domenica 20 dicembre 2009

UE. Apertura dell'Ufficio della Federazione Pro Europa Cristiana

L’8 dicembre scorso è stato inaugurato a Bruxelles l’ufficio di rappresentanza della Federazione Pro Europa Christiana, che mira a raggruppare in una stessa comunità di pensiero e di azione associazioni dei diversi Paesi d’Europa aventi per obiettivo la difesa dei valori cristiani, che sono il fondamento della civiltà occidentale.

Di fronte ad alcuni deputati europei e ad alcuni leader di opinione appartenenti a movimenti molto attivi, il prof. Roberto de Mattei – direttore di “Corrispondenza romana” e presidente della Fondazione Lepanto – ha affermato che sarebbe necessario un referendum sull’ingresso della Turchia nell’Unione. Il prof. de Mattei è stato particolarmente applaudito quando si è interrogato sul perché dell’estromissione dell’opinione pubblica in questo dibattito, formulando come spiegazione che «la sua voce suonerebbe critica nei confronti della classe politica che dirige le sorti dei popoli d’Occidente». «Neghiamo che l’entrata della Turchia nell’Unione Europea possa rappresentare un beneficio per l’Europa. Riteniamo, al contrario, che l’inserimento di novanta milioni di Turchi nelle strutture politiche e sociali europee costituirebbe una irrimediabile catastrofe per il nostro continente». Secondo il prof. de Mattei, la responsabilità di questa catastrofe è imputabile a un’Europa «che ha abdicato al proprio ruolo e rinnegato le sue radici»: la strada inversa passa attraverso «il recupero di valori non negoziabili (…) i principi dell’ordine naturale e cristiano su cui si è fondata la nostra civiltà».

Il Duca Paul d’Oldenbourg, responsabile dell’ufficio di Bruxelles, ha aperto la serata e dopo aver spiegato brevemente lo scopo della nuova Federazione ha dato la parola al dott. Caio Xavier da Silveira, Presidente di “Europa Christiana”. Il dott. da Silveira ha sottolineato l’importanza di una stretta collaborazione tra le diverse associazioni nazionali, «ognuna delle quali apporta il suo punto di vista specifico e mantiene i propri metodi», per difendere meglio i valori cristiani messi maggiormente a rischio dall’entrata in vigore del Trattato di Lisbona e della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea. Il Presidente ha anche fatto notare che la prossimità del nuovo seggio delle istituzioni dell’Unione Europea dovrebbe facilitare l’incontro e la collaborazione dei diversi rappresentanti nazionali.

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[Fonte "Corrispondenza Romana" 20 dicembre 2009]
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Stimo molto il prof. De Mattei come studioso, ma mi rammarico che l'iniziativa, alla quale va data comunque adesione, parta da organismi rappresentanti non tanto l'amore alla Tradizione - che contraddistingue i cristiani ancora cattolici non inquinati dal modernismo dalle varie facce del progressismo e da un certo diffuso neo-protestantesimo -, ma un Tradizionalismo ideologico che rischia di fare del cristianesimo una religione civile... Il Cristianesimo è invece Fede in una Persona, dalla quale scaturiscono tutte le scelte etiche e politiche, gli impegni e i comportamenti quotidiani

domenica 6 dicembre 2009

Note a freddo - e quindi non emotive - sulla sentenza sul Crocifisso

Una importante chiave di volta, cui si affidano la sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, Affaire Lautsi c. Italie, 3 novembre 2009, n. 30814/06, e la letteratura ecclesiasticistica e costituzionalistica anticattolica italiana che l'ha ispirata (è da pensare, attraverso il giudice Vladimiro Zagrebelsky), è inconsistente.
La leva, di carattere teorico extragiuridico, che ha operato anche nella sentenza della Corte CEDU, è non tanto, o non solo, la separazione tra religione (confessioni religiose) e sfera pubblica statuale, distinzione banale, ma quella tra cultura e religione. Si argomenta a più riprese nel testo, seppure un poco à batons rompus: se la croce è cultura, allora una ratio meramente civile della sua ostensione è offensiva per la religione cristiana (dimostra che essa è ormai solo "cultura"); se la croce è religione, allora essa è simbolo confessionale, inevitabilmente di una confessione, e come tale è la sua presenza negli ambienti scolastici è lesiva della laicità dello stato. E anche: o il Crocifisso è "cultura" europea contemporanea, e non ha più rapporto con ciò che è esso è stato (radici cristiane), ponendosi così sotto l’esclusiva competenza dei poteri dello stato, o è vero simbolo religioso, e allora è lesivo del diritto individuale alla neutralità religiosa degli spazi pubblici.
Vi sono nell’argomento due errori complementari. Sul primo: religione e cultura non sono universi separati, propriamente neppure distinti. Antropologicamente la religione è parte costitutiva del sistema cultura; questo significa che la religione è cultura, non meno che: la cultura è religione. Un tale enunciato appartiene al linguaggio fenomenogico, e non ha alcuna implicazione secolaristica. Se la cultura è religione, un simbolo religioso millenario, e di rilevanza culturale assiale, è per se stesso culturale e religioso, inscindibilmente. Affermare il carattere culturale del Crocifisso è affermarne la portata civilizzante come simbolo religioso e la portata religiosa culturamente radicata.
Sul secondo: il tratto religioso-culturale del crocifisso è più che confessionale. (Osservo che, nonostante “confessione” abbia notoriamente un valore tecnico restrittivo, il termine è adottato surrettiziamente come sinonimo di religione da molti giuristi e giudici.) In effetti, le confessioni e le comunità cristiane che non lo adottano come segno nella vita pubblica del gruppo, operano sulla Tradizione "a levare"; riduttivamente, dunque, sul patrimonio teologico e su quello civilizzazionale del Cristianesimo. Non sorprende che nel fondo della cultura (pre)giuridica nordeuropea vi siano residui di dualismo protestante liberale. Ma questo fondo, minoritario ed elitario nel quadro cattolico italiano, appare alla nostra ricezione subito stridente, e implausibile. E abbiamo ragione a giudicarlo tale, sul terreno teorico, anzitutto.
Una minima chiarificazione del rapporto religione-cultura indica, dunque, che il simbolo religioso è culturale perché religioso, e (nella prospettiva antropologica) è religioso in quanto è umana cultura, non una straniante alterità (o intimità) meta-culturale. Che cultura e religione (quindi cultura e fede) non siano sfere segnate tra loro da incommensurabilità, è un dato fondamentale, sempre conosciuto e argomentato dalla tradizione apologetica cristiana. Non sarebbero stati pensabili, altrimenti, degli argomenti di comune ragione ed esperienza per accompagnare l'anima fino alla soglia tra credibilità e fede. L'approfondimento novecentesco dell'alterità del Cristo della fede ha finito col negare, spesso poco consapevolmente, l’evidenza che la Rivelazione è prima dell’assenso di fede (fides quā); essa si rivolge agli uomini perché credano (quindi non ancora credenti) ad un annuncio preciso e decisivo, la fides quae, e lo estendano e conservino al mondo. L'assenso è, per ciò, alla portata di ogni uomo-cultura. Così anche la simbolica cristiana (forme, icone, ma anche enunciati essenziali) è destinata ad ogni uomo, alla sua perfezione.
La dialettica tra fede come conquista umana e fede come dono (in e per Cristo) è, come sappiamo, la forza della teologia cristiana. Questa prospettiva, umanamente ricchissima quanto cristianamente irrinunciabile, appare di difficile comprensione, oggi, per laici e per credenti. Una deriva spiritualizzante vuole la fede destinata alla “intimità della propria coscienza”. Il Cattolicesimo per essenza si oppone a questi lenocini, anche se ne è tentato. Intanto la deriva permette l’occupazione dello spazio pubblico (laicamente neutralizzato) da parte di valori anticristiani.
Dunque: il Crocifisso è cultura in quanto opera religiosamente nell'uomo-cultura. Rende "visibile" il Cristo della fede oltre l'orizzonte della credenza individuale e della comunità orante. Ricorda così l’integrità, l’intero umano, il plesso cultura-religione in cui e per cui esistiamo; in sé poco rilevante se come ogni simbolo, ogni "testo" simbolico, il Crocifisso possa contingentemente essere visto ma non essere letto, essere letto senza essere compreso.
Confessionale e particolaristica non è la permanenza della presenza/ostensione pubblica del Crocifisso; lo è, piuttosto, il suo nascondimento, l’aniconismo secolarizzante delle comunità cristiane che fanno esibizione di laicità. L'argomento cattolico, e di diversi giuristi, nella discussione sulla sentenza, dell’universalità significativa e assiologia del Crocifisso è importante, perché contrasta l’irriflesso clima "separatista" degli ultimi decenni.
Voci cattoliche sottolineano la laicità del Crocifisso-immagine e, nuovamente, il suo carattere educativo. Col richiamo alla laicità si intende dire che il Crocifisso significa anche per chi non partecipa della fede nella forma personale (la fides qua), cioè per ogni uomo. Non amo l’uso di laico/laicità per indicare il senso comune, le condotte e credenze razionali condivise, magari la scienza (moderna). E non lo raccomanderei alla cultura cattolica. Se appaiono, oggi, funzionali alla polemica con il laicismo, laico/laicità rappresentano un campo semantico compromesso, che attrae e integra nei suoi significati originari (ottocenteschi: laïcité compare attorno al 1870) quanto di nuovo vi si immette. Preferibile definire il Crocifisso, piuttosto che “laico”, universale nel senso che universale è la sua chiamata e universalistica la portata di questa chiamata.
Difendo, invece, l’affermazione della vitale portata educativa del messaggio di Gesù, dalle Beatitudini alla Croce redentrice. Tema che era stato l’asse dei due ultimi secoli dell’apologetica cristiana, precipitosamente abbandonata dalla cultura cattolica postconciliare. Interessante quanto sia invece di nuovo condiviso: l’educazione è costitutiva dell’azione della Chiesa, e ci si attende (universalmente e da sempre, con eccezioni rade e patologiche, verrebbe da aggiungere) che essa educhi. “Fin dall’inizio, infatti, spinta dalla sua sollecitudine per l’uomo, ha esercitato una particolare vocazione educativa nei confronti delle persone, delle famiglie, di intere popolazioni. ‘L’uomo è la via della Chiesa’ (…) [Per questo] non può non essere interessata alla formazione del soggetto umano”, oltre i confini e i termini del proprio immediato insegnare (card. C. Ruini, Prefazione a La sfida educativa. A cura del Comitato per il Progetto Culturale della CEI, Roma-Bari, Laterza, 2009, pp. IX-X). La sollecitudine della chiesa per la presenza del Crocifisso nelle scuole pubbliche è un momento della più vasta, non rinunciabile, sollecitudine per l’uomo.
La significatività del Crocifisso erga omnes e pro omnibus è, comunque la si guardi, profonda ed essenziale; costantemente pone cristianesimo e umanità sul decisivo terreno del discorso di Paolo all'Areopago (Atti 17. 16-33, 30-31). “Ebbene, colui che, senza conoscerlo, voi adorate, io ve lo annuncio. (…) Dio passando sopra ai tempi dell’ignoranza, ordina agli uomini che tutti e dappertutto di convertano, perché egli ha stabilito un giorno nel quale dovrà giudicare il mondo con giustizia, per mezzo di un uomo che egli ha designato, dandone a tutti la prova sicura col risuscitarlo dai morti”.
Le culture cattoliche e laiche che hanno delineato sulle radici cristiane la nuova identità conservatrice-liberale dell’alleanza che oggi governa in Italia, non possono distrarsi da questo paradigma. Vi è un significato di alta politica, oggi, nel “guardare al Crocifisso” (titolo di un piccolo, prezioso volume di Joseph Ratzinger del 1984, in it. 1992). Esso vieta di prendere posizione su arretrate linee di laicizzazione credendo di farsi moderni e, peggio, di guidare così le giovani generazioni.


