mercoledì 4 novembre 2009

La nuova Europa. Gesù abolito per decreto

Dopo aver mandato al macero le sue radici cristiane, l'Europa lancia una battaglia contro il crocefisso. La Corte europea dei diritti umani ha sancito che la sua esposizione nelle classi offende, viola la libertà di coscienza, discrimina i bambini di diversa confessione religiosa.
Il ricorso era stato presentato da una cittadina italiana di origine finlandese, residente ad Abano Terme, Soile Lautsi, che nel 2002 aveva chiesto all'istituto statale "Vittorino da Feltre", frequentato dai suoi due figli, di togliere il crocefisso dalle aule perché la presenza dello stesso costituiva una violazione del principio di laicità dello Stato. A nulla, tuttavia, erano serviti i reclami e i ricorsi davanti ai tribunali italiani.
La reazione del governo italiano a questa decisione non si è fatta attendere e il ministro degli Esteri, Franco Frattini ha dichiarato: «Faremo ricorso. L'identità cristiana è la radice dell'Europa. La Corte ha dato un colpo mortale alla possibilità che l'Unione europea cresca e non sia solo un'Europa dei mercati». Frattini ha messo in evidenza come la sentenza vada criticata «anche per le implicazioni che potrà avere nel momento in cui stiamo cercando la vicinanza tra le religioni». Per il ministro in questo modo «si dà una picconata alla religione cristiana» e in questo modo si crea «un pessimo precedente anche per le altre religioni».
Il giudice Nicola Lettieri, rappresentante del governo italiano presso la Corte Europea, ha già annunciato che il ricorso si baserà essenzialmente su due.
Primo: il crocefisso è un simbolo religioso, «ma con una portata umanistica legata all'etica e alla tradizione nazionale». Secondo, lo Stato italiano non «è laico, ma concordatario», cioè «si toglie alcune prerogative per darle a una religione dominante ». Il ricorso, ha spiegato il dottor Lettiera, sarà presentato a un mini-tribunale di cinque giudici, i quali poi decideranno l'ammissibilità alla Grande Chambre. La Conferenza episcopale italiana ha sottolineato «l'amarezza e le non poche perplessità» che suscita questa sentenza, soprattutto per il «sopravvento di una visione parziale e ideologica ». Secondo i vescovi italiani «si rischia di separare artificiosamente l'identità nazionale dalle sue matrici spirituali e culturali, mentre, citando le parole di papa Benedetto XVI, "non è certo espressione di laicità, ma sua degenerazione in laicismo, l'ostilità a ogni forma di rilevanza politica e culturale della religione; alla presenza, in particolare, di ogni simbolo religioso nelle istituzioni pubbliche».
Un coro di proteste e accuse si è levato da tutto il mondo politico. Il ministro dell'Istruzione, Mariastella Gelmini ha dichiarato: «La presenza del crocefisso in classe non significa adesione al Cattolicesimo, ma è un simbolo della nostra tradizione. La storia d'Italia passa anche attraverso simboli, cancellando i quali si cancella una parte di noi stessi». Per il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi la decisione della Corte europea «è un duro colpo alla coabitazione europea. La croce non è un simbolo solo per i credenti, è il simbolo del sacrificio per la promozione umana che viene riconosciuto anche per i non credenti». Il ministro dei Beni culturali, Sandro Bondi, ha sottolineato che siamo in presenza di un Europa che si allontana «da quell'idea che De Gasperi,Adenauer e Schuman hanno posto a fondamento del progetto unitario del nostro continente. Di questo passo il fallimento è inevitabile ». Ancora più duro è stato il leader dell'Udc, Pier Ferdinando Casini che «la scelta della Corte Europea di bocciare la presenza del crocefisso nelle scuole è la prima conseguenza della pavidità dei governanti europei, che si sono rifiutati di menzionare le radici cristiane nella Costituzione Europea. Comunque nessun crocifisso nelle aule scolastiche ha mai violato la nostra libertà religiosa, né la crescita e la libera professione delle fedi religiose. Quel simbolo è un patrimonio civile di tutti gli italiani, perché è il segno dell'identità cristiana dell'Italia e anche dell'Europa». Ma non è la prima volta che il crocefisso in classe finisce al centro di polemiche. Il presidente dell'Unione musulmani d'Italia, Adel Smith presentò nel 2003 ricorso al Tribunale dell'Aquila contro l'istituto comprensivo "Navelli" per far rimuovere il crocifisso esposto nelle aule, a partire dalla scuola materna ed elementare di Ofena, frequentata dai suoi figli. Il ricorso venne accolto, ma dopo la contestazione dell'Avvocatura generale dello Stato il Tribunale dell'Aquila sospese l'ordine di rimozione per difetto di giurisdizione del Tribunale ordinario. «La questione spetta al Tar», dichiararono i magistrati abruzzesi. E così la cittadina italiana di origine finlandese, Soile Lautsi, presentò ricorso nel 2003 al Tar del Veneto per chiedere che dalle aule della scuola venga tolto il simbolo religioso. A febbraio 2004, la polemica arrivò anche a Bagno di Ripoli, in provincia di Firenze, dove il crocifisso è bandito dalle scuole da 30 anni. Forza Italia e Udc presentarono in Consiglio comunale un ordine del giorno che proponeva l'acquisto di crocefissi e ritratti del Presidente della Repubblica nelle scuole pubbliche elementari e medie, ma non se ne fece nulla. Nel dicembre 2004, a voler togliere il crocifisso dal muro fu un insegnante dell'istituto per geometri "Giovanni Cena" di Ivrea. In questo caso il Consiglio d'istituto decise che il simbolo religioso tornasse in classe, purché le classi ne facciano richiesta. Nel 2005 la questione investì anche i seggi elettorali. L'avvocato Dario Visconti, legale del presidente dell'Unione musulmani d'Italia avanzò una richiesta al Tribunale de L'Aquila, affinché «in occasione delle elezioni regionali e per tutte quelle future» il giudice ordinasse ai Prefetti di rimuovere i simboli religiosi, e quindi, di fatto, il crocefisso, da tutti i seggi in Italia.
Durante il referendum sulla fecondazione assistita, il giudice riminese Luigi Tosti, assieme alla moglie, si rifiutò di votare perché nel seggio non gli veniva consentito di esporre, accanto al crocefisso , anche la menorah ebraica. La battaglia del giudice era iniziata quando Tosti incrociò le braccia rifiutandosi di tenere le udienze nelle aule in cui era esposto solo il crocefisso e non anche altri simboli religiosi. Il tribunale dell'Aquila condannò Tosti a sette mesi di reclusione con l'interdizione dai pubblici uffici per un anno, accusato di omissione di atti di ufficio per essersi rifiutato di celebrare i processi nel tribunale di Camerino. Ma la Cassazione nel 2009 annullò la condanna perché "il fatto non sussiste". La Corte europea ha riaperto un capitolo che alimenta il dibattito e le polemiche.
Francesco De Felice
© Copyright Liberal, 4 novembre 2009

lunedì 19 ottobre 2009

Benedetto XVI. Un "rischio" dimenticare le radici cristiane dell'Europa

Dimenticare le radici cristiane dell’Europa è esporre il continente europeo al “rischio” di vedere il suo “slancio originale soffocato dall’individualismo e dall’utilitarismo”.
E’ quanto ha sottolineato papa Benedetto XVI ricevendo questa mattina in Vaticano le Lettere credenziali di Yves Gazzo, capo della delegazione della Commissione delle Comunità Europee presso al Santa Sede.
Per essere “uno spazio di pace e stabilità”, ha detto il Papa – l’Unione Europea non deve dimenticare i valori che “sono frutto una lunga e silenziosa storia nella quale, nessuno potrà negarlo, il cristianesimo ha giocato un ruolo di primo piano. L’uguale dignità di tutti gli esseri umani, la libertà dell’atto di fede come radice di tutte le altre libertà civili, la pace come elemento decisivo del bene comune”.
“Quando la Chiesa – ha proseguito il Santo Padre – ricorda le radici cristiane dell’Europa, non lo fa per chiedere uno statuto privilegiato per se stessa. Vuole fare opera di memoria storica”, ricordando ”l’ispirazione decisamente cristiana dei Padri fondatori dell’Unione Europea”. Verità – ha aggiunto il Papa - “sempre più taciuta”. Ma “più profondamente”, la Chiesa “desidera affermare anche che il solco dei valori risiede principalmente nella eredità cristiane che continua ancora oggi a nutrirlo”.
Questi valori – ha proseguito Benedetto XVI non costituiscono un “aggregato aleatorio, ma formano un insieme coerente che si ordina e si articola, a partire da una visione antropologica precisa”. Il Papa, a questo punto, pone alcuni interrogativi: “L’Europa – chiede - può omettere il principio organico originale di questi valori che ha rivelato all’uomo sia la sua eminente dignità sia il fatto che la sua vocazione personale lo apre a tutti gli altri uomini con i quali è chiamato a costituire una sola famiglia? Lasciarsi andare a questo oblio, non significa esporsi al rischio di vedere questi grandi e bei valori entrare in concorrenza o in conflitto gli uni contro gli altri? O ancora che questi valori rischiano di essere strumentalizzati da individui e gruppi di pressione desiderosi di far valore interessi particolari a scapito di un progetto collettivo ambizioso, che gli europei perseguono, avendo come scopo il bene comune degli abitanti del Continente e dell’intero mondo? Questo pericolo è stato più volte percepito e denunciato da numerosi osservatori appartenenti ad orizzonti diversi. E’ importante che l’Europa non lasci che il suo modello di civiltà si disfi a poco a poco. Il suo slancio originario non deve essere soffocato dall’individualismo dall’utilitarismo”.
Anche le “immense risorse intellettuali, culturali ed economiche” di cui l’Europa è ricca, “continueranno a portare frutto se rimarranno fecondate dalla visione trascendente della persona umana che costituisce il tesoro più prezioso dell’eredità europea”. Si tratta di una “tradizione umanista” che – ha detto papa Benedetto XVI – “rende l’Europa capace di affrontare le sfide di domani e di rispondere alle attese della popolazione”. Si tratta – ha poi spiegato il Papa entrando nei particolari – di trovare il “giusto e delicato equilibrio tra l’efficacia economica e le esigenze sociali, della salvaguardia dell’ambiente, e soprattutto dell’indispensabile e necessario sostegno alla vita umana dal suo concepimento fino alla morte naturale e alla famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna”.

