giovedì 12 settembre 2019

Il sovranismo è morto, viva il sovranismo! La sfida di Salvini

Dopo la formazione del nuovo governo Conte, ciò che è accaduto questa estate – le polemiche tra gli ex alleati, lo “strappo” di Salvini – acquista una nuova luce, e consente nuove riflessioni politiche. Gli errori tattici di Salvini, che senza dubbio ci sono stati, appaiono poca cosa, rispetto ad esempio al cambiamento strutturale che ha riguardato, invece, il M5S. Dagli sbagli di Salvini, non ne è uscita una Lega politicamente diversa da prima. Dai ripensamenti di Grillo è invece uscito un Movimento che non ha più nulla del precedente. Una vera e propria mutazione genetica.
Si sono trovate tante giustificazioni, ma il dato rimane: il M5S ha finito per stringere un’alleanza di governo non semplicemente con un partito della “casta”, ma con quel Pd che Gianroberto Casaleggio – il vero fondatore del MoVimento – indicava come il nemico assoluto, il partito dell’establishment, di “Renzie”, come lo chiamava una volta Grillo, l’“ebetino”. Ed ecco che proprio a Grillo è, invece, toccato di resuscitare l’ex segretario, perché è con lui, che controlla ancora i gruppi parlamentari Dem, e non con Zingaretti, che l’alleanza di governo si è conclusa. È a Renzi che Grillo ha venduto un Movimento, che è stato così “rivoltato come un calzino” (altro che il Parlamento!). Resta però da capire, però, perché tutto ciò sia avvenuto, e quale sia l’obiettivo di questa operazione. Certo, l’alleanza è, in apparenza, puramente “difensiva”: si trattava di impedire quelle elezioni in cui Salvini, presumibilmente, avrebbe vinto da solo contro tutti, superando il consenso raccolto alle elezioni europee. In realtà, però, il patto Pd-M5S, obiettivamente, spinge per una rideterminazione complessiva degli equilibri politici. Sembra che ci sia già dimenticati della novità che il governo Lega-M5S ha rappresentato, non solo per l’Italia, ma per l’Europa: quella che fino a quel momento si era tentata di far passare per la “minaccia populista”, eversiva, ha dato vita ad un “laboratorio politico” in cui si sono saldati un sovranismo identitario, quello della Lega, ed un sovranismo sociale, espresso dal M5S.

mercoledì 11 settembre 2019

Gentilini Gualtieri e Dombrovskis:povera economia italiana

Un trio ha il compito di azzerare quel poco che rimane di economia italiana, sottomettendolo ad un insopportabile centralismo fiscale repressivo che cancellerà quel poco di classe media che è rimasto. I tre Moschettieri de Leuropa, cioè della burocrazia antidemocratica, rispondono ai nomi di Gentiloni, Gualtieri e Dombrovskis.
Iniziamo dal meno importante: l’ex presidente del Consiglio italiano Paolo Gentiloni, colui che, come ministro degli esteri, è diventato famoso per aver ceduto il Mare italiano alla Francia [vedi]. Gentiloni sarà Commissario agli affari economici, ma…
In realtà abbiamo un “Gentilonis Dimitiatus”, un mezzo Gentiloni qualsiasi: infatti le sue deleghe, come dice con un eufemismo il Sole 24 ore, sono state “Semplificate”, cioè ridotte: rimangono tassazione, affari economici e finanziari, dogane, ma esce la compentenza sulla finanze pubbliche nazionali. Volete seriamente che sia lasciato un tema simile agli italiani? Giammai!!! Inoltre verrà messo sotto tutela dal Dombrovskis, per cui non conterà quali nulla. Allora era meglio il Commissario alla Concorrenza, che avrebbe potuto incidere veramente sull’Europa industriale, ma questo è rimasto alla Vestager. Alla fine Gentiloni è un bambinone da tenere sotto tutela.

domenica 8 settembre 2019

Non ha ottenuto il voto ma è ancora in partita: i veri errori di Salvini e perché la crisi era un rischio che doveva correre