Pietro De Marco
© Copyright L'Occidentale, 6 dicembre 2009

lunedì 30 novembre 2009

Il Patriarcato di Mosca pubblica un libro del Papa: “Europa, patria spirituale”

verrà presentato a Roma il 2 dicembre

Il Patriarcato di Mosca ha pubblicato un libro sul Papa. Si tratta di “Europa, patria spirituale”, un volume in edizione bilingue italiana e russa che raccoglie i discorsi che Joseph Ratzinger - Benedetto XVI ha dedicato all’Europa nell’arco di un decennio.
L’autorevole introduzione al volume è del Presidente del Dipartimento per le Relazioni Ecclesiastiche Esterne del Patriarcato di Mosca, l’Arcivescovo Hilarion di Volokolamsk, e l’iniziativa editoriale è realizzata dal Dipartimento Relazioni Ecclesiastiche Esterne del Patriarcato di Mosca in cooperazione con la Associazione Internazionale Sofia: Idea Russa, Idea d’Europa di Roma.
“Questo libro è un evento di portata storico, senza precedenti nella storia millenaria di cattolici e russo-ortodossi”, spiega il curatore del libro, il prof. Pierluca Azzaro, Presidente Vicario della Associazione Internazionale “Sofia” e docente di Storia del Pensiero Politico alla Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.
“Ma, ancor prima e soprattutto – prosegue lo studioso –, è una grande testimonianza di amore per Cristo e tra cristiani. È da questo amore che zampilla, deve zampillare, la cultura europea in tutte le sue espressioni multiformi: una cultura viva, intrisa di una energia morale autenticamente creativa, tutta protesa all’edificazione di un futuro buono per tutti”.
“L’Europa – aggiunge il prof. Azzaro –, ci dicono il Papa e l’Arcivescovo Hilarion di Volokolamsk nella bella introduzione, è un continente culturale che con le sue due ali, la Chiesa d’Oriente e la Chiesa d’Occidente, si eleva sull’angusta dualità Occidente d’Europa-Russia: l’Europa si presenta così ai nostri occhi come la comune 'patria spirituale', secondo la bella espressione usata dal Papa nel suo ultimo viaggio nella Repubblica Ceca”.
Perciò, sottolinea, “solo se riscopriremo e riaffermeremo insieme questa dimensione vitale dell’Europa, sarà possibile scongiurarne il declino”.
Secondo Ieromonaco Filipp (Ryabyh), Presidente Vicario del Dipartimento per le Relazioni Ecclesiastiche Esterne del Patriarcato di Mosca e Portavoce del Patriarcato di Mosca: “Questo libro che raccoglie i discorsi di Sua Santità Papa Benedetto XVI sul destino dell’Europa è la testimonianza della assoluta identità di vedute e di posizioni tra la Chiesa Ortodossa e la Chiesa Cattolica rispetto ai moderni processi sociali, è insieme la prova della enormi possibilità di cooperazione cattolica-ortodossa”.
La presentazione del libro del Papa avrà luogo a Roma, mercoledì 2 dicembre prossimo alle ore 12.30, presso il Salone degli Arazzi del Ministero dello Sviluppo Economico (Via Veneto 33), nel corso di una apposita tavola rotonda dal titolo “Il ruolo della Chiese per la integrazione culturale dell’Europa”.
La presentazione avviene nell'ambito della sessione italiana del Foro di Dialogo delle società civili italo-russo che si riunisce a Roma e a Mosca in concomitanza con i vertici bilaterali dei Capi di Stato e di governo d’Italia e di Russia, dunque in concomitanza con la visita ufficiale del Presidente della Federazione Russa Dmitri Medvedev il 3 dicembre prossimo.
Alla tavola rotonda di presentazione interverranno, per la Chiesa Cattolica, il rev. prof. Milan Zust, Incaricato per le Relazioni con il Patriarcato di Mosca presso il Pontificio Consiglio per la Promozione dell'Unità dei Cristiani; per la Chiesa Ortodossa Russa, Sergej Svonarev, Segretario Vicario per le Relazioni con le Istituzioni Europee del Dipartimento Relazioni Ecclesiastiche Esterne del Patriarcato di Mosca.
Per il mondo della cultura russo, il Rettore della Università di Stato delle Relazioni Internazionali di Mosca del MAE di Russia, il prof. Anatoly V. Torkunov; per il mondo della cultura italiano il Rettore della Università Cattolica del Sacro Cuore, il prof. Lorenzo Ornaghi.
Per il Governo italiano è annunciata la presenza del Ministro dei Beni Culturali, l'on. Sandro Bondi, mentre per il Governo della Federazione Russa interverrà Mikhail E. Shvydkoi, Consigliere del Presidente della Federazione Russa per la cooperazione culturale internazionale.
Presiede la tavola rotonda il curatore dell’opera, il prof. Pierluca Azzaro, membro permanente del Foro di Dialogo. Al termine della presentazione i giornalisti presenti in sala avranno la possibilità di rivolgere le domande ai partecipanti.

[In Italia, il libro è acquistabile o prenotabile a Roma presso i punti vendita della Liberia Editrice Vaticana]


© Copyright Zenit, 30 novembre 2009

venerdì 6 novembre 2009

Diocesi di S. Marino Montefeltro. Il pensiero del Vescovo

La decisione assunta dalla Corte dei Diritti dell’uomo di Strasburgo era largamente prevedibile e, per certi aspetti, attesa. In queste istituzioni si sta sostanzialmente catalizzando tutto il peggior laicismo che ha una connotazione obiettivamente anti cattolica ed è teso ad eliminare, anche con la violenza, la presenza cristiana dalla vita della società e, addirittura, i simboli di questa presenza.
Altri hanno già individuato, soprattutto la Conferenza Episcopale Italiana, la meschinità culturale di questa decisione, la miopia, come ha detto la Santa Sede, ma io credo che sia giusto dire che si tratta di una volontà eversiva verso la presenza cristiana, condotta con una ferocia pari soltanto all’apparente oggettività o neutralità delle istituzioni del diritto. Però è anche giusto - come facevano i nostri vecchi, e noi abbiamo spesso dimenticato questa lezione - , che ci chiediamo se noi, come popolo cristiano e, addirittura, vorrei dire come ecclesiasticità, non abbiamo qualche responsabilità per questa situazione. È sempre giusto leggere in profondità se in qualche modo abbiamo rischiato di essere conniventi.
La vicenda di Strasburgo nella sua brutalità è anche una conseguenza di troppo irenismo che attraversa il mondo cattolico da decenni, per cui la preoccupazione fondamentale non è la nostra identità ma il dialogo ad ogni costo, andare d’accordo anche con le posizioni più distanti. Questo rispetto della diversità delle posizioni culturali e religiose, sostenuto dall’idea di una sostanziale equivalenza fra le varie posizioni e religioni, che fa perdere al cattolicesimo la sua assoluta specificità. Un irenismo, un aperturismo, una volontà di dialogo a tutti i costi che viene ripagata nell’unico modo in cui il potere mondano ripaga sempre questi scomposti atteggiamenti di compromesso: con il disprezzo e la violenza.
È necessario rinnovare la coscienza della propria identità, della propria specificità come evento umano e cristiano nei confronti di qualsiasi altra posizione, ed attrezzarci a vivere il dialogo con tutte le altre posizioni, non sulla base di una smobilitazione della propria identità ma come espressione ultima, critica, intensa della nostra identità.
Alla fine risulterà forse una prova significativa, una prova che può formare, una prova attraverso la quale - come spesso ci viene ricordato dalla tradizione dei grandi Padri della Chiesa -, Dio continua ad educare il suo popolo. Ma occorre che il giudizio sia chiaro e non ci si fermi a reazioni emotive ma si legga in profondità il compito che abbiamo davanti: recuperare la nostra identità ecclesiale e impegnarci nella testimonianza di fronte al mondo.
L’avvenimento ha colpito profondamente il Vescovo e la Chiesa di San Marino-Montefeltro; il giorno 12 novembre p.v. alle 18,30, nel Santuario del Crocifisso di Talamello, il Vescovo guiderà una Liturgia di riparazione nei confronti di quello che, obiettivamente, è un gesto di rifiuto nei confronti del Crocifisso. Nel contempo, nelle diverse realtà parrocchiali di tutta la Diocesi, i Parroci sono stati invitati a preparare questo momento attraverso opportune iniziative.
Pennabilli, 4 Novembre 2009
+ Luigi Negri
Vescovo di San Marino-Montefeltro