© Copyright Sir

venerdì 9 ottobre 2009

I monaci hanno fatto l'Europa

I monaci hanno fatto l'Europa,
ma non l'hanno fatta consapevolmente.
La loro avventura è anzitutto, se non esclusivamente,
un'avventura interiore,
il cui unico movente è la sete.
La sete d'assoluto.
La sete di un altro mondo,
di verità e di bellezza,
che la liturgia alimenta,
al punto da orientare lo sguardo
verso le cose eterne;
al punto da fare del monaco
un uomo teso con tutto il suo essere
verso la realtà che non passa.
Prima di essere delle accademie di scienza
e dei crocevia della civiltà,
i monasteri sono delle dita silenziose
puntate verso il cielo,
il richiamo ostinato, non negoziabile,
che esiste un altro mondo,
di cui questo non è che l'immagine,
che lo annuncia e lo prefigura.

dom Gerard Calvet

lunedì 5 ottobre 2009

CCEE: Messaggio per l'Europa dei Presidenti delle 36 Conferenze Episcopali

(Parigi) - “L’edificazione dell’Europa è davvero un’avventura che vale la pena vivere. Ognuno vi può trovare il proprio posto, la presenza di ognuno è attesa. Più che mai, la strada si apre davanti a noi. Non è il momento di rallentare la marcia o di fermarsi sul bordo del sentiero”. Così scrivono i presidenti delle 36 Conferenze episcopali europee nel messaggio finale della loro assemblea, che si è conclusa ieri mattina a Parigi con una celebrazione eucaristica in Notre Dame. Riuniti nella capitale francese per l’annuale incontro promosso dal Ccee (Consiglio delle Conferenze episcopali europee) cardinali e vescovi hanno affrontato il tema del rapporto Stato-Chiesa in Europa. “Vent’anni fa – ricordano – abbiamo assistito a un grande momento: la caduta del muro di Berlino. Questo evento, destinato a segnare la storia, non è spuntato come un meteorite caduto dal cielo. Esso è stato preparato da uomini convinti e coraggiosi che non si sono tirati indietro per mancanza di libertà”.
Il messaggio fa memoria di quanti “hanno rischiato la vita e hanno lottato per questa libertà”: “Solidarnosc”, “le lotte per una più grande solidarietà e un maggiore rispetto della dignità umana” nei Paesi dell’Europa centrale e dell’Est, ma anche “il ruolo di primo piano di papa Giovanni Paolo II e della sua visione lungimirante di un’Europa basata sui fondamenti della fede, del bene comune e della pace”. “Tanti – prosegue – hanno intravisto, nella caduta del muro di Berlino, il crollo di ben altri muri: quelli dell’odio, della paura, della menzogna e di un’ideologia spietata”. Una “nuova libertà” che “è stata un’occasione di grazia per le Chiese”, le quali “hanno ritrovato una libertà d’azione, d’organizzazione e d’evangelizzazione”. I vescovi riconoscono che “questo processo non si è ancora compiuto in tutti i Paesi e le contese legate al passato non sono ancora risolte”, tuttavia evidenziano il “cammino percorso in questi vent’anni”, “formidabile pedana di lancio per l’avventura europea”. Il documento cita le occasioni d’incontro tra “cittadini europei” che “hanno riletto insieme la loro storia”, ma anche “l’onda d’immigrazione che ha segnato alcuni Paesi europei”, la quale “ha certamente contribuito a promuovere un certo benessere, ma ha fatto nascere anche nuove difficoltà, separando le famiglie o obbligandole a sradicarsi dal loro quadro di vita abituale”.
“Vent’anni dopo – osservano i rappresentanti delle Conferenze episcopali – constatiamo che questo straordinario slancio europeo, con una forte connotazione etica, si è enormemente indebolito. Il forte tasso di astensione durante le ultime elezioni parlamentari europee è un importante indicatore in tal senso. Le speranze riposte nell’edificazione dell’Europa non si sono veramente realizzate fino ad oggi”. Tra i “fattori” che hanno portato in tale direzione, il messaggio individua in primo luogo “un incremento dei consumi”: ma “l’acquisizione di beni sempre nuovi”, denuncia il Ccee, “non potrà mai colmare il cuore dell’uomo”. In secondo luogo, l’individualismo di una società che “vuole dare tutto lo spazio possibile all’individuo, alle sue scelte e alla ricerca della sua piena realizzazione personale”, ma corre il rischio “di rinchiuderlo unicamente nella difesa dei suoi interessi o dei vantaggi acquisiti”. A tal proposito osserva che “una società in cui ognuno, ogni gruppo, ogni nazione difende soltanto i propri interessi non può essere che una giungla”. Terzo, il relativismo etico, riguardo al quale il documento esprime preoccupazione “per le numerose proposte di legge, nei nostri Paesi o presso le istituzioni europee, che vanno contro il bene autentico dell’uomo e della società”.
Dopo l’analisi delle difficoltà, la speranza: “La crisi che oggi l’Europa sta attraversando è grave. Il calo del tasso di natalità e il futuro della sua demografia non spingono certo all’ottimismo. Tuttavia, non vogliamo fare la parte dei profeti di sventura. Non è mai sicuro che le cose peggiorino! La nostra fede ci porta ad avere sulla società europea, nella quale viviamo, uno sguardo lucido e pieno di speranza”. “Constatiamo – affermano cardinali e vescovi che hanno partecipato all’assemblea del Ccee - in molti nostri contemporanei l’aspirazione a una vita che sia fonte di pace interiore, di gioia e di fiducia. Molti giovani sono disposti a impegnarsi per una maggiore fratellanza e solidarietà nel mondo. Per promuovere il bene comune e rispettare il nostro ambiente, molti uomini e donne si dichiarano disposti ad affrontare dei sacrifici, a condizione che siano equamente ripartiti. La difesa della vita, dal concepimento alla morte naturale, non è una causa persa”. A sostenere queste affermazioni non “un ottimismo umano”, ma “una visione dell’uomo” che è quella del Vangelo e “che, oggi come ieri, vogliamo mettere al servizio dell’edificazione dell’Europa”. Perciò, concludono, “l’edificazione dell’Europa è davvero un’avventura che vale la pena vivere”.


[Fonte SIR 5 ottobre 2009]

lunedì 28 settembre 2009

Il Papa nella Repubblica Ceca

Il breve e intenso viaggio del Papa nella Repubblica Ceca, a vent’anni dalla caduta del Muro e dei regimi comunisti, è stato anche un viaggio alla ricerca e per la costruzione dell’Europa. Un’Europa che non è espressione geografica o politica, ma una “casa”, una “patria spirituale”, in cui il cristianesimo ha giocato e continua a giocare un ruolo fondamentale “per la formazione della coscienza di ogni generazione e per la promozione di un consenso etico di fondo”. Queste sono le “radici cristiane”, di cui tanto si è parlato e su cui Benedetto XVI rilancia.
Il totalitarismo comunista ha lasciato macerie, con “la riduttiva ideologia del materialismo, la repressione della religione e l’oppressione dello spirito umano. Nel 1989, tuttavia, il mondo è stato testimone in maniera drammatica del rovesciamento di una ideologia totalitaria fallita e del trionfo dello spirito umano”, ha detto incontrando gli intellettuali.
Non mancano gli interrogativi sul futuro, per cui “passato il periodo di ingerenza derivante dal totalitarismo politico, di frequente oggi nel mondo l'esercizio della ragione e la ricerca accademica sono costretti – in maniera sottile e a volte nemmeno tanto sottile – a piegarsi alle pressioni di gruppi di interesse ideologici e al richiamo di obiettivi utilitaristici a breve termine o solo pragmatici”. Per questa via però “le nostre società non diventeranno più ragionevoli o tolleranti o duttili, ma saranno piuttosto più fragili e meno inclusive, e dovranno faticare sempre di più per riconoscere quello che è vero, nobile e buono”. Si apre uno spazio di confronto, di competizione: “In questo senso la Chiesa cattolica deve comprendersi come minoranza creativa che ha un’eredità di valori che non sono cose del passato, ma sono una realtà molto viva e attuale”.
Ne conseguono, per la Chiesa e i cattolici, tre compiti: il dialogo intellettuale, “il grande dialogo intellettuale, etico ed umano”, l’impegno educativo, la carità. Benedetto XVI suggerisce così di approfondire il dialogo, partendo da una constatazione radicale, la separazione artificiale del Vangelo dalla vita intellettuale e pubblica e, nello stesso tempo, la domanda sulla natura della libertà conquistata. “Di qui – osserva il Papa parlando ai rappresentanti delle altre confessioni e facendo eco all’enciclica Spe salvi – dovrebbe scaturire una reciproca «autocritica dell’età moderna» e «autocritica del cristianesimo moderno», particolarmente riguardo alla “speranza che essi possono offrire all’umanità”. In effetti, “sia la fede che la speranza, nell'epoca moderna, hanno subito come uno «spostamento», perché sono state relegate sul piano privato e ultraterreno, mentre nella vita concreta e pubblica si è affermata la fiducia nel progresso scientifico ed economico”. Ritorna il tema chiave del pontificato, allargare gli orizzonti, per un autentico sviluppo di civiltà.

(Fonte SIR)

sabato 26 settembre 2009

UNIVERSITÀ IN EUROPA: Convegno CCEE, “Niente può sostituirsi all'incontro con Cristo”

“Nessun progetto pastorale e nessun itinerario formativo potrà mai sostituirsi alla libera responsabilità dell’incontro personale con Gesù Cristo nella Parola e nei sacramenti. Piuttosto, ogni progetto pastorale, come ogni itinerario formativo, dovrà preparare e favorire efficacemente questo incontro di grazia”. Lo ha detto don Enrico dal Covolo, della Pontificia Università Salesiana, intervenendo oggi al convegno dei delegati nazionali di pastorale universitaria, promosso dal Ccee (Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa), a Porto (Portogallo), da oggi fino al 27 settembre, sul tema: “La figura del laico nella pastorale universitaria”. Interrogandosi sul futuro della presenza della Chiesa in università, sula scorta delle implicazioni pastorali del discorso che il Papa ha rivolto al recente incontro europeo degli studenti universitari (Roma, 9-12 luglio 2009), il relatore ha affermato che “si tratta ora di tradurre le linee del progetto pastorale per una pastorale universitaria in Europa, elaborate e discusse ormai da tempo, nel concreto delle situazioni locali, sempre di più in itinerari specifici e mirati, che – nel concreto delle situazioni locali, spesso irripetibili, almeno per alcuni aspetti – siano effettivamente in grado di formare gli universitari cattolici dell’Europa come ‘nuovi discepoli di Emmaus’”.

venerdì 4 settembre 2009

Cultura: Mostra Cartografica a Loreto sulle origini cristiane dell'Europa

Verrà inaugurata a Loreto domenica 6 settembre la mostra cartografica “Viaggio nell’antica cartografia d’Europa: dalle origini cristiane all’Unione Europea”. La mostra – promossa dalla Delegazione Pontificia e dal Centro Studi Lauretani e ospitata nella Sala degli Svizzeri del Museo Antico Tesoro - presenta un’interessante collezione di antiche carte geografiche d’Europa, dal XVI alla fine del XVIII secolo che segnarono la cristianizzazione dell’Europa. Alla inaugurazione saranno presenti Carlo Casini, parlamentare europeo e presidente del “Movimento per la Vita” e mons. Giovanni Tonucci, Delegato Pontificio di Loreto che ha detto: “Loreto è il cuore mariano dell’Europa e con questa mostra si vuole sottolineare la vocazione spirituale e cristiana del vecchio continente, che le sfide del mondo di oggi, proiettato verso un futuro sempre più impegnativo ed esigente, invitano ad una rinnovata coerenza di fede e di cultura”. Fr. Stefano Vita, direttore del Centro Studi Lauretani, ha precisato che “la mostra è stata voluta per sensibilizzare e informare in particolare le nuove generazioni sulle origini dell'Europa”. Altra iniziativa che spinge Loreto oltre i confini dell’Italia, è il “IV Festival organistico Lauretano” che dal 26 settembre l 13 dicembre, farà tappa a Madrid, Cracovia, Lugano, Parigi.