Insediatosi il nuovo governo, possiamo soffermarci sullo sconfitto, o presunto tale, della situazione: Matteo Salvini. Ha chiamato l’all-in ma gli è andata male, non aveva un punto abbastanza alto in mano (o forse qualcuno ha barato…). Molto è stato già detto e scritto e l’opinione prevalente è che abbia commesso un errore ad aprire la crisi. Almeno nei tempi e nei modi, visto che in molti gli suggerivano di rompere. Il paradosso, infatti, è che forse Salvini e la sua cerchia sono tra coloro che più hanno creduto nel contratto con i 5 Stelle, anche troppo, a tal punto da accarezzare l’idea di un’alleanza non solo occasionale e a tempo determinato, come agli inizi auspicato da Steve Bannon. La Lega nordista, i governatori, la vecchia guardia legata alle esperienze di centrodestra, sono stati invece dall’inizio i più scettici e hanno spinto per la rottura sui temi dell’economia e dell’autonomia. Alla fine Salvini si è convinto.

venerdì 6 settembre 2019

Matteo Salvini e la Lega: morte politica o ritorno trionfale annunciato?

Anche Oltralpe si interrogano. Il politologo e saggista francese Alexandre del Valle su Valeurs Actuelles (nella nostra traduzione): Salvini è davvero finito? Non andiamo troppo in fretta... la "morte politica" del ministro dell'interno e "Vice Presidente del consiglio" italiano è stata annunciata troppo presto... Il nuovo governo 5 stelle-PD, formato per eliminarla, non durerà.

In un video pubblicato giovedì scorso su Facebook, Matteo Salvini, leader della Lega (detta anche “Il Carroccio”) ha avvisato i suoi detrattori: “Non vi libererete di me con un giochino di palazzo, io non mollo”. Il monito è stato lanciato nel momento in cui i suoi rivali e avversari – Partito Democratico (PD, sinistra) e Movimento Cinque Stelle (M5S, populisti) – stavano cercando di costruire il loro futuro governo che, secondo lui, è stato deciso a Bruxelles. Alexandre Del Valle commenta la crisi di governo provocata da Matteo Salvini l’8 agosto, che è sfociata nella sua rimozione, e spiega tuttavia che la “morte politica” del ministro dell’Interno e “vicepresidente del Consiglio” italiano è stata forse annunciata troppo presto...

giovedì 5 settembre 2019

Cronaca di una crisi annunciata

Pur essendo il primo partito della coalizione uscita vincente dalle elezioni politiche del 4 marzo 2018, la Lega non ha ricevuto l'incarico di tentare di formare un Governo. Questo diniego, indipendentemente dalle sue motivazioni e dal loro fondamento, ha dato luogo alla crisi più lunga nella storia della Repubblica: 88 giorni. Durante tutta questa crisi la Lega ha mantenuto un profilo costruttivo e leale, rinunciando a propri candidati alla presidenza delle Camere e attendendo un via libera dagli alleati di coalizione prima di intavolare discussioni con il M5S, uscito come maggiore singolo partito dalle elezioni. Queste discussioni hanno riguardato contenuti programmatici, non nomi, e sono durate quasi un mese, approdando a un documento formale, il Contratto per il Governo del cambiamento, sottoposto all'approvazione delle rispettive basi elettorali.
È stato accettato un Presidente del Consiglio, presentatosi come "avvocato difensore del popolo italiano", che avrebbe dovuto essere di garanzia e mediazione fra i due partiti della maggioranza (e che certamente offriva sufficienti garanzie all'establishment), ed è stata inoltre recepita la raccomandazione del Presidente della Repubblica di avere un Ministro dell'economia che non desse "un messaggio immediato di allarme per gli operatori economici e finanziari". Pertanto il Ministro dell'Economia e delle Finanze che, stando agli accordi avrebbe dovuto essere proposto dalla Lega, è finito per essere un "tecnico" senza mandato elettorale. Credo di essere l'unico parlamentare che lo conoscesse.

Governo politico Quirinale-Bruxelles per blindare l’Italia. Pd: urne vuote, Palazzi pieni