Mysterium iniquitatis

«“Il mistero dell’iniquità è già in atto, ma è necessario che sia tolto di mezzo chi finora lo trattiene”. Quel qualcosa o qualcuno, il katéchon appunto, che impedisce la manifestazione piena dell’Anticristo è uno dei nodi piú enigmatici delle Scritture. Nell’attuale contesto storico, la funzione di katéchon è svolta anche da un articolo della Costituzione italiana, precisamente dal settimo, che recita: “Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani. I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni dei Patti accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale”. Non sono i contenuti dei Patti ad avere questa “blindatura” costituzionale ma la forma concordataria delle relazioni fra la Chiesa Cattolica (si badi bene, la Chiesa, non lo Stato della Città del Vaticano): nessun Governo della Repubblica potrebbe, unilateralmente, rompere i Patti o sottoporre le relazioni con la Chiesa a un regime diverso da quello stabilito, con consenso di entrambe le parti, dal concordato. È facile capire che, senza questa robusta garanzia (voluta, si badi bene, da Giuseppe Dossetti, non certo da un cattolico reazionario), la Chiesa romana sarebbe messa male come la nave dei sogni di don Bosco, che era appunto la Chiesa dell’epoca di Papa Mastai Ferretti e dei suoi successori fino a Papa Ratti. Ora, la Corte europea dei diritti di Strasburgo si insinua — deliberando sulla questione niente affatto simbolica dei crocifissi — nei rapporti fra il nostro Paese e la Santa Sede. Occorre precisare che non è un’istituzione dell’Unione Europea e non va confusa con la Corte di giustizia, che invece lo è. La Corte europea dei diritti dell’uomo è stata istituita dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, per assicurarne il rispetto. Mi domando quanto questa giungla di tribunali, trattati e istituzioni sovranazionali possa mettere in pericolo la solidità dell’articolo 7 e del nostro katékhon in futuro: se passerà il principio che una parte, anche piccola, del Concordato viola addirittura i diritti dell’uomo, beh c’è da chiedersi se non farà la stessa fine l’insegnamento della religione cattolica. Che dire poi dei rapporti economici fra lo Stato e la Chiesa? In un mondo in cui l’aborto potrebbe presto diventare un diritto dell’uomo e le critiche allo stile di vita gay un crimine da punire con tanto di gendarmi, chi può garantire che il Vaticano come istituzione non finisca presto nel mirino? Pensa solo all’ultimo Sinodo sull’Africa e domàndati se i Signori di questo mondo abbiano gradito... Mi dirai che è impossibile; in fondo la Santa Sede ha tanti Stati amici e un prestigio internazionale notevole. Ti dirò: al congresso di Parigi del 1856 le critiche allo Stato Pontificio e al Regno delle Due Sicilie, suo grande amico, anticiparono di pochi anni la spedizione dei Mille e nella presa di Porta Pia. Vuoi vedere che a pensar male si sbaglia, ma ci si azzecca sempre?».

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Ringrazio David per la precisazione, quanto mai opportuna, che la Corte europea dei diritti dell’uomo non è una istituzione dell’Unione Europea. Condivido, allo stesso tempo, la preoccupazione per “questa giungla di tribunali, trattati e istituzioni sovranazionali”, che sono saldamente in mano a poteri oscuri e sfuggono a qualsiasi controllo democratico. Tale sentenza è solo un “assaggio” di quanto ci attende in futuro: i nostri spazi di libertà si stanno via via riducendo; senza accorgercene, ci stiamo a poco a poco incamminando verso un regime totalitario.

Condivido anche l’applicazione del concetto di katechon alla realtà italiana. Effettivamente dobbiamo essere grati alla Costituzione italiana per aver garantito in questi anni alla Chiesa una piena libertà di movimento. Una laicità positiva opposta al giacobinismo imperante nelle istituzioni europee.

Tale katechon verrà tolto di mezzo dall’Europa? Speriamo di no. La sollevazione — direi pressoché unanime — di questi giorni in Italia, mi sembra un buon segnale. So bene che non c’è da farsi illusioni: è ovvio che questa reazione bipartisan non significa che gli italiani sono tutti dei buoni cattolici. Ma non importa. Anche il solo attaccamento esteriore a questo simbolo della nostra fede è di un’importanza fondamentale. Non facciamo l’errore di cadere nel fondamentalismo cattolico, per cui solo i praticanti sono buoni cristiani. È importante che quel simbolo resti appeso alle pareti delle scuole e dei luoghi pubblici, perché, in tal modo, rimarrà per tutti un salvagente a cui aggrapparsi nei momenti di pericolo.

La Santa Sede in pericolo? Tutto è possibile: la storia ci insegna che il Papato ha dovuto subire nel corso dei secoli le prove piú dure; ma ne è sempre uscito vittorioso. Dove sono ora quei potenti che in passato si illusero di eliminarlo? La Sede Apostolica invece è ancora lí, pronta a sfidare i potenti di turno. I quali dovrebbero essere imparare qualcosa dalla storia; ma so che non lo faranno, essendo essi solo le marionette di un “mistero di iniquità” che le trascende.

[Fonte: http://querculanus.blogspot.com/2009/11/mysterium-iniquitatis.html]

mercoledì 4 novembre 2009

La Corte europea e il Crocifisso

Secondo una sentenza emessa dalla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo la “presenza del crocifisso” nelle aule scolastiche contrasta con il “pluralismo educativo” che dovrebbe caratterizzare una “società democratica”: la sentenza è mirata sull’Italia e accoglie il ricorso di una cittadina italiana di origine finlandese che non voleva il crocifisso nelle aule dei suoi figli e si era vista dare torto – in Italia – sia dalla Corte Costituzionale sia dal Consiglio di Stato. È la laicità radicale dell’Europa che rifluisce sul nostro paese, il quale ha già presentato ricorso contro la sentenza.

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Comunicato CEI - La decisione della Corte di Strasburgo suscita amarezza e non poche perplessità. Fatto salvo il necessario approfondimento delle motivazioni, in base a una prima lettura, sembra possibile rilevare il sopravvento di una visione parziale e ideologica. Risulta ignorato o trascurato il molteplice significato del crocifisso, che non è solo simbolo religioso ma anche segno culturale. Non si tiene conto del fatto che, in realtà, nell’esperienza italiana l’esposizione del crocifisso nei luoghi pubblici è in linea con il riconoscimento dei principi del cattolicesimo come “parte del patrimonio storico del popolo italiano”, ribadito dal Concordato del 1984. In tal modo, si rischia di separare artificiosamente l’identità nazionale dalle sue matrici spirituali e culturali, mentre “non è certo espressione di laicità, ma sua degenerazione in laicismo, l’ostilità a ogni forma di rilevanza politica e culturale della religione; alla presenza, in particolare, di ogni simbolo religioso nelle istituzioni pubbliche”.

[Un po' tiepidina, come reazione! I vescovi italiani evocano il concetto di laicità e indicano in una espressione del laicismo, sua degenerazione, l'accaduto. Esiste infatti una laicità positiva: quando essa significa che a nessuno può essere imposto un qualsiasi credo religioso contro la sua volontà. Esiste, poi, il laicismo, che è altra cosa, cioè il voler imporre alla società una nuova religione che consiste principalmente nell'eliminare e disprezzare ogni credo religioso. La sentenza di Strasburgo è indubbiamente laicista. E qui sta l'inganno diabolico degli apostoli di questa nuova religione: si spacciano per esseri super partes, per tutori del diritto e del bene comune, invece sono gli zeloti di un credo non poco fanatico, che vogliono imporre con mezzi subdoli, dato che a viso aperto sarebbe loro impossibile. Ma se un segno come il Crocifisso diventa solo tradizione culturale, per quanto universale e alta, e non Verità assoluta, potrà essere un giorno superata e, prima o poi, sostituita da qualcos’altro. Il Crocifisso (non la Croce vuota protestante) non è un simbolo equiparabile agli altri SIMBOLI religiosi... esso è infatti UN SEGNO (la croce vuota è il simbolo) ben distinto, dal momento che nessun simbolo religioso può vantare LA MORTE DEL FIGLIO DI DIO SULLA CROCE PER AMORE DELL'UOMO.- ndR]

Vedi anche (riguarda l'Islam, ma non è da meno)