[Fonte SIR 3 settembre 2009]

sabato 15 agosto 2009

La trappola Islam

E’ incredibile e sconsolante che nessuno rilevi il VERO problema e che tutti ne facciano solo una questione di libertà di confessione religiosa. Questa purtroppo è l’ottica dell’occidente che ha paura di guardare il nemico negli occhi perché crede che il suo modo di vivere libero e democratico sia un diritto acquisito e che non esite bisogno di impegnarsi, con la forza se necessario, a difenderlo. L’abbiamo fatto in passato (cioè gli americani e gli inglesi lo hanno fatto per noi) per liberarci del nazismo e del comunismo ed è grazie alla loro sconfitta che oggi tra tutti i sistemi al mondo viviamo in quello migliore perché è basato sullo stato di diritto.

Ma andiamo al problema: la trappola è considerare l’Islam come una religione mentre in verità è un’ideologia ed un intero sistema sociale e politico. In questi termini l’Islam e la cultura democratica occidentale sono totalmente INCOMPATIBILI perché l’Islam è un sistema basato sul corano che ne stabilisce tutte le regole di vita e di diritto. E’ per questo che l’Islam non si integra nei paesi dove si stabilisce ma costruisce una società parallela con le sue regole. E’ questo il pericolo mortale per l’Europa. I fatti dimostrano che in ogni società dove i cittadini musulmani raggiungono il 20-30% della popolazione e dove questi si inseriscono nel tessuto sociale e politico si islamizza nel senso negativo del termine, cioé la società regredisce, le libertà individualii si riducono, la liberta di espressione de facto scompare perché non si può criticare l’Islam etc. etc.

Vorrei ricodare che oggi in Inghilterra esistono 80 tribunali islamici il che é una vergogna e la resa dell’Inghilterra all’Islam è un’indicatore forte dell’incapacità dell’Europa a difendersi. L’illusione di potere integrare l’Islam è totalmente rifutata dai fatti, non vi è un paese dove questo è successo fino ad ora e ogni paese che si è islamizzato ha fatto un percorso di radicalizzazione. Tutti i paesi islamici sono delle dittature religiose.

Cosa rischia quindi l’Europa? In un primo tempo certe città diventeranno delle piccole Libano dove quartieri musulmani faranno la guerra ai quartieri non musulmani e quando l’invasione demografica arriverà ad un certo livello i nostri paesi si islamizzeranno totalmente. Naturalmente prima che questo succeda nasceranno delle guerre civili. Sembra tutto impossibile? Non lo è perché l’Islam ha un obiettivo, islamizzare l’Europa e lo persegue con metodo ed accanimento, istruendo una generazione intera alla guerra santa ed all’odio verso l’occidente. Avete mai visto cosa predicano nelle scuole in medio oriente? E cosa dicono il loro testi scolastici e storici? Purtoppo l’Europa è un entità debole politicamente e militarmente, non ha veri leader ed ha PAURA. Oltre tutto gli Europei hanno gli occhi chiusi e, mentre i musulmani ci invadono, credono ancora che sia del folkore che non ci riguarda o che prima o poi anche loro diventeranno occidentali. Non é così e non lo é mai stato.

I musulmani la democrazia non l’hanno mai conosciuta , come facciamo a pensare che l’adottino adesso? Ha ragione il sig. Tornielli a dire di ricordare e chiedere giustizia ma a chi e come? L’Islam non gioca sullo stesso terreno nostro: è in un processo di conquista (subdola da una parte e violenta dall’altra).

Dobbiamo finalmente riconoscere che l’Islam è una minaccia mortale per le nostre società ed agire di conseguenza, con la forza se necessario. Dobbiamo fermare l’immigrazione Islamica, fare rispettare le nostre leggi e non fare concessioni di alcun tipo. Dobbiamo anche esigere reciprocità in termini di libertà di culto Cristiano nei paesi musulmani. Se questo l’Europa non lo farà, se non sarà capace di fare un’altra guerra (diplomatica o con le armi), i suoi giorni sono contati. L’ISLAM MODERATO NON ESISTE e i nostri figli e le nostre figle devono nascere e vivere liberi! Un'ultima cifra, oggi i musulmani in Europa sono ca. 30 milioni (ca. il 10% della popolazione).

La massa critica la raggiungeremo tra ca. 5-8 anni se non facciamo nulla. Europa alzati e difendi la tua civiltà che ti sei costruita in un millennio e che l’Islam vuole portarti via!! Guarda negli occhi il nemico!!

Theo de Jong

sabato 8 agosto 2009

Un'apostasia che inquieta l'Europa

Ampi stralci di una lezione tenuta dal prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi ai docenti e agli studenti della University of Notre Dame nell'Indiana (Stati Uniti).
di Angelo Amato

