 2012

UE: Grecia e Italia, unite come un tempo (ma nella rovina comune)?

La trasmissione Matrix di giovedì 16 febbraio 2012 si è svolta in uno scenario differente dal solito. Il conduttore, Alessio Vinci, era con i suoi ospiti in una bella terrazza a Piazza Sintagma ad Atene. Sullo sfondo, illuminati, il Parlamento greco e lo spettacolo del Partenone. Ogni tanto, si trasmettevano i disordini e le violenze di popolo che erano avvenute o stavano ancora avvenendo dall’altra parte della immensa piazza.

Gli ospiti erano in parte italiani (fra cui anche Tremonti), in parte politici, giornalisti e imprenditori greci che si alternavano, il tutto arricchito da tante interviste a persone comuni.

Fin qui tutto potrebbe sembrare abbastanza normale, anche la decisione di trasferirsi in Grecia, visto quello che sta accadendo lì. Ma è proprio questo il punto: quello che sta accadendo in Grecia, e di cui non abbiamo (come sempre) corretta notizia.

Dalla trasmissione è emerso infatti chiaramente che la situazione è incredibilmente più tragica di quello che sappiamo: da decine di migliaia di famiglie (tutte dell’ex ceto medio) senza più lavoro, a chi guadagnava mediamente 1200-1500 euro al mese e ormai (e sono la maggioranza) ne guadagna fra i 300 e 500 (un intervistato, alla domanda “come fate a sopravvivere?”, ha testualmente risposto: “semplice: non pago più nulla, eccetto il cibo di ogni giorno”); dai prossimi licenziamenti di statali (decine di migliaia) al fatto – da noi del tutto oscurato – che le banche hanno bloccato i bancomat e imposto un tetto per i prelievi (in pratica, i greci hanno perso l’utilizzo dei loro risparmi).

Quando si domandava agli intervistati di chi fosse la colpa di tutto questo, la risposta era univoca: della UE e in particolare della Germania, il cui scopo è la conquista economica del continente, preambolo al controllo politico.

Poi molti apportavano un’aggiunta, il cui concetto di fondo era il seguente: “non vi illudete voi italiani, quello che oggi sta accadendo a noi, accadrà a voi, perché chi provoca tutto questo ha le stesse identiche intenzioni nei confronti vostri, della Spagna, del Portogallo, dell’Irlanda, ecc.”.

Questa, che potrebbe sembrare una polemica “qualunquista” di gente arrabbiata, nel dibattito animato da Vinci è diventata in realtà la nota di fondo della serata. Vinci ha avuto il merito di non lasciarla cadere in omaggio al politicamente corretto, ma in realtà, con molto stile, l’ha tenuta al centro dell’attenzione.

E, ciò che è maggiormente interessante (e, ahinoi, sconcertante), fra gli ospiti nessuno ha negato tale eventualità, a partire da Tremonti (il quale, libero ora dagli incarichi politici, sembra aver riacquistato un poco la schiettezza del passato), che anzi ha rilanciato attaccando pubblicamente Mario Monti, ricordando che questi ebbe a dichiarare a settembre che l’Euro è una benedizione per l’Europa in quanto sta costringendo la Grecia a ritornare alla ricchezza reale!

Solo il giornalista Fubini del Corriere della Sera ha costantemente difeso Monti, la UE e in pratica i poteri forti (incolpando i greci della loro rovina), e ha cercato di smussare il fatto che vi sia questo pericolo per l’Italia. Ma la realtà è che alla fine questo senso di frustrazione generale, di consapevole paura di un “rischio Italia”, di sensazione della palese incapacità di gestione degli eventi (in quanto eterodiretti da forze che nessuno realmente controlla) ha dominato l’intera serata.

Pertanto, il messaggio che ne è passato è tanto “sotterraneo” quanto chiaro nella sua drammaticità: non solo non si può escludere, ma è realisticamente possibile, che anche in Italia, nei prossimi tempi, potrebbero avvenire licenziamenti di massa, riduzione a percentuali stratosferiche degli stipendi, e, chissà, magari… il blocco dei bancomat, come in Grecia.

Cosa succederà nei prossimi mesi? Ci aspetta la Grecia? E, se c’è questo pericolo, come rimanere inerti ad attendere la catastrofe, anestetizzati dai nostri parlamentari nullafacenti, burattini o burattinai che siano?
Massimo Viglione
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[Fonte: Corrispondenza romana, 22 febbraio 2012]

lunedì 6 febbraio 2012

Santa Sede, una donna rappresenterà l'Unione Europea

L'incontro in Vaticano con Benedetto XVI in occasione della presentazione delle Lettere Credenziali

Il Papa ha ricevuto in udienza Laurence Argimont-Pistre, capo della delegazione dell’Unione Europea presso la Santa Sede, in occasione della presentazione delle Lettere Credenziali. La diplomatica francese sarà l'ambasciatrice della Unione Europea presso la Santa Sede.

Nata a Clusaz (Alta Savoia) 59 anni fa, la nuova ambasciatrice dell'Ue presso il Palazzo apostolico è sposata ed ha tre figli.

Oltre il francese, parla inglese e spagnolo; conosce anche il tedesco, l'italiano ed il portoghese. Laureata in Diritto presso l'Università di Grenoble, ha svolto l'attività di Assistente giuridica per lo studio dei casi di diritto comunitario presso lo studio legale Linklater's & Paines a Bruxelles (1976-1978).

E' stata Docente di Politica commerciale presso l'Università autonoma di Barcellona nonché responsabile di corsi e di seminari presso l'Istituto Jean Monnet e presso l'Università centrale di Barcellona (1991-1995).

Funzionario della Commissione europea, si è occupata di politica commerciale dell'Ue ed è stata, poi, capo dell'Unità per l'India, il Nepal ed il Bhutan (2000-2005), capo dell'Unità per il Mercosur ed il Cile (2005-2007), e, da ultimo, ambasciatore, capo delegazione dell'UE presso l'Ocde e l'Unesco a Parigi (2007-2012).
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[Fonte: Vatican Insider]