La nuova Europa. Gesù abolito per decreto

Dopo aver mandato al macero le sue radici cristiane, l'Europa lancia una battaglia contro il crocefisso. La Corte europea dei diritti umani ha sancito che la sua esposizione nelle classi offende, viola la libertà di coscienza, discrimina i bambini di diversa confessione religiosa.
Il ricorso era stato presentato da una cittadina italiana di origine finlandese, residente ad Abano Terme, Soile Lautsi, che nel 2002 aveva chiesto all'istituto statale "Vittorino da Feltre", frequentato dai suoi due figli, di togliere il crocefisso dalle aule perché la presenza dello stesso costituiva una violazione del principio di laicità dello Stato. A nulla, tuttavia, erano serviti i reclami e i ricorsi davanti ai tribunali italiani.
La reazione del governo italiano a questa decisione non si è fatta attendere e il ministro degli Esteri, Franco Frattini ha dichiarato: «Faremo ricorso. L'identità cristiana è la radice dell'Europa. La Corte ha dato un colpo mortale alla possibilità che l'Unione europea cresca e non sia solo un'Europa dei mercati». Frattini ha messo in evidenza come la sentenza vada criticata «anche per le implicazioni che potrà avere nel momento in cui stiamo cercando la vicinanza tra le religioni». Per il ministro in questo modo «si dà una picconata alla religione cristiana» e in questo modo si crea «un pessimo precedente anche per le altre religioni».
Il giudice Nicola Lettieri, rappresentante del governo italiano presso la Corte Europea, ha già annunciato che il ricorso si baserà essenzialmente su due.
Primo: il crocefisso è un simbolo religioso, «ma con una portata umanistica legata all'etica e alla tradizione nazionale». Secondo, lo Stato italiano non «è laico, ma concordatario», cioè «si toglie alcune prerogative per darle a una religione dominante ». Il ricorso, ha spiegato il dottor Lettiera, sarà presentato a un mini-tribunale di cinque giudici, i quali poi decideranno l'ammissibilità alla Grande Chambre. La Conferenza episcopale italiana ha sottolineato «l'amarezza e le non poche perplessità» che suscita questa sentenza, soprattutto per il «sopravvento di una visione parziale e ideologica ». Secondo i vescovi italiani «si rischia di separare artificiosamente l'identità nazionale dalle sue matrici spirituali e culturali, mentre, citando le parole di papa Benedetto XVI, "non è certo espressione di laicità, ma sua degenerazione in laicismo, l'ostilità a ogni forma di rilevanza politica e culturale della religione; alla presenza, in particolare, di ogni simbolo religioso nelle istituzioni pubbliche».
Un coro di proteste e accuse si è levato da tutto il mondo politico. Il ministro dell'Istruzione, Mariastella Gelmini ha dichiarato: «La presenza del crocefisso in classe non significa adesione al Cattolicesimo, ma è un simbolo della nostra tradizione. La storia d'Italia passa anche attraverso simboli, cancellando i quali si cancella una parte di noi stessi». Per il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi la decisione della Corte europea «è un duro colpo alla coabitazione europea. La croce non è un simbolo solo per i credenti, è il simbolo del sacrificio per la promozione umana che viene riconosciuto anche per i non credenti». Il ministro dei Beni culturali, Sandro Bondi, ha sottolineato che siamo in presenza di un Europa che si allontana «da quell'idea che De Gasperi,Adenauer e Schuman hanno posto a fondamento del progetto unitario del nostro continente. Di questo passo il fallimento è inevitabile ». Ancora più duro è stato il leader dell'Udc, Pier Ferdinando Casini che «la scelta della Corte Europea di bocciare la presenza del crocefisso nelle scuole è la prima conseguenza della pavidità dei governanti europei, che si sono rifiutati di menzionare le radici cristiane nella Costituzione Europea. Comunque nessun crocifisso nelle aule scolastiche ha mai violato la nostra libertà religiosa, né la crescita e la libera professione delle fedi religiose. Quel simbolo è un patrimonio civile di tutti gli italiani, perché è il segno dell'identità cristiana dell'Italia e anche dell'Europa». Ma non è la prima volta che il crocefisso in classe finisce al centro di polemiche. Il presidente dell'Unione musulmani d'Italia, Adel Smith presentò nel 2003 ricorso al Tribunale dell'Aquila contro l'istituto comprensivo "Navelli" per far rimuovere il crocifisso esposto nelle aule, a partire dalla scuola materna ed elementare di Ofena, frequentata dai suoi figli. Il ricorso venne accolto, ma dopo la contestazione dell'Avvocatura generale dello Stato il Tribunale dell'Aquila sospese l'ordine di rimozione per difetto di giurisdizione del Tribunale ordinario. «La questione spetta al Tar», dichiararono i magistrati abruzzesi. E così la cittadina italiana di origine finlandese, Soile Lautsi, presentò ricorso nel 2003 al Tar del Veneto per chiedere che dalle aule della scuola venga tolto il simbolo religioso. A febbraio 2004, la polemica arrivò anche a Bagno di Ripoli, in provincia di Firenze, dove il crocifisso è bandito dalle scuole da 30 anni. Forza Italia e Udc presentarono in Consiglio comunale un ordine del giorno che proponeva l'acquisto di crocefissi e ritratti del Presidente della Repubblica nelle scuole pubbliche elementari e medie, ma non se ne fece nulla. Nel dicembre 2004, a voler togliere il crocifisso dal muro fu un insegnante dell'istituto per geometri "Giovanni Cena" di Ivrea. In questo caso il Consiglio d'istituto decise che il simbolo religioso tornasse in classe, purché le classi ne facciano richiesta. Nel 2005 la questione investì anche i seggi elettorali. L'avvocato Dario Visconti, legale del presidente dell'Unione musulmani d'Italia avanzò una richiesta al Tribunale de L'Aquila, affinché «in occasione delle elezioni regionali e per tutte quelle future» il giudice ordinasse ai Prefetti di rimuovere i simboli religiosi, e quindi, di fatto, il crocefisso, da tutti i seggi in Italia.
Durante il referendum sulla fecondazione assistita, il giudice riminese Luigi Tosti, assieme alla moglie, si rifiutò di votare perché nel seggio non gli veniva consentito di esporre, accanto al crocefisso , anche la menorah ebraica. La battaglia del giudice era iniziata quando Tosti incrociò le braccia rifiutandosi di tenere le udienze nelle aule in cui era esposto solo il crocefisso e non anche altri simboli religiosi. Il tribunale dell'Aquila condannò Tosti a sette mesi di reclusione con l'interdizione dai pubblici uffici per un anno, accusato di omissione di atti di ufficio per essersi rifiutato di celebrare i processi nel tribunale di Camerino. Ma la Cassazione nel 2009 annullò la condanna perché "il fatto non sussiste". La Corte europea ha riaperto un capitolo che alimenta il dibattito e le polemiche.
Francesco De Felice
© Copyright Liberal, 4 novembre 2009

lunedì 19 ottobre 2009

Benedetto XVI. Un "rischio" dimenticare le radici cristiane dell'Europa

Dimenticare le radici cristiane dell’Europa è esporre il continente europeo al “rischio” di vedere il suo “slancio originale soffocato dall’individualismo e dall’utilitarismo”.
E’ quanto ha sottolineato papa Benedetto XVI ricevendo questa mattina in Vaticano le Lettere credenziali di Yves Gazzo, capo della delegazione della Commissione delle Comunità Europee presso al Santa Sede.
Per essere “uno spazio di pace e stabilità”, ha detto il Papa – l’Unione Europea non deve dimenticare i valori che “sono frutto una lunga e silenziosa storia nella quale, nessuno potrà negarlo, il cristianesimo ha giocato un ruolo di primo piano. L’uguale dignità di tutti gli esseri umani, la libertà dell’atto di fede come radice di tutte le altre libertà civili, la pace come elemento decisivo del bene comune”.
“Quando la Chiesa – ha proseguito il Santo Padre – ricorda le radici cristiane dell’Europa, non lo fa per chiedere uno statuto privilegiato per se stessa. Vuole fare opera di memoria storica”, ricordando ”l’ispirazione decisamente cristiana dei Padri fondatori dell’Unione Europea”. Verità – ha aggiunto il Papa - “sempre più taciuta”. Ma “più profondamente”, la Chiesa “desidera affermare anche che il solco dei valori risiede principalmente nella eredità cristiane che continua ancora oggi a nutrirlo”.
Questi valori – ha proseguito Benedetto XVI non costituiscono un “aggregato aleatorio, ma formano un insieme coerente che si ordina e si articola, a partire da una visione antropologica precisa”. Il Papa, a questo punto, pone alcuni interrogativi: “L’Europa – chiede - può omettere il principio organico originale di questi valori che ha rivelato all’uomo sia la sua eminente dignità sia il fatto che la sua vocazione personale lo apre a tutti gli altri uomini con i quali è chiamato a costituire una sola famiglia? Lasciarsi andare a questo oblio, non significa esporsi al rischio di vedere questi grandi e bei valori entrare in concorrenza o in conflitto gli uni contro gli altri? O ancora che questi valori rischiano di essere strumentalizzati da individui e gruppi di pressione desiderosi di far valore interessi particolari a scapito di un progetto collettivo ambizioso, che gli europei perseguono, avendo come scopo il bene comune degli abitanti del Continente e dell’intero mondo? Questo pericolo è stato più volte percepito e denunciato da numerosi osservatori appartenenti ad orizzonti diversi. E’ importante che l’Europa non lasci che il suo modello di civiltà si disfi a poco a poco. Il suo slancio originario non deve essere soffocato dall’individualismo dall’utilitarismo”.
Anche le “immense risorse intellettuali, culturali ed economiche” di cui l’Europa è ricca, “continueranno a portare frutto se rimarranno fecondate dalla visione trascendente della persona umana che costituisce il tesoro più prezioso dell’eredità europea”. Si tratta di una “tradizione umanista” che – ha detto papa Benedetto XVI – “rende l’Europa capace di affrontare le sfide di domani e di rispondere alle attese della popolazione”. Si tratta – ha poi spiegato il Papa entrando nei particolari – di trovare il “giusto e delicato equilibrio tra l’efficacia economica e le esigenze sociali, della salvaguardia dell’ambiente, e soprattutto dell’indispensabile e necessario sostegno alla vita umana dal suo concepimento fino alla morte naturale e alla famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna”.

© Copyright Sir

venerdì 9 ottobre 2009

I monaci hanno fatto l'Europa

I monaci hanno fatto l'Europa,
ma non l'hanno fatta consapevolmente.
La loro avventura è anzitutto, se non esclusivamente,
un'avventura interiore,
il cui unico movente è la sete.
La sete d'assoluto.
La sete di un altro mondo,
di verità e di bellezza,
che la liturgia alimenta,
al punto da orientare lo sguardo
verso le cose eterne;
al punto da fare del monaco
un uomo teso con tutto il suo essere
verso la realtà che non passa.
Prima di essere delle accademie di scienza
e dei crocevia della civiltà,
i monasteri sono delle dita silenziose
puntate verso il cielo,
il richiamo ostinato, non negoziabile,
che esiste un altro mondo,
di cui questo non è che l'immagine,
che lo annuncia e lo prefigura.