Cosa comporta per l'Europa il distacco dal cristianesimo? Nel 2005 il cardinale Joseph Ratzinger, lamentava la crisi religiosa e morale del continente europeo, dove "si è sviluppata una cultura che costituisce la contraddizione in assoluto più radicale non solo del cristianesimo, ma delle tradizioni religiose e morali dell'umanità" (L'Europa di Benedetto nella crisi delle culture, Siena, Cantagalli, 2005, p. 37).
E difatti nella Costituzione europea manca ogni riferimento a Dio e alle radici cristiane della sua civiltà. In tal modo si dimentica che la struttura profonda di una società è spirituale e culturale, più che politica ed economica. E si sfigura l'identità europea.
L'accento sulle radici cristiane dell'Europa è un'offesa ai non cristiani, oggi massicciamente presenti nel vecchio continente?
"Chi verrebbe offeso? - si chiedeva il cardinale Ratzinger - L'identità di chi viene minacciata?
I musulmani, che a tale riguardo spesso e volentieri vengono tirati in ballo, non si sentono minacciati dalle nostre basi morali cristiane, ma dal cinismo di una cultura secolarizzata che nega le proprie basi. E anche i nostri concittadini ebrei non vengono offesi dal riferimento alle radici cristiane dell'Europa, in quanto queste radici risalgono fino al monte Sinai: portano l'impronta della voce che si fece sentire sul monte di Dio e ci uniscono nei grandi orientamenti fondamentali che il decalogo ha donato all'umanità. Lo stesso vale per il riferimento a Dio: non è la menzione di Dio che offende gli appartenenti ad altre religioni, ma piuttosto il tentativo di costruire la comunità umana assolutamente senza Dio" (p. 40).
La motivazione di questo duplice "no", a Dio e alla radici cristiane, risiede nel presupposto che soltanto la cultura razionalistica radicale può costituire l'identità europea. Ma la tragica storia dell'Europa del secolo scorso ha dimostrato che la libertà umana, sganciata da Dio e dalla sua legge, conduce a un dogmatismo che, alla fine, umilia l'uomo, sopprimendone la libertà. Le ideologie atee naziste e comuniste non hanno prodotto paradisi terrestri, ma solo tragici regimi di terrore, che hanno negato dignità e libertà all'essere umano, alle vittime e agli stessi carnefici.
La risposta cristiana al secolarismo ateo è fondata sull'esperienza dei secoli, sulla regula aurea, secondo la quale "vivere nella verità può cambiare quello che nella storia sembra incambiabile".
Nell'Europa contemporanea l'emancipazione da Dio e la negazione della sua legge produce comportamenti pratici biasimevoli. Come per l'economia e la politica, anche per la biomedicina e la biotecnologia, una ricerca sganciata dall'etica permette all'uomo di disporre impunemente della vita di altri esseri umani, soprattutto dei più deboli e indifesi. Una "biopolitica", che non fa riferimento alla legge naturale, può permettere, ad esempio, l'annientamento dei feti, la manipolazione degli embrioni considerati semplice materiale biologico, la clonazione, l'ibridazione, la contraccezione, l'eutanasia. La vita perde la sua inviolabilità e l'essere umano smarrisce la sua identità. Si intacca, poi, la stessa nozione di "famiglia" come comunità composta dal padre, dalla madre e dai figli. Si permette il "matrimonio" non più solo tra uomo e donna e si ammette l'adozione di bambini anche da parte di coppie omosessuali.
Se questa è l'Europa - ci si può chiedere - perché insistere sulle sue radici cristiane dal momento che essa si riscopre culturalmente aliena al cristianesimo?
La risposta risiede nel fatto che l'Europa non si comprende senza il cristianesimo. Essa perde la sua identità e la sua originalità. La storia europea mostra che il "concetto Europa" è una costruzione plurimillenaria costituita da strati diversi e complementari (Joseph Ratzinger, Chiesa, ecumenismo e politica. Nuovi saggi di ecclesiologia, Cinisello Balsamo, San Paolo, 1987, pp. 207-221).
Il primo strato è offerto dalla civiltà greca. L'Europa come parola e come concetto geografico e spirituale è una creazione greca. Gli elementi di questa grecità potrebbero essere così sintetizzati: diritto della coscienza, relazione tra ratio e religio, affermazione della democrazia in armonia vincolante con ciò che è giusto e retto.
Il secondo è dato dall'eredità cristiana, dal suo umanesimo, che in Gesù Cristo opera la sintesi tra la fede d'Israele e lo spirito greco.
Il terzo strato è costituito dall'eredità latina. Nella storia l'Europa è stata identificata con l'occidente, e cioè con la sfera della cultura e della Chiesa latina, che, però, abbracciava, oltre ai popoli romanici, anche i germani, gli anglosassoni e una parte degli slavi. La res publica christiana non era certo una realtà europea politicamente costituita, ma si muoveva in un insieme di cultura unitaria, visibile nei sistemi giuridici, nelle università, nei concili, negli ordini religiosi, nella circolazione della vita ecclesiale. Il tutto aveva Roma come suo centro.
Infine, l'eredità dell'era moderna costituisce il quarto strato dell'Europa. Gli elementi di tale eredità sono: la distinzione tra Stato e Chiesa, la libertà di coscienza, i diritti umani e l'autoresponsabilità della ragione.
Tutti questi diversi elementi sono stati portati a unità dalla Chiesa di Cristo, che è stata la matrice della civiltà europea, della sua difesa e della sua diffusione nel mondo.
Nel volume Come la Chiesa cattolica ha costruito la civiltà occidentale (Siena, Cantagalli, 2007, pagine 272, euro 18,50), Thomas E. Woods jr. elenca il molteplice contributo che la Chiesa cattolica ha apportato alla civiltà europea, con i monasteri, le università, la ricerca scientifica, l'arte, il diritto internazionale, l'economia, la carità, l'etica, e soprattutto con la libertà.
Di conseguenza, l'Europa del futuro non può essere solo il prodotto di una unificazione politica ed economica, ma anche la sintesi dei valori ereditati dalla tradizione. Dovrebbe, quindi, tener conto delle sue radici greche e dell'intima relazione tra democrazia ed eunomìa, fondando le sue leggi su norme morali rispettose della legge naturale. Dovrebbe, inoltre, vincolare il suo diritto pubblico al rispetto dei valori morali del cristianesimo, non relegando Dio nel solo spazio privato, ma riconoscendolo pubblicamente come valore supremo. Un ateismo esasperato non garantirebbe la sopravvivenza di uno Stato di diritto.
Per questo la Chiesa cattolica, soprattutto mediante il magistero papale sia di Giovanni Paolo II con la sua esortazione postsinodale Ecclesia in Europa, sia di Benedetto XVI, con le tre esemplari lezioni di Ratisbona (12 settembre 2006), di Roma (università La Sapienza, 18 gennaio 2008) e di Parigi (13 settembre 2008), non si appiattisce sull'agenda del secolarismo ideologico e politico, ma continuamente sollecita un atteggiamento di "laicità positiva", che valorizzi l'apporto del cristianesimo, con il suo "sì" alla vita, alla libertà, alla democrazia, al rispetto della dignità di ogni essere umano.
Questo atteggiamento sembra richiamare l'appello che Blaise Pascal rivolgeva ai suoi amici non credenti, invitandoli a vivere veluti si Deus daretur. In tal modo nessuno perde la sua libertà e le decisioni morali trovano un fondamento sicuro, di cui hanno urgentemente bisogno.
Con la sua avversione al cristianesimo, la comunità europea è un corpo che cresce sempre di più, ma senza anima. Joseph H. H. Weiler - un ebreo ortodosso, nato in Sud Africa, professore di diritto alla New York University School of Law - analizzando il progetto della costituzione europea, riconosce l'assurdità storica di eliminare il cristianesimo dalla storia moderna europea. Giunge anzi ad affermare che una costituzione europea, che deliberatamente ignora le radici cristiane dell'Europa, sarebbe costituzionalmente illegittima (cfr. Un'Europa cristiana: Un saggio esplorativo, Milano, Biblioteca Universale Rizzoli, 2003, pagine 197, euro 7,50). Un'Europa cristiana, infatti, rispetterebbe i diritti di tutti i cittadini, credenti e non credenti, cristiani e non cristiani. Il deficit delle radici cristiane porta al deficit di democrazia.
Anche Weiler parla di "cristofobia" che si manifesta con accenti e motivazioni diverse. Ad esempio, con l'errata convinzione degli intellettuali euro-pei che considerano la tragedia della Shoah come logica conclusione dell'antigiudaismo storico, mentre è la diretta conseguenza della concezione atea del nazionalsocialismo. Una seconda componente della cristofobia è presente negli epigoni della rivoluzione giovanile degli anni Sessanta che fu sostanzialmente anticristiana. Inoltre, la cristofobia è il contraccolpo psicologico e ideologico alla caduta del comunismo nel 1989 nell'Europa dell'Est dovuta all'influenza straordinaria della personalità di Giovanni Paolo II.
Ma è impensabile sognare un'Europa come "un'area speciale di speranza umana" (preambolo del progetto di costituzione europea) senza gli uomini e le donne, grandi e piccoli, che hanno dato ingegno e creatività alla civiltà europea. Così come è impensabile che l'Europa difenda "i valori universali degli inviolabili e inalienabili diritti della persona umana" senza il fondamento della civiltà cristiana.
Questa apostasia dal cristianesimo, che viene propagandata dalla cronaca quotidiana, in realtà sta sprofondando l'Europa in una grave crisi morale e sociale: "Relativismo, laicismo, scientismo e tutto quello che oggi viene messo al posto della fede sono i veleni, non gli antidoti, i virus che aggrediscono il corpo già malato, non gli anticorpi che lo difendono" (Marcello Pera, Perché dobbiamo dirci cristiani. Il liberalismo l'Europa l'Etica, Milano, Mondadori, 2008, p. 5).
L'esperimento che è in corso oggi in Europa - e cioè vivere come se Dio non esistesse - non sta dando i frutti promessi per tre ragioni. Anzitutto perché il secolarismo, che sta alla base dei diritti civili, non si autogiustifica senza un riferimento forte al bene e al vero. Il secolarismo resta senza fondamento. Mentre, il cristianesimo, con l'idea dell'uomo immagine di Dio, apporta alla società il valore incommensurabile della dignità personale, senza la quale non c'è né libertà, né uguaglianza, né solidarietà, né giustizia (ibidem, p. 6).
Inoltre, da una parte, l'Europa si vanta di essere diventata la terra più scristianizzata dell'Occidente, ritenendo il cristianesimo un ostacolo al suo sviluppo civile; dall'altra, gli europeisti si lamentano di una mancanza di "identità europea" e cercano un'anima alla nuova Europa. Ma senza l'identità cristiana l'Europa non risulta più aperta, più tollerante, più pacifica. Al contrario: "Senza la consapevolezza dell'identità cristiana, l'Europa si distacca dall'America e divide l'Occidente; perde il senso dei propri confini e diventa un contenitore indistinto; non riesce a integrare gli immigrati, anzi li ghettizza o si arrende alla loro cultura; non è in grado di vincere il fondamentalismo islamico, anzi favorisce il martirio dei cristiani in tante parti del mondo e anche in casa propria" (ibidem).
In terzo luogo, si afferma che la libertà consiste nel dare cittadinanza a tutte le libertà e quindi non bisognerebbe insistere sulla religione cristiana, dal momento che la democrazia è religione in se stessa. Si scopre, però, come aveva già visto Platone, che una tale democrazia relativistica è autofagica, divora se stessa. (cfr. Platone, La Repubblica, viii, xi-xiv). Se non c'è più la verità, ma solo la somma delle varie credenze; se non c'è più la legge morale naturale, ma solo l'assoluta libertà dell'individuo, "allora il bene morale può essere solo sottoposto al voto e il voto, si guardi alle nostre legislazioni in materia di bioetica, può decidere che è bene qualunque cosa" (M. Pera, Perché dobbiamo dirci cristiani, p. 7).
L'Europa se vuole ritrovare la sua anima, la sua identità, i suoi fondamenti e la verità delle cose deve dirsi cristiana. I grandi teorici del liberalismo, John Locke, Thomas Jefferson, Immanuel Kant esaltavano la libertà umana, ma ponevano una condizione precisa per poterla realizzare: il rispetto della legge naturale. Ciò che assicurava questo rispetto, per Kant e per gli altri, era il dovere di coscienza di aderire al principio del bene e non a quello del male. E il bene al quale Kant si riferiva con la sua religione nei limiti della ragione era proprio l'etica cristiana.
Sono molte le ragioni che dovrebbero motivare gli europei a dirsi cristiani: la memoria della loro origine; la possibilità di superare la crisi della loro società; la disumanità di un secolarismo autosufficiente e ateo; il mantenimento della stabilità sociale; l'orgoglio dell'universalità della civiltà europea; la fondazione razionale e non pregiudiziale della distinzione tra Stato e Chiesa; la sopravvivenza delle istituzioni sociopolitiche.
Nel 1942 Benedetto Croce scrisse il saggio Perché non possiamo non dirci cristiani. Per lui il cristianesimo era la più grande rivoluzione dell'umanità, che ha prodotto una straordinaria civiltà umana, che ancora oggi sostiene la società contemporanea. Il cristianesimo è al fondo del pensiero moderno e del suo ideale etico. Per Kant, ad esempio, è proprio dell'uomo vivere velut si Deus daretur, anzi, è moralmente necessario ammettere l'esistenza di Dio (Critica della ragion pratica, Bari, Laterza, 1966 p. 156).
"Vivere come se Dio esistesse - commenta Marcello Pera - significa negare all'uomo quel senso di onnipotenza e di libertà assoluta che prima lo esalta e poi lo avvilisce e degrada, riconoscere la nostra condizione di finitezza, essere consapevoli dell'esistenza di limiti etici del nostro agire, che è precisamente uno dei punti del decalogo delle ragioni per cui i liberali devono dirsi cristiani" (Perché dobbiamo dirci cristiani, pp. 57-58).
Velut si Deus daretur è la condizione moralmente necessaria perché l'Europa possa ritrovare la sua identità e coltivare la speranza. L'Europa deve ricordare che all'inizio e in tutto il corso della sua storia c'è il Vangelo: "Il Cristianesimo è l'anima dell'Europa, non perché non si sia mescolato con altre culture, ma perché le ha portate ad unità, le ha articolate, fuse, composte in un quadro che ha fatto della terra in cui sbarcarono Pietro e Paolo il continente cristiano" (ibidem, p. 96).
La tradizione cristiana dell'Europa ha amalgamato nella croce di Cristo la ratio dei Greci, il diritto delle genti dei Romani, le leggi di Mosè. L'Europa è oggi senz'anima perché rifiuta quella cristiana che la storia le ha dato. Non è sufficiente parlare di unità nella diversità o di meticciato di culture, formule evasive e ambigue perché non forniscono identità. Una integrazione presuppone un soggetto integrante. Integrare non significa solo ospitare, accogliere o aggregare.
In conclusione, l'Europa deve dirsi cristiana se vuole unificarsi, se vuole affermarsi come civiltà dei diritti umani fondamentali; se vuole difendersi ed evitare guerre di religione; se vuole superare la stagione tragica del suo recente passato; se intende battere la sua profonda crisi morale.
Perché milioni di persone da altri continenti e da altre culture non cristiane bussano non solo alle porte degli Stati Uniti d'America, ma anche a quelle dell'Europa, invadendola? Lo fanno solo per trovare un lavoro e una migliore condizione di vita? Forse. Ma la ragione più profonda è una sola: perché qui trovano libertà, perché la vera patria dell'uomo non è il suolo dove è nato, ma la terra dove può vivere libero.
Se l'Europa vuole continuare a vivere nella libertà per tutti deve continuare a vivere etsi Deus daretur e a fondarsi sulla tradizione cristiana. Se l'Europa vuole integrare persone provenienti da altre culture non può essere senza identità, ma deve avere ancora fiducia nei suoi valori identitari, apprezzarli e anche avere la serenità di considerarli buoni e, forse, anche migliori di altri. Se non lo fossero, non sarebbero desiderati da milioni di immigrati.
Integrazione significa allora conversione al cristianesimo? Non necessariamente. Integrazione significa adesione ai valori fondamentali della civiltà europea: "Se l'Europa non è un melting pot ma solo un contenitore, è perché non ha energia identitaria sufficiente a fondere il contenuto" (ibidem). La comunità senza Dio che l'Europa mediante il laicismo, il relativismo, lo scientismo e il multiculturalismo sta costruendo non è solo un ostacolo alla sua identità, è anche un impedimento alle politiche di integrazione. Con ciò si propone un nuovo fondamentalismo cristiano? No, perché il cristianesimo, pur riconoscendosi come religione della salvezza universale nel mistero di Cristo, evita il fondamentalismo mediante l'antidoto della libertà religiosa, del rispetto della coscienza individuale, della distinzione tra errore ed errante, del comandamento della carità verso tutti, anche verso i nemici.
L'atteggiamento della Chiesa nei confronti dell'Europa contemporanea rispecchia il messaggio evangelico della carità e della libertà: "Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo" (Marco, 16, 15-16); "Venne fra la sua gente, ma i suoi non l'hanno accolto. A quanti però l'hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio" (Giovanni, 1, 11-12). La Chiesa propone non impone il Vangelo.
Il Vangelo è essenzialmente una buona notizia anche per oggi. Per questo la nostra riflessione sulla situazione del cattolicesimo nell'Europa secolarizzata intende essere una buona notizia.
Il compito della Chiesa in Europa è triplice: proclamare il Vangelo; testimoniarlo con coerenza; annunciare il Vangelo nei moderni areopaghi della cultura, della politica, dei massmedia, dell'educazione dei giovani. Per l'Europa il Vangelo resta anche per il terzo millennio il suo Libro per eccellenza, un libro di vita, di verità e di luce, come è vita, verità e luce Cristo, Parola di Dio incarnata. Riprendiamo in mano questo Libro, divoriamolo, gustiamolo e celebriamolo: questa era l'esortazione del servo di Dio Giovanni Paolo II.
Dal canto suo Benedetto XVI, grande studioso dell'Europa e della sua identità cristiana, a più riprese ha incoraggiato l'Europa a non vergognarsi del Vangelo, ma ad apprezzarlo e a viverlo. A Parigi, nell'incontro con gli intellettuali francesi il 12 settembre 2008, ha affermato: "Per molti, Dio è diventato veramente il grande Sconosciuto (...). Una cultura meramente positivista che rimuovesse nel campo soggettivo come non scientifica la domanda circa Dio, sarebbe la capitolazione della ragione, la rinuncia alle sue possibilità più alte e quindi un tracollo dell'umanesimo, le cui conseguenze non potrebbero essere che gravi. Ciò che ha fondato la cultura dell'Europa, la ricerca di Dio e la disponibilità ad ascoltarLo, rimane anche oggi il fondamento di ogni vera cultura".