A scorrere la lista dei ministri del governo Conte 2 la nostra impressione è che sia il Partito democratico il partito di maggioranza relativa e il Movimento 5 Stelle il junior partner, ma le interpretazioni degli osservatori in queste prime ore divergono fortemente e molti sostengono che in realtà sia il primo ad essersi consegnato nelle mani del secondo. Proviamo a dipanare la matassa. Il Pd è in un governo con Conte premier e Di Maio ministro: messa così, appare una staffetta Lega-Pd in un contesto di sostanziale continuità. Ma a noi appare di gran lunga più complicata. Come dicevamo, era impossibile un equilibrio win-win per Pd e M5S nella nuova squadra. Se come rivendica Di Maio tutti i 26 punti del Movimento sono entrati nel programma, tuttavia si nota una buona dose di discontinuità nei nomi dei ministri. Tra i 5 Stelle vengono riconfermati solo Bonafede e Costa, nei due ministeri dove evidentemente è più forte la convergenza tra i due nuovi alleati: giustizia e ambiente. Di Maio, pur essendo il capo politico, ha rischiato fino all’ultimo di restare escluso dai ministeri di peso, e ha dovuto comunque rinunciare al super-ministero sviluppo economico e lavoro da cui passano le promesse elettorali caratterizzanti della sua campagna, che ha portato il “suo” Movimento al 34 per cento: salva onore e posizione personale, ma la sua leadership esce ridimensionata.

domenica 1 settembre 2019

Salvini ha fatto ALL IN. Ecco cosa c’ è in ballo.

L'ora è grave e forse far conoscere ciò che i canali di informazione di regime non diffondono può fare la differenza. Analisi seria e lungimirante.

Mattarella vuole mettere in 4 Ministeri uomini di sua fiducia. E di fiducia di Bruxelles. Oltre ad essere una prassi non prevista dalla Costituzione, il perchè appare chiarissimo ed evidente.

Quante nomine devono fare la Presidenza del Consiglio (ormai in mano a Bruxelles- Mattarella) e questi Ministri (MEF-Trasporti- MISE- Difesa-Esteri )? Migliaia. Sono quelle le poltrone che contano. Quelle che non devono occupare Leghisti o anche Grillini non legati alle cancellerie UE. Nel nuovo governo giallorosso i ministeri chiave non andranno a grillini vedrete. Sono riusciti a far passare Giuseppe Conte come uno in quota 5 stelle (cosa non vera ormai dipende solo da Mattarella e Bruxellese) e con questa scusa si prenderanno vicepresidente e ministeri chiave. Pd oppure ” tecnici” benvoluti dal Quirinale.

Quindi ENI, Leonardo, Fincantieri, Forze armate, Cassa dep e Prestiti, Poste, e moltissime altre importantissime società pubbliche, Ragioneria dello Stato, Giudici della Corte Costituzionale (dopo il Presidente Della Repubblica)  e altre 3.000 nomine. Avete capito bene 3.000 nomine. Forse 4.000.  Oltre alla riforma di Bankitalia.

Alberto Bagnai da Goofynomics. Quod Erat Demostrandum

(…chi sa perché è un QED, sa anche che, quindi, non deve preoccuparsi. Lasciate che si preoccupino gli altri. Ai lettori di questo blog la situazione è piuttosto chiara. Non credo siano stupiti del fatto che la coalizione fra un partito profondamente critico e uno profondamente europeista sia andata in crisi! Ieri se n’è accorto perfino Fabbrini (chi?) sul Sole 24 Ore! I miei lettori hanno avuto il privilegio di saperlo sette anni or sono…
Dice: “Ma allora perché ci avete governato insieme?” Io perché sono entrato in politica per obbedire: mi è stato ordinato di tenere in piedi questa strana coalizione, e l’ho fatto con lealtà, ben sapendo che al di là del valore e della dimensione soggettiva dei singoli colleghi, che continuo a stimare, le dinamiche oggettive del movimento in cui erano inseriti restavano quelle qui tante volte descritte, e che alla fine la saldatura fra loro e il PD, qui tante volte evocata, sarebbe comunque avvenuta. So anche che alla fine i migliori di loro verranno con noi. Ma naturalmente l’esperienza di governo ha avuto un significato che trascende la mia esperienza personale, ed è servita a fare tante cose: a cominciare a ridurre le tasse, a sburocratizzare, a difendere quanto restava del credito cooperativo, a mandare in pensione un po’ di persone che se lo meritavano, a porre sul tavolo il tema della governance di Banca d’Italia, che tante soddisfazioni ha dato ai nostri risparmiatori, a tentare di riportare un minimo di legalità e quindi di coinvolgimento del Parlamento nel negoziato con l’Europa – contro il muro di gomma dei ministri “tecnici”, ecc.
Ed è servita, soprattutto, a far capire agli ultimi che avevano qualche margine per capirlo – c’è anche chi non ne ha – che cosa siano PD e 5 Stelle.