dom Gerard Calvet

lunedì 5 ottobre 2009

CCEE: Messaggio per l'Europa dei Presidenti delle 36 Conferenze Episcopali

(Parigi) - “L’edificazione dell’Europa è davvero un’avventura che vale la pena vivere. Ognuno vi può trovare il proprio posto, la presenza di ognuno è attesa. Più che mai, la strada si apre davanti a noi. Non è il momento di rallentare la marcia o di fermarsi sul bordo del sentiero”. Così scrivono i presidenti delle 36 Conferenze episcopali europee nel messaggio finale della loro assemblea, che si è conclusa ieri mattina a Parigi con una celebrazione eucaristica in Notre Dame. Riuniti nella capitale francese per l’annuale incontro promosso dal Ccee (Consiglio delle Conferenze episcopali europee) cardinali e vescovi hanno affrontato il tema del rapporto Stato-Chiesa in Europa. “Vent’anni fa – ricordano – abbiamo assistito a un grande momento: la caduta del muro di Berlino. Questo evento, destinato a segnare la storia, non è spuntato come un meteorite caduto dal cielo. Esso è stato preparato da uomini convinti e coraggiosi che non si sono tirati indietro per mancanza di libertà”.
Il messaggio fa memoria di quanti “hanno rischiato la vita e hanno lottato per questa libertà”: “Solidarnosc”, “le lotte per una più grande solidarietà e un maggiore rispetto della dignità umana” nei Paesi dell’Europa centrale e dell’Est, ma anche “il ruolo di primo piano di papa Giovanni Paolo II e della sua visione lungimirante di un’Europa basata sui fondamenti della fede, del bene comune e della pace”. “Tanti – prosegue – hanno intravisto, nella caduta del muro di Berlino, il crollo di ben altri muri: quelli dell’odio, della paura, della menzogna e di un’ideologia spietata”. Una “nuova libertà” che “è stata un’occasione di grazia per le Chiese”, le quali “hanno ritrovato una libertà d’azione, d’organizzazione e d’evangelizzazione”. I vescovi riconoscono che “questo processo non si è ancora compiuto in tutti i Paesi e le contese legate al passato non sono ancora risolte”, tuttavia evidenziano il “cammino percorso in questi vent’anni”, “formidabile pedana di lancio per l’avventura europea”. Il documento cita le occasioni d’incontro tra “cittadini europei” che “hanno riletto insieme la loro storia”, ma anche “l’onda d’immigrazione che ha segnato alcuni Paesi europei”, la quale “ha certamente contribuito a promuovere un certo benessere, ma ha fatto nascere anche nuove difficoltà, separando le famiglie o obbligandole a sradicarsi dal loro quadro di vita abituale”.
“Vent’anni dopo – osservano i rappresentanti delle Conferenze episcopali – constatiamo che questo straordinario slancio europeo, con una forte connotazione etica, si è enormemente indebolito. Il forte tasso di astensione durante le ultime elezioni parlamentari europee è un importante indicatore in tal senso. Le speranze riposte nell’edificazione dell’Europa non si sono veramente realizzate fino ad oggi”. Tra i “fattori” che hanno portato in tale direzione, il messaggio individua in primo luogo “un incremento dei consumi”: ma “l’acquisizione di beni sempre nuovi”, denuncia il Ccee, “non potrà mai colmare il cuore dell’uomo”. In secondo luogo, l’individualismo di una società che “vuole dare tutto lo spazio possibile all’individuo, alle sue scelte e alla ricerca della sua piena realizzazione personale”, ma corre il rischio “di rinchiuderlo unicamente nella difesa dei suoi interessi o dei vantaggi acquisiti”. A tal proposito osserva che “una società in cui ognuno, ogni gruppo, ogni nazione difende soltanto i propri interessi non può essere che una giungla”. Terzo, il relativismo etico, riguardo al quale il documento esprime preoccupazione “per le numerose proposte di legge, nei nostri Paesi o presso le istituzioni europee, che vanno contro il bene autentico dell’uomo e della società”.
Dopo l’analisi delle difficoltà, la speranza: “La crisi che oggi l’Europa sta attraversando è grave. Il calo del tasso di natalità e il futuro della sua demografia non spingono certo all’ottimismo. Tuttavia, non vogliamo fare la parte dei profeti di sventura. Non è mai sicuro che le cose peggiorino! La nostra fede ci porta ad avere sulla società europea, nella quale viviamo, uno sguardo lucido e pieno di speranza”. “Constatiamo – affermano cardinali e vescovi che hanno partecipato all’assemblea del Ccee - in molti nostri contemporanei l’aspirazione a una vita che sia fonte di pace interiore, di gioia e di fiducia. Molti giovani sono disposti a impegnarsi per una maggiore fratellanza e solidarietà nel mondo. Per promuovere il bene comune e rispettare il nostro ambiente, molti uomini e donne si dichiarano disposti ad affrontare dei sacrifici, a condizione che siano equamente ripartiti. La difesa della vita, dal concepimento alla morte naturale, non è una causa persa”. A sostenere queste affermazioni non “un ottimismo umano”, ma “una visione dell’uomo” che è quella del Vangelo e “che, oggi come ieri, vogliamo mettere al servizio dell’edificazione dell’Europa”. Perciò, concludono, “l’edificazione dell’Europa è davvero un’avventura che vale la pena vivere”.


[Fonte SIR 5 ottobre 2009]

lunedì 28 settembre 2009

Il Papa nella Repubblica Ceca

Il breve e intenso viaggio del Papa nella Repubblica Ceca, a vent’anni dalla caduta del Muro e dei regimi comunisti, è stato anche un viaggio alla ricerca e per la costruzione dell’Europa. Un’Europa che non è espressione geografica o politica, ma una “casa”, una “patria spirituale”, in cui il cristianesimo ha giocato e continua a giocare un ruolo fondamentale “per la formazione della coscienza di ogni generazione e per la promozione di un consenso etico di fondo”. Queste sono le “radici cristiane”, di cui tanto si è parlato e su cui Benedetto XVI rilancia.
Il totalitarismo comunista ha lasciato macerie, con “la riduttiva ideologia del materialismo, la repressione della religione e l’oppressione dello spirito umano. Nel 1989, tuttavia, il mondo è stato testimone in maniera drammatica del rovesciamento di una ideologia totalitaria fallita e del trionfo dello spirito umano”, ha detto incontrando gli intellettuali.
Non mancano gli interrogativi sul futuro, per cui “passato il periodo di ingerenza derivante dal totalitarismo politico, di frequente oggi nel mondo l'esercizio della ragione e la ricerca accademica sono costretti – in maniera sottile e a volte nemmeno tanto sottile – a piegarsi alle pressioni di gruppi di interesse ideologici e al richiamo di obiettivi utilitaristici a breve termine o solo pragmatici”. Per questa via però “le nostre società non diventeranno più ragionevoli o tolleranti o duttili, ma saranno piuttosto più fragili e meno inclusive, e dovranno faticare sempre di più per riconoscere quello che è vero, nobile e buono”. Si apre uno spazio di confronto, di competizione: “In questo senso la Chiesa cattolica deve comprendersi come minoranza creativa che ha un’eredità di valori che non sono cose del passato, ma sono una realtà molto viva e attuale”.
Ne conseguono, per la Chiesa e i cattolici, tre compiti: il dialogo intellettuale, “il grande dialogo intellettuale, etico ed umano”, l’impegno educativo, la carità. Benedetto XVI suggerisce così di approfondire il dialogo, partendo da una constatazione radicale, la separazione artificiale del Vangelo dalla vita intellettuale e pubblica e, nello stesso tempo, la domanda sulla natura della libertà conquistata. “Di qui – osserva il Papa parlando ai rappresentanti delle altre confessioni e facendo eco all’enciclica Spe salvi – dovrebbe scaturire una reciproca «autocritica dell’età moderna» e «autocritica del cristianesimo moderno», particolarmente riguardo alla “speranza che essi possono offrire all’umanità”. In effetti, “sia la fede che la speranza, nell'epoca moderna, hanno subito come uno «spostamento», perché sono state relegate sul piano privato e ultraterreno, mentre nella vita concreta e pubblica si è affermata la fiducia nel progresso scientifico ed economico”. Ritorna il tema chiave del pontificato, allargare gli orizzonti, per un autentico sviluppo di civiltà.

(Fonte SIR)

sabato 26 settembre 2009

UNIVERSITÀ IN EUROPA: Convegno CCEE, “Niente può sostituirsi all'incontro con Cristo”

“Nessun progetto pastorale e nessun itinerario formativo potrà mai sostituirsi alla libera responsabilità dell’incontro personale con Gesù Cristo nella Parola e nei sacramenti. Piuttosto, ogni progetto pastorale, come ogni itinerario formativo, dovrà preparare e favorire efficacemente questo incontro di grazia”. Lo ha detto don Enrico dal Covolo, della Pontificia Università Salesiana, intervenendo oggi al convegno dei delegati nazionali di pastorale universitaria, promosso dal Ccee (Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa), a Porto (Portogallo), da oggi fino al 27 settembre, sul tema: “La figura del laico nella pastorale universitaria”. Interrogandosi sul futuro della presenza della Chiesa in università, sula scorta delle implicazioni pastorali del discorso che il Papa ha rivolto al recente incontro europeo degli studenti universitari (Roma, 9-12 luglio 2009), il relatore ha affermato che “si tratta ora di tradurre le linee del progetto pastorale per una pastorale universitaria in Europa, elaborate e discusse ormai da tempo, nel concreto delle situazioni locali, sempre di più in itinerari specifici e mirati, che – nel concreto delle situazioni locali, spesso irripetibili, almeno per alcuni aspetti – siano effettivamente in grado di formare gli universitari cattolici dell’Europa come ‘nuovi discepoli di Emmaus’”.

venerdì 4 settembre 2009

Cultura: Mostra Cartografica a Loreto sulle origini cristiane dell'Europa

Verrà inaugurata a Loreto domenica 6 settembre la mostra cartografica “Viaggio nell’antica cartografia d’Europa: dalle origini cristiane all’Unione Europea”. La mostra – promossa dalla Delegazione Pontificia e dal Centro Studi Lauretani e ospitata nella Sala degli Svizzeri del Museo Antico Tesoro - presenta un’interessante collezione di antiche carte geografiche d’Europa, dal XVI alla fine del XVIII secolo che segnarono la cristianizzazione dell’Europa. Alla inaugurazione saranno presenti Carlo Casini, parlamentare europeo e presidente del “Movimento per la Vita” e mons. Giovanni Tonucci, Delegato Pontificio di Loreto che ha detto: “Loreto è il cuore mariano dell’Europa e con questa mostra si vuole sottolineare la vocazione spirituale e cristiana del vecchio continente, che le sfide del mondo di oggi, proiettato verso un futuro sempre più impegnativo ed esigente, invitano ad una rinnovata coerenza di fede e di cultura”. Fr. Stefano Vita, direttore del Centro Studi Lauretani, ha precisato che “la mostra è stata voluta per sensibilizzare e informare in particolare le nuove generazioni sulle origini dell'Europa”. Altra iniziativa che spinge Loreto oltre i confini dell’Italia, è il “IV Festival organistico Lauretano” che dal 26 settembre l 13 dicembre, farà tappa a Madrid, Cracovia, Lugano, Parigi.


[Fonte SIR 3 settembre 2009]

sabato 15 agosto 2009

La trappola Islam

E’ incredibile e sconsolante che nessuno rilevi il VERO problema e che tutti ne facciano solo una questione di libertà di confessione religiosa. Questa purtroppo è l’ottica dell’occidente che ha paura di guardare il nemico negli occhi perché crede che il suo modo di vivere libero e democratico sia un diritto acquisito e che non esite bisogno di impegnarsi, con la forza se necessario, a difenderlo. L’abbiamo fatto in passato (cioè gli americani e gli inglesi lo hanno fatto per noi) per liberarci del nazismo e del comunismo ed è grazie alla loro sconfitta che oggi tra tutti i sistemi al mondo viviamo in quello migliore perché è basato sullo stato di diritto.

Ma andiamo al problema: la trappola è considerare l’Islam come una religione mentre in verità è un’ideologia ed un intero sistema sociale e politico. In questi termini l’Islam e la cultura democratica occidentale sono totalmente INCOMPATIBILI perché l’Islam è un sistema basato sul corano che ne stabilisce tutte le regole di vita e di diritto. E’ per questo che l’Islam non si integra nei paesi dove si stabilisce ma costruisce una società parallela con le sue regole. E’ questo il pericolo mortale per l’Europa. I fatti dimostrano che in ogni società dove i cittadini musulmani raggiungono il 20-30% della popolazione e dove questi si inseriscono nel tessuto sociale e politico si islamizza nel senso negativo del termine, cioé la società regredisce, le libertà individualii si riducono, la liberta di espressione de facto scompare perché non si può criticare l’Islam etc. etc.