(©L'Osservatore Romano - 9 agosto 2009)

lunedì 13 luglio 2009

Le donne nell'Europarlamento che si insedia il 14 luglio

Sarà un caso?
Eleni Iniotaki - Grecia

Quando manca l'intesa tra moglie e marito, ne risentono sia la famiglia sia la società che sulla famiglia si basa (ancora, nonostante tutto). Società in ogni suo ambito: relazionale, educativo, lavorativo, culturale, economico e politico. Non fa eccezione il Parlamento europeo, la cui nuova composizione a seguito delle elezioni del mese scorso ci presenta - nella settimana della sua sessione costitutiva - il quadro seguente: 736 eurodeputati, di cui 478 uomini e 258 donne.

La presenza femminile risulta, dunque, pari al 35%. Percentuale significativa (la più alta dal 1979, inferiore solo alle percentuali dei Parlamenti di Finlandia, Svezia, Bulgaria, Danimarca, Estonia e Olanda), che merita, in quanto tale, rispetto e considerazione al fine della sua valorizzazione. "Ottimizzazione", direbbero oggi gli economisti. Non è un problema di "quote rosa": nemmeno quel che resta di un femminismo ormai anacronistico crede più nell'indistinta primazia femminile. In politica, come altrove, vi sono infatti persone di qualità e persone che farebbero meglio a cambiare mestiere. Uomini o donne che siano. Né serve tirare in ballo i cliché (pur tuttavia spesso reali) della donna più sensibile, più aperta e disponibile, più conciliante, più al passo con i tempi. Così come il punto non è la donna in posizione di potere, bensì la capacità di volere e di agire della donna che si trova in posizione di potere. "Potere" in senso lato, dal momento che per loro natura le aule di Strasburgo e i corridoi di Bruxelles non sono luoghi di potere assoluto: non è necessario avere alle spalle imperi finanziari, media, gruppi di pressione o meccanismi di partito per fornire un contributo valido. Basta volerlo e impegnarsi per ottenerlo.

In un contesto dove le maggioranze sono più trasversali rispetto ai Parlamenti nazionali, e dove la parità dei sessi è sostanzialmente acquisita (non solo per la tradizionale presenza di folte rappresentanze femminili scandinave), la chiave che apre le porte del contributo effettivo ed efficace al miglioramento della res europaea risiede anche nell'intesa armonica tra eurodeputati ed "eurodeputatesse". Senza dimenticare che alla componente maschile appartengono i leader dei partiti politici e dei gruppi parlamentari europei, e fermi restando interessi legittimi e scelte di schieramento (che della politica fanno e faranno sempre parte integrante) per governare i quali essere uomo o donna conta ben poco.

Storia e memoria difficilmente si ricordano dei presidenti dell'Europarlamento dal 1979 ad oggi, ed ancor meno dei singoli deputati. Con due eccezioni di rilievo: Nicole Fontaine e soprattutto Simone Veil. Due donne. Sarà un caso?


[Fonte: SIR luglio 2009]

sabato 4 luglio 2009

La Turchia in Europa: beneficio o catastrofe?

Roma, 18 giugno 2009 - Presentazione presso la Fondazione Lepanto del libro del Prof. Roberto de Mattei: La Turchia in Europa. Beneficio o catastrofe ? con il giornalista del "Il Foglio" Daniele Raineri.
Prima parte

Seconda parte

Terza parte

martedì 14 aprile 2009

Solo se unita

Europa: vescovi e laici esortano al voto di giugno
Thomas Jansen, Germania

In occasione delle imminenti elezioni europee (4-7 giugno), i vescovi della Comece in concomitanza con i rappresentanti delle associazioni di laici riuniti nel Gruppo Ixe (Iniziativa dei cristiani per l'Europa) hanno preso la parola rivolgendo appelli ai cittadini europei. "Continuare a costruire una casa europea": questo è il titolo della dichiarazione diffusa dai vescovi il 20 marzo. Il documento inizia ponendo fortemente l'accento sul fatto che queste elezioni offrono un'occasione per confermare e continuare a sviluppare l'Europa come "progetto della speranza". Dal riconoscimento dell'Unione europea, che si è dimostrata "una casa affidabile" e che aspira a garantire solidarietà e stabilità tra i propri membri, discende il diritto e il dovere di prendere parte alle elezioni per il Parlamento europeo (dal 4 al 7 giugno). Al Parlamento europeo sono rivolte richieste che da sempre vengono esposte dai rappresentanti della Chiesa, così come dai cristiani impegnati in ambito politico e sociale. La dichiarazione dei vescovi riassume tali richieste in otto punti che possono essere interpretati come un'etica della politica europea: rispettare la vita umana, sostenere la famiglia, incoraggiare i diritti sociali, fondare l'organizzazione dell'economia su determinati valori, promuovere la giustizia, dare prova di solidarietà, preservare il Creato, favorire la pace nel mondo.L'appello dell'Ixe del 1° aprile, recante come titolo "Affrontare la crisi e le sfide dei tempi attuali grazie ad una Europa più unita, più solidale, più aperta al mondo", coincide nelle sue principali formulazioni e richieste con la dichiarazione dei vescovi. Questo testo tuttavia contiene non soltanto osservazioni e richieste ma illustra anche le motivazioni che obbligano a proseguire in modo decisivo una politica di unità in Europa, dotandola al contempo di una dimensione democratica che le consenta allo stesso tempo di divenire più efficace. A tale scopo, il Trattato di Lisbona deve essere immediatamente messo in vigore. La globalizzazione, ed in particolare le recenti esperienze negative con le pratiche finanziarie ed economiche, che hanno abusato delle possibilità della globalizzazione e hanno portato a considerevoli sviluppi errati, esigono imperiosamente che venga modernizzato e rafforzato il modello europeo dell'economia sociale di mercato, il quale riconcilia l'efficienza economica con la giustizia sociale e si fonda sulla solidarietà e le pari opportunità per tutti. Si tratta di un modello idoneo ad essere offerto dagli europei ai propri partner nel mondo per creare la globalizzazione. Il cambiamento climatico, le sue cause e le sue conseguenze ricordano "che la Creazione ci è stata affidata da Dio e che dobbiamo esserne i custodi e gli utilizzatori responsabili". Sono in gioco, non per ultimo, le condizioni di vita delle generazioni future. Anche in questo caso si tratta di una sfida mondiale. Tuttavia: "Solo l'Europa unita è nelle condizioni di avviare iniziative coraggiose, ma necessarie malgrado la crisi finanziaria ed economica".Oltre alla globalizzazione e al cambiamento climatico, l'appello dell'Ixe fa riferimento allo sviluppo demografico al fine di rendere chiaro in che misura ed in che modo è necessaria un'Europa unita. Per superare queste sfide occorre mobilitare più settori politici: politiche sanitarie, politiche educative e politiche del lavoro. Ciò riguarda soprattutto la famiglia. Ci vuole generosità anche nei confronti dei giovani, per i quali devono essere procurate le occasioni necessarie, così come verso gli anziani, ai quali devono essere fornite le possibilità di mettere a frutto le proprie esperienze, ma anche nei confronti degli immigrati, ai quali può essere prospettato un futuro migliore attraverso la loro integrazione nelle società europee.Molti motivi quindi e tante possibilità per ogni cristiano, come del resto per ogni cittadino e cittadina dell'Unione europea, di partecipare alla vita politica e votare in modo da non lasciarsi sfuggire il proprio "appuntamento con la storia".
[Fonte: SIR 8 aprile 2009

venerdì 13 febbraio 2009

Sì a dichiarazione Domenica festiva “pilastro del modello sociale europeo”.

Il segretariato della Comece, la Chiesa protestante di Germania e la Chiesa d’Inghilterra esprimono apprezzamento per l’iniziativa di alcuni europarlamentari di proporre l’adozione di una dichiarazione scritta "sulla protezione della domenica senza lavoro come pilastro essenziale del modello sociale europeo e componente del patrimonio culturale europeo". La sua adozione, si legge in una nota resa nota ieri dalla Comece, "costituirebbe una chiara presa di posizione del Parlamento europeo a favore di un’Europa sociale".

Per poter essere adottato dal Pe, il documento "trasversale" di cinque eurodeputati (Ppe, Pse, Adle e Uen) depositato lo scorso 2 febbraio, deve essere sottoscritto da una maggioranza di europarlamentari (394) entro il 7 maggio 2009. "La crisi economica e finanziaria – spiega ancora la Comece – ha fatto meglio comprendere che non tutti gli aspetti della vita possono essere commercializzati. Il consumo sfrenato non è né un modello di sviluppo economico sostenibile, né un sano modello di sviluppo umano". Gli uomini e le donne "che lavorano la domenica sono svantaggiati nelle loro relazioni sociali"; "a venire penalizzati sono vita familiare, sviluppo personale e salute".

"La domenica festiva costituisce – secondo i rappresentanti delle Chiese - un decisivo fattore di conciliazione tra lavoro e vita familiare" ed è "uno dei rari momenti che consentono a figli e genitori di ritrovarsi". Anche "la legislazione europea – sottolineano – la considera giorno di riposo settimanale per bambini e adolescenti. Per questo il rispetto del riposo settimanale domenicale è alla base del modello sociale europeo". In questi ultimi anni, invece, "in molti Stati europei la protezione della domenica è stata erosa per incrementare la produzione e il consumo", mentre "i lavoratori hanno subito la frammentazione della loro vita privata" e le piccole e medie imprese che non possono garantire l’apertura ininterrotta hanno perso terreno sul mercato. Di qui la dichiarazione scritta che, si legge nel testo, "invita gli Stati membri e le istituzioni Ue a proteggere la domenica come giorno di riposo settimanale nelle future legislazioni nazionali ed europee sull’orario di lavoro, allo scopo di migliorare la tutela della salute dei lavoratori e la conciliazione tra lavoro e vita familiare". Testo integrale della dichiarazione su: www.europarl.europa.eu/activities/plenary/writtenDecl/wdFastOngoing.do

domenica 28 dicembre 2008

Quando l'attacco alla Chiesa arriva dalla Chiesa

Non è un dogma, è un fatto. La Chiesa è al centro di un attacco concentrico. E, in mezzo a questo attacco, ci finiscono tutti i nostri valori, le nostre tradizioni, le nostre radici, la nostra cultura, la nostra fede. In un tritacarne che non risparmia niente e nessuno e distorce tutto per attaccare il clero: dal Papa, in giù.
Ma, proprio perché la Chiesa e le nostre radici sono al centro di questo attacco fortissimo e trasparente - che parte dall’Onu, per arrivare all’Unione Europea, per finire ai media e al politicamente corretto come unico metro di valore e di pensiero - sarebbe il caso che la Chiesa e il clero non si accodassero a quest’opera di demolizione sistematica delle nostre radici e delle nostre tradizioni.
E invece. Invece, spesso, quell’opera parte direttamente dai pulpiti, dalle sacrestie, dagli altari. In una specie di ansia di anticlericalismo clericale che distrugge tutto e tutti. Spesso, spessissimo in buona fede. Ma, altrettanto spesso, spessissimo alla disperata ricerca di visibilità che distrugge le fondamenta su cui sono costruiti quegli altari.
Il caso del rappresentante islamico di Ravenna che si è detto favorevole ai presepi aboliti anche dai cattolici ravennati «per non urtare la sensibilità degli islamici», è la cartina di tornasole di ciò che sta succedendo. Un crescendo che ogni giorno si arricchisce di nuovi episodi: le moschee nei presepi, ormai, sono la normalità. Quando abbiamo dato per primi la notizia del sacerdote genovese che aveva messo una moschea nel suo presepe, non avremmo mai pensato che non si trattasse di un caso isolato.
E invece. Invece, in pochi giorni, la moschea all’interno del presepe è diventata una specie di simpatica tradizione. Ce n’è una a Venezia, un’altra a Sestri Levante, un’altra ancora chissà dove. Come se, insieme a buoi, asinelli, pastori, don Giuseppe e Marie, fosse obbligatorio metterci anche un minareto. Ma è mai possibile che non ci sia una via di mezzo fra dire che non è obbligatorio dichiarare guerra all’Islam e partire per una nuova Crociata alla ricerca di una nuova battaglia di Lepanto e piazzare una moschea in ogni presepe?
A Bergamo, invece, sono più tradizionalisti e la moschea non c’è. Ma, in compenso, non c’è neppure il bambinello. O, meglio, c’è ma è fuori dalla grotta, per provocazione nei confronti dei fedeli che non si prendono cura degli immigrati: «Gesù non ha paura di avvicinarsi agli emarginati, agli ultimi. E se non si sa accogliere lo straniero, non si può accogliere Gesù Bambino». Quindi, niente bambinello nella grotta.
Ora, si può discutere di tutto. Ma resta un fatto: se la Chiesa e la religione sono sotto attacco, forse varrebbe la pena di non minarle dall’interno, anche in buonissima fede.Forse, varrebbe la pena di non abdicare al politicamente corretto, sempre e comunque. Non vorremmo leggere che la prossima persona licenziata perché risponde al telefono «Buon Natale» anziché «Buone Feste», come è capitato in Florida, è la perpetua di un parroco.
Massimiliano Lussana
© Copyright Il Giornale, 28 dicembre 2008

sabato 20 dicembre 2008

Intensificare la ricerca delle radici cristiane per edificare una società più umana

Il Papa ha espresso il suo “vivo apprezzamento per la preziosa e feconda attività culturale, letteraria ed accademica” che svolge il Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana “a servizio della Chiesa e, più in generale, della cultura”. Un istituto che “si propone di far conoscere i monumenti paleocristiani soprattutto di Roma”, cercando di “venire incontro alle attese di quanti hanno a cuore la conoscenza e lo studio delle ricche memorie storiche della comunità cristiana”.

Si tratta di far “comprendere il passato rendendolo presente agli uomini di oggi” affrontando “una realtà complessa” come quella della Chiesa dei primi secoli. “Quando si tratta di descrivere la storia della Chiesa, che è “segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano” (LG 1) – ha affermato il Papa - la paziente ricerca dell’archeologo non può prescindere dal penetrare pure le realtà soprannaturali, senza tuttavia rinunciare all’analisi rigorosa dei reperti archeologici”:“Non è possibile una completa visione della realtà di una comunità cristiana, antica o recente che essa sia, se non si tiene conto che la Chiesa è composta di un elemento umano e di un elemento divino. Cristo, il suo Signore, abita in essa e l’ha voluta come ‘comunità di fede, di speranza, di carità, quale organismo visibile, attraverso il quale diffonde per tutti la verità e la grazia’ (LG 8).
In questa pre-comprensione teologica, il criterio di fondo non può che essere quello di lasciarsi conquistare dalla verità ricercata nelle sue autentiche fonti, con un animo sgombro da passioni e pregiudizi, essendo l’archeologia cristiana una scienza storica, e come tale basata sullo studio metodico delle fonti”.“La diffusione della cultura artistica e storica in tutti i settori della società – ha proseguito il Papa - fornisce agli uomini del nostro tempo i mezzi per ritrovare le proprie radici e per attingervi gli elementi culturali e spirituali che li aiutino ad edificare una società a dimensione veramente umana”:“Ogni uomo, ogni società, ha bisogno di una cultura aperta alla dimensione antropologica, morale e spirituale dell’esistenza.
E' pertanto mio fervido auspicio che, grazie anche al lavoro del vostro benemerito Istituto, prosegua ed anzi si intensifichi la ricerca delle radici cristiane della nostra società. L’esperienza del vostro Istituto prova che lo studio dell’archeologia, specialmente dei monumenti paleocristiani, consente di approfondire la conoscenza della verità evangelica che ci è stata trasmessa, ed offre l’opportunità di seguire i maestri e testimoni della fede che ci hanno preceduto”.“Conoscere l'eredità delle generazioni cristiane passate – ha concluso Benedetto XVI - permette a quelle successive di mantenersi fedeli al depositum fidei della prima comunità cristiana e, proseguendo sullo stesso cammino, continuare a far risuonare in ogni tempo e in ogni luogo l'immutabile Vangelo di Cristo”.
____________
© Copyright Radio Vaticana

domenica 23 novembre 2008

Marcello Pera, «Il cristianesimo, chance dell’Europa»