Vorrei ricodare che oggi in Inghilterra esistono 80 tribunali islamici il che é una vergogna e la resa dell’Inghilterra all’Islam è un’indicatore forte dell’incapacità dell’Europa a difendersi. L’illusione di potere integrare l’Islam è totalmente rifutata dai fatti, non vi è un paese dove questo è successo fino ad ora e ogni paese che si è islamizzato ha fatto un percorso di radicalizzazione. Tutti i paesi islamici sono delle dittature religiose.

Cosa rischia quindi l’Europa? In un primo tempo certe città diventeranno delle piccole Libano dove quartieri musulmani faranno la guerra ai quartieri non musulmani e quando l’invasione demografica arriverà ad un certo livello i nostri paesi si islamizzeranno totalmente. Naturalmente prima che questo succeda nasceranno delle guerre civili. Sembra tutto impossibile? Non lo è perché l’Islam ha un obiettivo, islamizzare l’Europa e lo persegue con metodo ed accanimento, istruendo una generazione intera alla guerra santa ed all’odio verso l’occidente. Avete mai visto cosa predicano nelle scuole in medio oriente? E cosa dicono il loro testi scolastici e storici? Purtoppo l’Europa è un entità debole politicamente e militarmente, non ha veri leader ed ha PAURA. Oltre tutto gli Europei hanno gli occhi chiusi e, mentre i musulmani ci invadono, credono ancora che sia del folkore che non ci riguarda o che prima o poi anche loro diventeranno occidentali. Non é così e non lo é mai stato.

I musulmani la democrazia non l’hanno mai conosciuta , come facciamo a pensare che l’adottino adesso? Ha ragione il sig. Tornielli a dire di ricordare e chiedere giustizia ma a chi e come? L’Islam non gioca sullo stesso terreno nostro: è in un processo di conquista (subdola da una parte e violenta dall’altra).

Dobbiamo finalmente riconoscere che l’Islam è una minaccia mortale per le nostre società ed agire di conseguenza, con la forza se necessario. Dobbiamo fermare l’immigrazione Islamica, fare rispettare le nostre leggi e non fare concessioni di alcun tipo. Dobbiamo anche esigere reciprocità in termini di libertà di culto Cristiano nei paesi musulmani. Se questo l’Europa non lo farà, se non sarà capace di fare un’altra guerra (diplomatica o con le armi), i suoi giorni sono contati. L’ISLAM MODERATO NON ESISTE e i nostri figli e le nostre figle devono nascere e vivere liberi! Un'ultima cifra, oggi i musulmani in Europa sono ca. 30 milioni (ca. il 10% della popolazione).

La massa critica la raggiungeremo tra ca. 5-8 anni se non facciamo nulla. Europa alzati e difendi la tua civiltà che ti sei costruita in un millennio e che l’Islam vuole portarti via!! Guarda negli occhi il nemico!!

Theo de Jong

sabato 8 agosto 2009

Un'apostasia che inquieta l'Europa

Ampi stralci di una lezione tenuta dal prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi ai docenti e agli studenti della University of Notre Dame nell'Indiana (Stati Uniti).
di Angelo Amato