...
«La mia posizione è quella del laico e liberale che si rivolge al cristianesimo per chiedergli le ragioni della speranza», di una «speranza» possibile per la nostra società, per la politica, per il mondo delle istituzioni, ed in particolare per la vecchia Europa, «la terra più scristianizzata dell'Occidente e se ne fa un vanto». Dove vivere come se nessun Dio esistesse «non sta dando i frutti promessi». Europa che al cristianesimo deve ritornare «se vuole davvero unificarsi in qualcosa che assomigli ad una nazione, una comunità morale». Nel suo nuovo libro (Mondadori), Marcello Pera si mette sulle orme di Kant, (che nella Critica della ragion pratica affermava: «La speranza comincia soltanto con la religione»), e di Benedetto Croce («Non possiamo non dirci cristiani»). Ma ancora di più segue la lezione «scientifica» dell'empirismo inglese di Locke (che scrisse La ragionevolezza del cristianesimo), dei Padri fondatori della nazione americana e di Tocqueville. E proprio a partire dallo studio dei problemi drammatici di ordine morale, politico, religioso posti dalla convivenza umana contemporanea (da quelli bioetici a quelli dell'integrazione) giunge a spingersi più in là: dal «non possiamo non dirci» al «dobbiamo dirci cristiani»
....
Pera dimostra la contraddittorietà intrinseca del concetto di «multiculturalità». Affinché quello che la ragione riconosce come necessario possa accadere nella vita di ciascuno e nella storia di nazioni e popoli, ci vuole una decisione. «Alla fine, sta a noi scegliere. (...) La scelta cristiana, di darsi a Dio (credente in Cristo, ndr) o di agire velut si Christus daretur (cristiano per cultura, ndr) ha prodotto i migliori risultati. Quella scelta ha grandi vantaggi, anche nel campo dell'etica pubblica. (...) Non separeremo la moralità dalla verità, non confonderemo l'autonomia morale con la libera scelta individuale, non tratteremo gli individui, nascenti o morenti, come cose, non acconsentiremo a tutti i desideri di trasformarsi in diritti, non confineremo la ragione nei soli limiti della scienza, non ci sentiremo più soli in una società di estranei o più oppressi in uno Stato che si appropria di noi perché noi non sappiamo più orientarci da soli». Ma una simile decisione, nessuno può nasconderselo, può essere generata solo dall'incontro con un fatto che susciti una fiducia e un'attesa.Di Ratzinger, «Papa della speranza cristiana», Pera scrive: «Posso solo dire che, nonostante tutte le mie sollecitazioni interiori, questo lavoro non ci sarebbe stato se Benedetto XVI non avesse scritto e parlato e non testimoniasse ciò di cui scrive e parla». Un fatto, insomma, che mantenga «aperta» la ragione a quella possibilità che tutto (il relativismo, l'aggressività del fondamentalismo religioso, la reificazione dell'uomo) «invoca » come necessaria. Solo la speranza, di cui scrive Paolo nella Lettera agli Ebrei, colma lo iato tra la condizione percepita dalla ragione come necessaria e la realtà. È per questo che Charles Péguy, nel Portico del Mistero della seconda virtù, fa dire a Dio: «La fede che più amo è la speranza».
(© Copyright Corriere della sera, 23 novembre 2008)

lunedì 27 ottobre 2008

Lettera aperta a Benedetto XVI

Lettera aperta al Papa Benedetto XVI: "Può la Chiesa legittimare l’islam come religione e considerare Maometto un profeta?"

Appello al Santo Padre perché faccia chiarezza sulla deriva relativista e islamicamente corretta che ha portato alti prelati cattolici a legittimare l’islam come religione e a trasformare le chiese e le parrocchie in sale da preghiera e di raduno degli estremisti islamici.
autore: Magdi Cristiano Allam

A Sua Santità il Papa Benedetto XVI,
Mi rivolgo direttamente a Lei, Vicario di Cristo e Capo della Chiesa Cattolica, con deferenza da sincero credente nella fede in Gesù e da strenuo protagonista, testimone e costruttore della Civiltà cristiana, per manifestarLe la mia massima preoccupazione per la grave deriva religiosa ed etica che si è infiltrata e diffusa in seno alla Chiesa. Al punto che mentre al vertice della Chiesa taluni alti prelati e persino dei suoi stretti collaboratori sostengono apertamente e pubblicamente la legittimità dell’islam quale religione e accreditano Maometto come un profeta, alla base della Chiesa altri sacerdoti e parroci trasformano le chiese e le parrocchie in sale da preghiera e da raduno degli integralisti ed estremisti islamici che perseguono lucidamente e indefessamente la strategia di conquista del territorio e delle menti di un Occidente cristiano che, come Lei stesso l’ha definito, "odia se stesso", ideologicamente ammalato di nichilismo, materialismo, consumismo, relativismo, islamicamente corretto, buonismo, laicismo, soggettivismo giuridico, autolesionismo, indifferentismo, multiculturalismo. Si tratta di una guerra di conquista islamica che ha trasformato l’Occidente cristiano in una roccaforte dell’estremismo islamico al punto da "produrre" terroristi suicidi islamici con cittadinanza occidentale, dove la minaccia più seria non è tanto quella degli efferati tagliatori di teste che impugnano le armi, quanto quella dei subdoli tagliatori di lingue che hanno eretto la dissimulazione a precetto di fede islamica, dando vita a uno stato islamico in seno allo stato di diritto, basato su un’ampia rete di moschee e di scuole coraniche dove si predica l’odio, si inculca la fede nel cosiddetto "martirio" islamico, si pratica il lavaggio di cervello per trasformare le persone in combattenti della guerra santa islamica; di enti caritatevoli e assistenziali islamici che in cambio di aiuti materiali plagiano e sottomettono le menti; di banche islamiche che controllano fette sempre più ampie della finanza e dell’economia mondiale accreditando il diritto islamico; di veri e propri tribunali islamici che in Gran Bretagna sono già riusciti a imporre la sharia, la legge islamica, equiparata al diritto civile su questioni attinenti allo statuto personale e familiare, anche se assumono delle sentenze che violano i diritti fondamentali dell’uomo, quale la legittimazione della poligamia e la discriminazione della donna. Questi sono fatti: ci si creda o meno, piacciano o meno, ma sono fatti reali, oggettivi, innegabili. Questa conquista islamica delle menti e del territorio si è resa possibile per l’estrema fragilità interiore dell’Occidente cristiano: sono due facce della stessa medaglia. Il nostro Occidente emerge sempre più come un colosso di materialità dai piedi d’argilla perché senz’anima, in profonda crisi di valori, che tradisce la propria identità non volendo riconoscere la verità storica ed oggettiva delle radici giudaico-cristiane della propria civiltà. E’ un Occidente ideologicamente e concretamente colluso con l’avanguardia dell’esercito di conquista islamico che mira a riesumare il mito e l’utopia della "Umma", la Nazione islamica, invocando il Corano che legittima l’odio, la violenza e la morte, ed evocando il pensiero e l’azione di Maometto che ha dato l’esempio commettendo efferati crimini, come quello che lo vide personalmente partecipe della strage e della decapitazione di oltre 700 ebrei della tribù dei Banu Quraizah nel 627 alle porte di Medina.Ebbene, Sua Santità, come non ci si può rendere conto che la disponibilità, o peggio ancora la collusione con l’islam come religione, che a dispetto delle apparenze mette a repentaglio l’amore cristiano per i musulmani come persone, culmina nel rinnegare la fede nel Dio che si è fatto Uomo e nel cristianesimo che è testimonianza di Verità, Vita, Amore, Libertà e Pace? Ecco perché oggi è vitale per il bene comune della Chiesa cattolica, per l’interesse generale della Cristianità e della stessa Civiltà occidentale che Lei si pronunci in modo chiaro e vincolante per l’insieme dei fedeli sul quesito di fondo alla base di questa deleteria deriva religiosa ed etica che sta screditando la Chiesa, scardinando le certezze valoriali e identitarie dell’Occidente cristiano, trascinando al suicidio della nostra civiltà: è concepibile che la Chiesa legittimi sostanzialmente l’islam come religione spingendosi fino al punto da considerare Maometto come un profeta?Sua Santità, mi limiterò a indicarLe due recenti episodi di cui sono stato testimone. Mercoledì scorso, 15 ottobre 2008, l’arcivescovo di Brindisi, monsignor Rocco Talucci, mi ha fatto l’onore prima di accogliermi nella sede della Curia Arcivescovile verso le 17 e, mezz’ora dopo, di partecipare alla presentazione dell’autobiografia della mia conversione dall’islam al cattolicesimo "Grazie Gesù" nella Sala della Camera di Commercio di Brindisi. Ad organizzare il tutto è stata la mia cara amica Mimma Piliego, medico di base, volontaria presso il Seminario Papa Benedetto XVI e la Comunità Emmanuel, dedita al recupero dei tossicodipendenti. L’ho citata in "Grazie Gesù" come una delle testimoni di fede che mi hanno affascinato per la sua spiritualità. L’arcivescovo mi è subito parso un fine diplomatico, attento a valutare sempre i pro e i contro di ogni situazione, cercando di accontentare tutti e di non irritare nessuno. Non è esattamente il tipo di Pastore della Chiesa o più semplicemente di persona che prediligo, anche se mi sforzo di immedesimarmi nella condizione altrui per comprendere le ragioni profonde di chi trasforma l’equilibrismo esistenziale in prassi quotidiana, finendo per condizionare e determinare la stessa scelta di vita. Senonché la mia disponibilità alla comprensione delle ragioni altrui è venuta meno quando, intervenendo dopo la mia presentazione del libro, l’arcivescovo Talucci ha qualificato Maometto come "un profeta" e ha sostanzialmente legittimato l’islam come religione in quanto "espressione dell’aspirazione dell’uomo ad elevarsi a Dio". Non è assolutamente mia intenzione sollevare un caso personale nei confronti dell’arcivescovo Talucci. Perché non è affatto un caso isolato. Magari fosse così! Purtroppo è un atteggiamento diffuso in seno alla Chiesa cattolica odierna. Il secondo episodio concerne il cardinale Jean-Louis Tauran, Presidente del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso. Intervenendo al Meeting di Comunione e Liberazione a Rimini il 25 agosto 2008, nel corso di una conferenza stampa che ha preceduto l’incontro pubblico dal titolo "Le condizioni della pace", ha ripetuto la tesi da lui già sostenuta in passato, secondo cui le religioni sarebbero di per sé "fattori di pace", ma che farebbero paura a causa di "alcuni credenti" che hanno "tradito la loro fede", mentre in realtà tutte le fedi sarebbero "portatrici di un messaggio di pace e fraternità". La tesi del cardinale Tauran è che le religioni sarebbero intrinsecamente buone e che quindi lo sarebbe anche l’islam. Ne consegue che se oggi l’estremismo e il terrorismo islamico sono diventati la principale emergenza per la sicurezza e stabilità internazionale, ciò si dovrebbe imputare a una minoranza "cattiva" che interpreterebbe in modo distorto il "vero islam", mentre la maggioranza dei musulmani sarebbe "buona" nel senso di rispettosa dei diritti fondamentali e dei valori non negoziabili che sono alla base della comune civiltà dell’uomo. La realtà oggettiva, lo dico con serenità e animato da un intento costruttivo, è esattamente il contrario di ciò che immagina il cardinale Tauran. L’estremismo e il terrorismo islamico sono il frutto maturo di chi, a partire dalla sconfitta degli eserciti arabi nella guerra contro Israele del 5 giugno 1967 che ha segnato il tramonto dell’ideologia laica, socialista e guerrafondaia del panarabismo, innalzando il vessillo del panislamismo ha voluto essere sempre più aderente al dettame del Corano e al pensiero e all’azione di Maometto. La verità, dunque, è che l’estremismo e il terrorismo islamico corrispondono genuinamente al "vero islam" che è un tutt’uno con il Corano che a sua volta è considerato un tutt’uno con Allah, opera increata al pari di Dio, così come corrispondono al pensiero e all’azione di Maometto. Alla radice del male non vi è dunque una minoranza di uomini "cattivi", responsabili del degrado generale, mentre le religioni sarebbero tutte ugualmente "buone". La verità è che le religioni sono diverse, mentre gli uomini – al di là della fede e della cultura di riferimento - potrebbero essere accomunati dal rispetto di regole e di valori comuni. La verità è che il cristianesimo e l’islam sono totalmente differenti: il Dio che si è fatto uomo incarnato in Gesù, che ha condiviso la vita, la verità, l’amore e la libertà con altri uomini fino al sacrificio della propria vita, non ha nulla in comune con Allah che si è fatto testo incartato nel Corano, che s’impone sugli uomini in modo arbitrario, che ha legittimato un’ideologia e una prassi di odio, violenza e morte perseguita da Maometto e dai suoi seguaci per diffondere l’islam.La verità, lo dico sulla base dell’oggettività della realtà manifesta e della consapevolezza legata all’esperienza diretta, è che non esiste un "islam moderato", così come invece ha sostenuto lo stesso cardinale Tauran, mentre certamente ci sono dei "musulmani moderati". Sono tutti quei musulmani che, al pari di qualsiasi altra persona, rispettano i diritti fondamentali dell’uomo e quei valori che non sono negoziabili in quanto sostanziano l’essenza della nostra umanità: la sacralità della vita, la dignità della persona, la libertà di scelta.L’amara verità è che quella parte della Chiesa ammalata di relativismo e di islamicamente corretto rischia di diventare più islamica degli stessi islamici. Mi domando se la Chiesa si rende conto dell’arbitrio commesso nell’assumere la tesi del Corano creato anziché increato, al fine di consentire l’interpretazione e la contestualizzazione storica dei versetti, quindi la rappresentazione di un islam dove fede e ragione sarebbero del tutto compatibili, quando storicamente e a tutt’oggi la stragrande maggioranza dei musulmani crede in un Corano increato al pari di Allah, dove i versetti hanno un valore assoluto, universale, eterno, immodificabili? Come può la Chiesa prestarsi al gioco di chi strumentalmente e ideologicamente decontestualizza, scorpora, seleziona arbitrariamente il contenuto e il messaggio coranico, al fine di evidenziare quei versetti che estrapolati da ciò che precede e ciò che segue, consentirebbero di affermare l’esistenza di un "islam moderato"? Come può la Chiesa legittimare sostanzialmente un sedicente "islam moderato", finendo per accreditare un personaggio abietto e criminale, che non ha avuto alcuna remora a ricorrere a tutti i mezzi, compreso lo sterminio di chi non aderiva all’islam, per sottometterli alla sua mercé?Mi domando se la Chiesa si rende conto che se non afferma e non si erge a testimone dell’unicità, assolutezza, universalità ed eternità della Verità in Cristo, finisce per rendersi complice nella costruzione di un pantheon mondiale delle religioni, dove tutti ritengono che ciascuna religione sia depositaria di una parte della verità, anche se ciascuna religione si auto-attribuisce il monopolio della verità? Perché stupirsi poi del fatto che il cristianesimo, posto sullo stesso piano di una miriade di fedi e ideologie che danno le risposte più disparate ai bisogni spirituali, cessi di affascinare, persuadere e conquistare la mente e i cuori degli stessi cristiani, che disertano sempre più le chiese, che rifuggono dalla vocazione sacerdotale e più in generale che escludono la dimensione religiosa dalla propria vita? Per me il cristianesimo non è una religione "migliore" dell’islam, o la religione "completa" dal messaggio "compiuto" rispetto ad un islam considerato come una religione "incompleta" dal messaggio "incompiuto". Per me il cristianesimo è l’unica religione vera, perché è vero Gesù, il Dio che si fa uomo e che ha testimoniato in mezzo a noi uomini tramite le opere buone la verità, il fascino, la ragionevolezza e la bontà del cristianesimo. Per me l’islam che riconosce un Gesù solo umano, che pertanto condanna il cristianesimo come eresia perché crede nella divinità di Gesù e come idolatria perché crede nel dogma della Santissima Trinità, è una falsa religione, ispirata non da Dio ma dal demonio. Per me l’islam che ottemperando alle prescrizioni coraniche ed emulando le gesta di Maometto corrompe l’animo di chi si sottomette e uccide il corpo di chi si rifiuta, è una religione fisiologicamente violenta e si è rivelata storicamente aggressiva e conflittuale, del tutto incompatibile con i valori fondanti della comune civiltà umana.Proprio la mia esperienza di "musulmano moderato" che perseguiva il sogno di un "islam moderato", mi ha fatto comprendere che si può certamente essere "musulmani moderati" come persone ma che non esiste affatto un "islam moderato". Dobbiamo pertanto distinguere tra la dimensione della persona da quella dalla religione. Con i musulmani moderati, partendo dal rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo e dalla condivisione dei valori non negoziabili della nostra umanità, si può dialogare e operare per favorire la civile convivenza. Ma dobbiamo affrancarci dall’errore diffuso che immagina che per poter amare i musulmani si debba amare l’islam, che per rapportarsi in modo dignitoso con i musulmani si debba attribuire pari dignità all’islam.Sua Santità Benedetto XVI, la Chiesa, il Cristianesimo e la Civiltà occidentale oggi stanno soccombendo per l’imperversare della piaga interna del nichilismo e del relativismo di chi ha perso la propria anima, sotto l’incalzare della guerra di conquista di natura aggressiva dell’estremismo e del terrorismo islamico, in aggiunta alla deriva di un mondo che si è globalizzato ispirandosi alla modernità occidentale ma solo nella sua dimensione materialista e consumista, mentre non ha affatto recepito la sua dimensione spirituale e valoriale. Finendo per avvantaggiare coloro che rincorrono una concezione materialista e consumista della vita, scevra da valori e regole, violando i diritti fondamentali dell’uomo, così come è certamente il caso della Cina e dell’India. In questo contesto assai critico e dalla prospettiva buia, Lei oggi rappresenta un faro di Verità e di Libertà per tutti i cristiani e per tutte le persone di buona volontà in Occidente e nel Mondo. Lei è una Benedizione del Cielo che mantiene in piedi la speranza nel riscatto morale e civile della Cristianità e dell’Occidente. Ci ispiriamo a Lei e confidiamo nella sua benedizione per ergerci a Costruttori della Civiltà Cristiana in grado di promuovere un Movimento di riforma etica che realizzi un’Italia, un’Europa, un Occidente e un Mondo di Fede e Ragione. Che Dio l’assista nella missione che Le ha conferito e che Dio ci accompagni nel comune cammino volto all’affermazione della Verità, all’accreditamento del bene comune e alla realizzazione dell’interesse generale dell’umanità.