Cosa comporta per l'Europa il distacco dal cristianesimo? Nel 2005 il cardinale Joseph Ratzinger, lamentava la crisi religiosa e morale del continente europeo, dove "si è sviluppata una cultura che costituisce la contraddizione in assoluto più radicale non solo del cristianesimo, ma delle tradizioni religiose e morali dell'umanità" (L'Europa di Benedetto nella crisi delle culture, Siena, Cantagalli, 2005, p. 37).
E difatti nella Costituzione europea manca ogni riferimento a Dio e alle radici cristiane della sua civiltà. In tal modo si dimentica che la struttura profonda di una società è spirituale e culturale, più che politica ed economica. E si sfigura l'identità europea.
L'accento sulle radici cristiane dell'Europa è un'offesa ai non cristiani, oggi massicciamente presenti nel vecchio continente?
"Chi verrebbe offeso? - si chiedeva il cardinale Ratzinger - L'identità di chi viene minacciata?
I musulmani, che a tale riguardo spesso e volentieri vengono tirati in ballo, non si sentono minacciati dalle nostre basi morali cristiane, ma dal cinismo di una cultura secolarizzata che nega le proprie basi. E anche i nostri concittadini ebrei non vengono offesi dal riferimento alle radici cristiane dell'Europa, in quanto queste radici risalgono fino al monte Sinai: portano l'impronta della voce che si fece sentire sul monte di Dio e ci uniscono nei grandi orientamenti fondamentali che il decalogo ha donato all'umanità. Lo stesso vale per il riferimento a Dio: non è la menzione di Dio che offende gli appartenenti ad altre religioni, ma piuttosto il tentativo di costruire la comunità umana assolutamente senza Dio" (p. 40).
La motivazione di questo duplice "no", a Dio e alla radici cristiane, risiede nel presupposto che soltanto la cultura razionalistica radicale può costituire l'identità europea. Ma la tragica storia dell'Europa del secolo scorso ha dimostrato che la libertà umana, sganciata da Dio e dalla sua legge, conduce a un dogmatismo che, alla fine, umilia l'uomo, sopprimendone la libertà. Le ideologie atee naziste e comuniste non hanno prodotto paradisi terrestri, ma solo tragici regimi di terrore, che hanno negato dignità e libertà all'essere umano, alle vittime e agli stessi carnefici.
La risposta cristiana al secolarismo ateo è fondata sull'esperienza dei secoli, sulla regula aurea, secondo la quale "vivere nella verità può cambiare quello che nella storia sembra incambiabile".
Nell'Europa contemporanea l'emancipazione da Dio e la negazione della sua legge produce comportamenti pratici biasimevoli. Come per l'economia e la politica, anche per la biomedicina e la biotecnologia, una ricerca sganciata dall'etica permette all'uomo di disporre impunemente della vita di altri esseri umani, soprattutto dei più deboli e indifesi. Una "biopolitica", che non fa riferimento alla legge naturale, può permettere, ad esempio, l'annientamento dei feti, la manipolazione degli embrioni considerati semplice materiale biologico, la clonazione, l'ibridazione, la contraccezione, l'eutanasia. La vita perde la sua inviolabilità e l'essere umano smarrisce la sua identità. Si intacca, poi, la stessa nozione di "famiglia" come comunità composta dal padre, dalla madre e dai figli. Si permette il "matrimonio" non più solo tra uomo e donna e si ammette l'adozione di bambini anche da parte di coppie omosessuali.
Se questa è l'Europa - ci si può chiedere - perché insistere sulle sue radici cristiane dal momento che essa si riscopre culturalmente aliena al cristianesimo?
La risposta risiede nel fatto che l'Europa non si comprende senza il cristianesimo. Essa perde la sua identità e la sua originalità. La storia europea mostra che il "concetto Europa" è una costruzione plurimillenaria costituita da strati diversi e complementari (Joseph Ratzinger, Chiesa, ecumenismo e politica. Nuovi saggi di ecclesiologia, Cinisello Balsamo, San Paolo, 1987, pp. 207-221).
Il primo strato è offerto dalla civiltà greca. L'Europa come parola e come concetto geografico e spirituale è una creazione greca. Gli elementi di questa grecità potrebbero essere così sintetizzati: diritto della coscienza, relazione tra ratio e religio, affermazione della democrazia in armonia vincolante con ciò che è giusto e retto.
Il secondo è dato dall'eredità cristiana, dal suo umanesimo, che in Gesù Cristo opera la sintesi tra la fede d'Israele e lo spirito greco.
Il terzo strato è costituito dall'eredità latina. Nella storia l'Europa è stata identificata con l'occidente, e cioè con la sfera della cultura e della Chiesa latina, che, però, abbracciava, oltre ai popoli romanici, anche i germani, gli anglosassoni e una parte degli slavi. La res publica christiana non era certo una realtà europea politicamente costituita, ma si muoveva in un insieme di cultura unitaria, visibile nei sistemi giuridici, nelle università, nei concili, negli ordini religiosi, nella circolazione della vita ecclesiale. Il tutto aveva Roma come suo centro.
Infine, l'eredità dell'era moderna costituisce il quarto strato dell'Europa. Gli elementi di tale eredità sono: la distinzione tra Stato e Chiesa, la libertà di coscienza, i diritti umani e l'autoresponsabilità della ragione.
Tutti questi diversi elementi sono stati portati a unità dalla Chiesa di Cristo, che è stata la matrice della civiltà europea, della sua difesa e della sua diffusione nel mondo.
Nel volume Come la Chiesa cattolica ha costruito la civiltà occidentale (Siena, Cantagalli, 2007, pagine 272, euro 18,50), Thomas E. Woods jr. elenca il molteplice contributo che la Chiesa cattolica ha apportato alla civiltà europea, con i monasteri, le università, la ricerca scientifica, l'arte, il diritto internazionale, l'economia, la carità, l'etica, e soprattutto con la libertà.
Di conseguenza, l'Europa del futuro non può essere solo il prodotto di una unificazione politica ed economica, ma anche la sintesi dei valori ereditati dalla tradizione. Dovrebbe, quindi, tener conto delle sue radici greche e dell'intima relazione tra democrazia ed eunomìa, fondando le sue leggi su norme morali rispettose della legge naturale. Dovrebbe, inoltre, vincolare il suo diritto pubblico al rispetto dei valori morali del cristianesimo, non relegando Dio nel solo spazio privato, ma riconoscendolo pubblicamente come valore supremo. Un ateismo esasperato non garantirebbe la sopravvivenza di uno Stato di diritto.
Per questo la Chiesa cattolica, soprattutto mediante il magistero papale sia di Giovanni Paolo II con la sua esortazione postsinodale Ecclesia in Europa, sia di Benedetto XVI, con le tre esemplari lezioni di Ratisbona (12 settembre 2006), di Roma (università La Sapienza, 18 gennaio 2008) e di Parigi (13 settembre 2008), non si appiattisce sull'agenda del secolarismo ideologico e politico, ma continuamente sollecita un atteggiamento di "laicità positiva", che valorizzi l'apporto del cristianesimo, con il suo "sì" alla vita, alla libertà, alla democrazia, al rispetto della dignità di ogni essere umano.
Questo atteggiamento sembra richiamare l'appello che Blaise Pascal rivolgeva ai suoi amici non credenti, invitandoli a vivere veluti si Deus daretur. In tal modo nessuno perde la sua libertà e le decisioni morali trovano un fondamento sicuro, di cui hanno urgentemente bisogno.
Con la sua avversione al cristianesimo, la comunità europea è un corpo che cresce sempre di più, ma senza anima. Joseph H. H. Weiler - un ebreo ortodosso, nato in Sud Africa, professore di diritto alla New York University School of Law - analizzando il progetto della costituzione europea, riconosce l'assurdità storica di eliminare il cristianesimo dalla storia moderna europea. Giunge anzi ad affermare che una costituzione europea, che deliberatamente ignora le radici cristiane dell'Europa, sarebbe costituzionalmente illegittima (cfr. Un'Europa cristiana: Un saggio esplorativo, Milano, Biblioteca Universale Rizzoli, 2003, pagine 197, euro 7,50). Un'Europa cristiana, infatti, rispetterebbe i diritti di tutti i cittadini, credenti e non credenti, cristiani e non cristiani. Il deficit delle radici cristiane porta al deficit di democrazia.
Anche Weiler parla di "cristofobia" che si manifesta con accenti e motivazioni diverse. Ad esempio, con l'errata convinzione degli intellettuali euro-pei che considerano la tragedia della Shoah come logica conclusione dell'antigiudaismo storico, mentre è la diretta conseguenza della concezione atea del nazionalsocialismo. Una seconda componente della cristofobia è presente negli epigoni della rivoluzione giovanile degli anni Sessanta che fu sostanzialmente anticristiana. Inoltre, la cristofobia è il contraccolpo psicologico e ideologico alla caduta del comunismo nel 1989 nell'Europa dell'Est dovuta all'influenza straordinaria della personalità di Giovanni Paolo II.
Ma è impensabile sognare un'Europa come "un'area speciale di speranza umana" (preambolo del progetto di costituzione europea) senza gli uomini e le donne, grandi e piccoli, che hanno dato ingegno e creatività alla civiltà europea. Così come è impensabile che l'Europa difenda "i valori universali degli inviolabili e inalienabili diritti della persona umana" senza il fondamento della civiltà cristiana.
Questa apostasia dal cristianesimo, che viene propagandata dalla cronaca quotidiana, in realtà sta sprofondando l'Europa in una grave crisi morale e sociale: "Relativismo, laicismo, scientismo e tutto quello che oggi viene messo al posto della fede sono i veleni, non gli antidoti, i virus che aggrediscono il corpo già malato, non gli anticorpi che lo difendono" (Marcello Pera, Perché dobbiamo dirci cristiani. Il liberalismo l'Europa l'Etica, Milano, Mondadori, 2008, p. 5).
L'esperimento che è in corso oggi in Europa - e cioè vivere come se Dio non esistesse - non sta dando i frutti promessi per tre ragioni. Anzitutto perché il secolarismo, che sta alla base dei diritti civili, non si autogiustifica senza un riferimento forte al bene e al vero. Il secolarismo resta senza fondamento. Mentre, il cristianesimo, con l'idea dell'uomo immagine di Dio, apporta alla società il valore incommensurabile della dignità personale, senza la quale non c'è né libertà, né uguaglianza, né solidarietà, né giustizia (ibidem, p. 6).
Inoltre, da una parte, l'Europa si vanta di essere diventata la terra più scristianizzata dell'Occidente, ritenendo il cristianesimo un ostacolo al suo sviluppo civile; dall'altra, gli europeisti si lamentano di una mancanza di "identità europea" e cercano un'anima alla nuova Europa. Ma senza l'identità cristiana l'Europa non risulta più aperta, più tollerante, più pacifica. Al contrario: "Senza la consapevolezza dell'identità cristiana, l'Europa si distacca dall'America e divide l'Occidente; perde il senso dei propri confini e diventa un contenitore indistinto; non riesce a integrare gli immigrati, anzi li ghettizza o si arrende alla loro cultura; non è in grado di vincere il fondamentalismo islamico, anzi favorisce il martirio dei cristiani in tante parti del mondo e anche in casa propria" (ibidem).
In terzo luogo, si afferma che la libertà consiste nel dare cittadinanza a tutte le libertà e quindi non bisognerebbe insistere sulla religione cristiana, dal momento che la democrazia è religione in se stessa. Si scopre, però, come aveva già visto Platone, che una tale democrazia relativistica è autofagica, divora se stessa. (cfr. Platone, La Repubblica, viii, xi-xiv). Se non c'è più la verità, ma solo la somma delle varie credenze; se non c'è più la legge morale naturale, ma solo l'assoluta libertà dell'individuo, "allora il bene morale può essere solo sottoposto al voto e il voto, si guardi alle nostre legislazioni in materia di bioetica, può decidere che è bene qualunque cosa" (M. Pera, Perché dobbiamo dirci cristiani, p. 7).
L'Europa se vuole ritrovare la sua anima, la sua identità, i suoi fondamenti e la verità delle cose deve dirsi cristiana. I grandi teorici del liberalismo, John Locke, Thomas Jefferson, Immanuel Kant esaltavano la libertà umana, ma ponevano una condizione precisa per poterla realizzare: il rispetto della legge naturale. Ciò che assicurava questo rispetto, per Kant e per gli altri, era il dovere di coscienza di aderire al principio del bene e non a quello del male. E il bene al quale Kant si riferiva con la sua religione nei limiti della ragione era proprio l'etica cristiana.
Sono molte le ragioni che dovrebbero motivare gli europei a dirsi cristiani: la memoria della loro origine; la possibilità di superare la crisi della loro società; la disumanità di un secolarismo autosufficiente e ateo; il mantenimento della stabilità sociale; l'orgoglio dell'universalità della civiltà europea; la fondazione razionale e non pregiudiziale della distinzione tra Stato e Chiesa; la sopravvivenza delle istituzioni sociopolitiche.
Nel 1942 Benedetto Croce scrisse il saggio Perché non possiamo non dirci cristiani. Per lui il cristianesimo era la più grande rivoluzione dell'umanità, che ha prodotto una straordinaria civiltà umana, che ancora oggi sostiene la società contemporanea. Il cristianesimo è al fondo del pensiero moderno e del suo ideale etico. Per Kant, ad esempio, è proprio dell'uomo vivere velut si Deus daretur, anzi, è moralmente necessario ammettere l'esistenza di Dio (Critica della ragion pratica, Bari, Laterza, 1966 p. 156).
"Vivere come se Dio esistesse - commenta Marcello Pera - significa negare all'uomo quel senso di onnipotenza e di libertà assoluta che prima lo esalta e poi lo avvilisce e degrada, riconoscere la nostra condizione di finitezza, essere consapevoli dell'esistenza di limiti etici del nostro agire, che è precisamente uno dei punti del decalogo delle ragioni per cui i liberali devono dirsi cristiani" (Perché dobbiamo dirci cristiani, pp. 57-58).
Velut si Deus daretur è la condizione moralmente necessaria perché l'Europa possa ritrovare la sua identità e coltivare la speranza. L'Europa deve ricordare che all'inizio e in tutto il corso della sua storia c'è il Vangelo: "Il Cristianesimo è l'anima dell'Europa, non perché non si sia mescolato con altre culture, ma perché le ha portate ad unità, le ha articolate, fuse, composte in un quadro che ha fatto della terra in cui sbarcarono Pietro e Paolo il continente cristiano" (ibidem, p. 96).
La tradizione cristiana dell'Europa ha amalgamato nella croce di Cristo la ratio dei Greci, il diritto delle genti dei Romani, le leggi di Mosè. L'Europa è oggi senz'anima perché rifiuta quella cristiana che la storia le ha dato. Non è sufficiente parlare di unità nella diversità o di meticciato di culture, formule evasive e ambigue perché non forniscono identità. Una integrazione presuppone un soggetto integrante. Integrare non significa solo ospitare, accogliere o aggregare.
In conclusione, l'Europa deve dirsi cristiana se vuole unificarsi, se vuole affermarsi come civiltà dei diritti umani fondamentali; se vuole difendersi ed evitare guerre di religione; se vuole superare la stagione tragica del suo recente passato; se intende battere la sua profonda crisi morale.
Perché milioni di persone da altri continenti e da altre culture non cristiane bussano non solo alle porte degli Stati Uniti d'America, ma anche a quelle dell'Europa, invadendola? Lo fanno solo per trovare un lavoro e una migliore condizione di vita? Forse. Ma la ragione più profonda è una sola: perché qui trovano libertà, perché la vera patria dell'uomo non è il suolo dove è nato, ma la terra dove può vivere libero.
Se l'Europa vuole continuare a vivere nella libertà per tutti deve continuare a vivere etsi Deus daretur e a fondarsi sulla tradizione cristiana. Se l'Europa vuole integrare persone provenienti da altre culture non può essere senza identità, ma deve avere ancora fiducia nei suoi valori identitari, apprezzarli e anche avere la serenità di considerarli buoni e, forse, anche migliori di altri. Se non lo fossero, non sarebbero desiderati da milioni di immigrati.
Integrazione significa allora conversione al cristianesimo? Non necessariamente. Integrazione significa adesione ai valori fondamentali della civiltà europea: "Se l'Europa non è un melting pot ma solo un contenitore, è perché non ha energia identitaria sufficiente a fondere il contenuto" (ibidem). La comunità senza Dio che l'Europa mediante il laicismo, il relativismo, lo scientismo e il multiculturalismo sta costruendo non è solo un ostacolo alla sua identità, è anche un impedimento alle politiche di integrazione. Con ciò si propone un nuovo fondamentalismo cristiano? No, perché il cristianesimo, pur riconoscendosi come religione della salvezza universale nel mistero di Cristo, evita il fondamentalismo mediante l'antidoto della libertà religiosa, del rispetto della coscienza individuale, della distinzione tra errore ed errante, del comandamento della carità verso tutti, anche verso i nemici.
L'atteggiamento della Chiesa nei confronti dell'Europa contemporanea rispecchia il messaggio evangelico della carità e della libertà: "Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo" (Marco, 16, 15-16); "Venne fra la sua gente, ma i suoi non l'hanno accolto. A quanti però l'hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio" (Giovanni, 1, 11-12). La Chiesa propone non impone il Vangelo.
Il Vangelo è essenzialmente una buona notizia anche per oggi. Per questo la nostra riflessione sulla situazione del cattolicesimo nell'Europa secolarizzata intende essere una buona notizia.
Il compito della Chiesa in Europa è triplice: proclamare il Vangelo; testimoniarlo con coerenza; annunciare il Vangelo nei moderni areopaghi della cultura, della politica, dei massmedia, dell'educazione dei giovani. Per l'Europa il Vangelo resta anche per il terzo millennio il suo Libro per eccellenza, un libro di vita, di verità e di luce, come è vita, verità e luce Cristo, Parola di Dio incarnata. Riprendiamo in mano questo Libro, divoriamolo, gustiamolo e celebriamolo: questa era l'esortazione del servo di Dio Giovanni Paolo II.
Dal canto suo Benedetto XVI, grande studioso dell'Europa e della sua identità cristiana, a più riprese ha incoraggiato l'Europa a non vergognarsi del Vangelo, ma ad apprezzarlo e a viverlo. A Parigi, nell'incontro con gli intellettuali francesi il 12 settembre 2008, ha affermato: "Per molti, Dio è diventato veramente il grande Sconosciuto (...). Una cultura meramente positivista che rimuovesse nel campo soggettivo come non scientifica la domanda circa Dio, sarebbe la capitolazione della ragione, la rinuncia alle sue possibilità più alte e quindi un tracollo dell'umanesimo, le cui conseguenze non potrebbero essere che gravi. Ciò che ha fondato la cultura dell'Europa, la ricerca di Dio e la disponibilità ad ascoltarLo, rimane anche oggi il fondamento di ogni vera cultura".

(©L'Osservatore Romano - 9 agosto 2009)

lunedì 13 luglio 2009

Le donne nell'Europarlamento che si insedia il 14 luglio

Sarà un caso?
Eleni Iniotaki - Grecia

Quando manca l'intesa tra moglie e marito, ne risentono sia la famiglia sia la società che sulla famiglia si basa (ancora, nonostante tutto). Società in ogni suo ambito: relazionale, educativo, lavorativo, culturale, economico e politico. Non fa eccezione il Parlamento europeo, la cui nuova composizione a seguito delle elezioni del mese scorso ci presenta - nella settimana della sua sessione costitutiva - il quadro seguente: 736 eurodeputati, di cui 478 uomini e 258 donne.

La presenza femminile risulta, dunque, pari al 35%. Percentuale significativa (la più alta dal 1979, inferiore solo alle percentuali dei Parlamenti di Finlandia, Svezia, Bulgaria, Danimarca, Estonia e Olanda), che merita, in quanto tale, rispetto e considerazione al fine della sua valorizzazione. "Ottimizzazione", direbbero oggi gli economisti. Non è un problema di "quote rosa": nemmeno quel che resta di un femminismo ormai anacronistico crede più nell'indistinta primazia femminile. In politica, come altrove, vi sono infatti persone di qualità e persone che farebbero meglio a cambiare mestiere. Uomini o donne che siano. Né serve tirare in ballo i cliché (pur tuttavia spesso reali) della donna più sensibile, più aperta e disponibile, più conciliante, più al passo con i tempi. Così come il punto non è la donna in posizione di potere, bensì la capacità di volere e di agire della donna che si trova in posizione di potere. "Potere" in senso lato, dal momento che per loro natura le aule di Strasburgo e i corridoi di Bruxelles non sono luoghi di potere assoluto: non è necessario avere alle spalle imperi finanziari, media, gruppi di pressione o meccanismi di partito per fornire un contributo valido. Basta volerlo e impegnarsi per ottenerlo.

In un contesto dove le maggioranze sono più trasversali rispetto ai Parlamenti nazionali, e dove la parità dei sessi è sostanzialmente acquisita (non solo per la tradizionale presenza di folte rappresentanze femminili scandinave), la chiave che apre le porte del contributo effettivo ed efficace al miglioramento della res europaea risiede anche nell'intesa armonica tra eurodeputati ed "eurodeputatesse". Senza dimenticare che alla componente maschile appartengono i leader dei partiti politici e dei gruppi parlamentari europei, e fermi restando interessi legittimi e scelte di schieramento (che della politica fanno e faranno sempre parte integrante) per governare i quali essere uomo o donna conta ben poco.

Storia e memoria difficilmente si ricordano dei presidenti dell'Europarlamento dal 1979 ad oggi, ed ancor meno dei singoli deputati. Con due eccezioni di rilievo: Nicole Fontaine e soprattutto Simone Veil. Due donne. Sarà un caso?


[Fonte: SIR luglio 2009]

martedì 14 aprile 2009

Solo se unita

Europa: vescovi e laici esortano al voto di giugno
Thomas Jansen, Germania

In occasione delle imminenti elezioni europee (4-7 giugno), i vescovi della Comece in concomitanza con i rappresentanti delle associazioni di laici riuniti nel Gruppo Ixe (Iniziativa dei cristiani per l'Europa) hanno preso la parola rivolgendo appelli ai cittadini europei. "Continuare a costruire una casa europea": questo è il titolo della dichiarazione diffusa dai vescovi il 20 marzo. Il documento inizia ponendo fortemente l'accento sul fatto che queste elezioni offrono un'occasione per confermare e continuare a sviluppare l'Europa come "progetto della speranza". Dal riconoscimento dell'Unione europea, che si è dimostrata "una casa affidabile" e che aspira a garantire solidarietà e stabilità tra i propri membri, discende il diritto e il dovere di prendere parte alle elezioni per il Parlamento europeo (dal 4 al 7 giugno). Al Parlamento europeo sono rivolte richieste che da sempre vengono esposte dai rappresentanti della Chiesa, così come dai cristiani impegnati in ambito politico e sociale. La dichiarazione dei vescovi riassume tali richieste in otto punti che possono essere interpretati come un'etica della politica europea: rispettare la vita umana, sostenere la famiglia, incoraggiare i diritti sociali, fondare l'organizzazione dell'economia su determinati valori, promuovere la giustizia, dare prova di solidarietà, preservare il Creato, favorire la pace nel mondo.L'appello dell'Ixe del 1° aprile, recante come titolo "Affrontare la crisi e le sfide dei tempi attuali grazie ad una Europa più unita, più solidale, più aperta al mondo", coincide nelle sue principali formulazioni e richieste con la dichiarazione dei vescovi. Questo testo tuttavia contiene non soltanto osservazioni e richieste ma illustra anche le motivazioni che obbligano a proseguire in modo decisivo una politica di unità in Europa, dotandola al contempo di una dimensione democratica che le consenta allo stesso tempo di divenire più efficace. A tale scopo, il Trattato di Lisbona deve essere immediatamente messo in vigore. La globalizzazione, ed in particolare le recenti esperienze negative con le pratiche finanziarie ed economiche, che hanno abusato delle possibilità della globalizzazione e hanno portato a considerevoli sviluppi errati, esigono imperiosamente che venga modernizzato e rafforzato il modello europeo dell'economia sociale di mercato, il quale riconcilia l'efficienza economica con la giustizia sociale e si fonda sulla solidarietà e le pari opportunità per tutti. Si tratta di un modello idoneo ad essere offerto dagli europei ai propri partner nel mondo per creare la globalizzazione. Il cambiamento climatico, le sue cause e le sue conseguenze ricordano "che la Creazione ci è stata affidata da Dio e che dobbiamo esserne i custodi e gli utilizzatori responsabili". Sono in gioco, non per ultimo, le condizioni di vita delle generazioni future. Anche in questo caso si tratta di una sfida mondiale. Tuttavia: "Solo l'Europa unita è nelle condizioni di avviare iniziative coraggiose, ma necessarie malgrado la crisi finanziaria ed economica".Oltre alla globalizzazione e al cambiamento climatico, l'appello dell'Ixe fa riferimento allo sviluppo demografico al fine di rendere chiaro in che misura ed in che modo è necessaria un'Europa unita. Per superare queste sfide occorre mobilitare più settori politici: politiche sanitarie, politiche educative e politiche del lavoro. Ciò riguarda soprattutto la famiglia. Ci vuole generosità anche nei confronti dei giovani, per i quali devono essere procurate le occasioni necessarie, così come verso gli anziani, ai quali devono essere fornite le possibilità di mettere a frutto le proprie esperienze, ma anche nei confronti degli immigrati, ai quali può essere prospettato un futuro migliore attraverso la loro integrazione nelle società europee.Molti motivi quindi e tante possibilità per ogni cristiano, come del resto per ogni cittadino e cittadina dell'Unione europea, di partecipare alla vita politica e votare in modo da non lasciarsi sfuggire il proprio "appuntamento con la storia".
[Fonte: SIR 8 aprile 2009

venerdì 13 febbraio 2009

Sì a dichiarazione Domenica festiva “pilastro del modello sociale europeo”.

Il segretariato della Comece, la Chiesa protestante di Germania e la Chiesa d’Inghilterra esprimono apprezzamento per l’iniziativa di alcuni europarlamentari di proporre l’adozione di una dichiarazione scritta "sulla protezione della domenica senza lavoro come pilastro essenziale del modello sociale europeo e componente del patrimonio culturale europeo". La sua adozione, si legge in una nota resa nota ieri dalla Comece, "costituirebbe una chiara presa di posizione del Parlamento europeo a favore di un’Europa sociale".

Per poter essere adottato dal Pe, il documento "trasversale" di cinque eurodeputati (Ppe, Pse, Adle e Uen) depositato lo scorso 2 febbraio, deve essere sottoscritto da una maggioranza di europarlamentari (394) entro il 7 maggio 2009. "La crisi economica e finanziaria – spiega ancora la Comece – ha fatto meglio comprendere che non tutti gli aspetti della vita possono essere commercializzati. Il consumo sfrenato non è né un modello di sviluppo economico sostenibile, né un sano modello di sviluppo umano". Gli uomini e le donne "che lavorano la domenica sono svantaggiati nelle loro relazioni sociali"; "a venire penalizzati sono vita familiare, sviluppo personale e salute".

"La domenica festiva costituisce – secondo i rappresentanti delle Chiese - un decisivo fattore di conciliazione tra lavoro e vita familiare" ed è "uno dei rari momenti che consentono a figli e genitori di ritrovarsi". Anche "la legislazione europea – sottolineano – la considera giorno di riposo settimanale per bambini e adolescenti. Per questo il rispetto del riposo settimanale domenicale è alla base del modello sociale europeo". In questi ultimi anni, invece, "in molti Stati europei la protezione della domenica è stata erosa per incrementare la produzione e il consumo", mentre "i lavoratori hanno subito la frammentazione della loro vita privata" e le piccole e medie imprese che non possono garantire l’apertura ininterrotta hanno perso terreno sul mercato. Di qui la dichiarazione scritta che, si legge nel testo, "invita gli Stati membri e le istituzioni Ue a proteggere la domenica come giorno di riposo settimanale nelle future legislazioni nazionali ed europee sull’orario di lavoro, allo scopo di migliorare la tutela della salute dei lavoratori e la conciliazione tra lavoro e vita familiare". Testo integrale della dichiarazione su: www.europarl.europa.eu/activities/plenary/writtenDecl/wdFastOngoing.do