mercoledì 14 maggio 2008

La legge marittima per la "governance" di Internet

Se Internet è “un oceano da navigare”, come spesso si dice, allora, serve una legislazione che lo regolamenti sul “modello di accordi internazionali come, per esempio, le leggi marittime”. È intervenuto così, oggi, il giurista Stefano Rodotà, docente all’Università La Sapienza di Roma, al convegno “Internet, informazione e democrazia” promosso dall’Unione cattolica della stampa italiana (Ucsi) presso la Sala conferenza dell’Enel. Siamo “ancora nella fase della self-regulation”. Ma, “l’idea che sia sufficiente un’auto-regolamentazione è insostenibile, contraria ad ogni evidenza di quanto accade nel web”, ha detto Rodotà. Infatti, “anche i vecchi sostenitori di una concezione libertaria di Internet riconoscono che occorre definire regole condivise per riconoscere quali comportamenti sociali su web siano accettabili e quali no”. E “queste regole – ha aggiunto Rodotà – non possono essere affidate ai soggetti che operano in una logica mercantile e di interesse”. È “un problema di democrazia”. Da qui è nato “un movimento per una Internet Bill of Rights, una Carta dei diritti per l’era digitale, alla quale sta lavorando il Parlamento europeo”. Si tratta di “un’impresa multilivello”, ha concluso il giurista, cioè, “l’applicazione di accordi generali che possono diventare operativi ove è presente un’autorità sopranazionale”.
[Fonte: SIR 14 maggio 2008]

mercoledì 13 febbraio 2008

Roma. Anno Europeo per il dialogo interculturale

Si è aperto oggi a Roma l'anno europeo per il dialogo interculturale. “Un anno necessario - afferma Jan Figel, commissario europeo per l'istruzione, la formazione, la cultura e il multilinguismo, presentando l'evento - il dialogo tra culture è una caratteristica dell’integrazione europea. Oggi l’Ue è cambiata moltissimo, i cittadini sono liberi di muoversi e in essa risuona una grande varietà di lingue”. Ma per il Commissario “abbiamo bisogno di imparare a vivere insieme. Ciò significa vivere appieno la propria identità, nel rispetto del prossimo, arricchendoci a vicenda. Arriveremo così oltre la tolleranza e verso una mescolanza di culture. Questo è il fondamento dell’anno europeo per il dialogo”. L'anno che si apre oggi in Italia, ma celebrazioni analoghe si svolgono in tutti i Paesi europei, ha un programma denso di eventi, otto di questi, i più significativi, sono contenuti nel “Progetto Mosaico” promosso dal ministero per i Beni e le Attività culturali consultabili sul sito ufficiale dell'Anno, w.dialogue2008.eu. Filo rosso che lega le iniziative, sparse in tutto il territorio nazionale, è il multiculturalismo e la diversità culturale.

lunedì 3 dicembre 2007

Le "elites" e i cittadini. Europa e democrazia partecipativa

Frank TurnerEurope infos - Comece

All'inizio di novembre, il Parlamento europeo ha organizzato un'Agorà (in greco, una piazza del mercato, un pubblico foro), a cui erano attesi circa 500 rappresentanti della società civile per discutere sul tema: "Nuovi trattati: sfide, opportunità, strumenti". L'Agorà cittadina è stata concepita per rimediare al "deficit democratico" interno all'Unione europea, offrendo così un esempio di "democrazia partecipativa". Tale concetto merita una riflessione.Gli Stati membri dell'Unione costituiscono delle "democrazie rappresentative", in cui i cittadini eleggono coloro che ritengono più atti a governare. La "democrazia rappresentativa" è generalmente opposta alla "democrazia diretta", in cui gli elettori prendono decisioni politiche specifiche invece di eleggere a tal fine delle persone idonee. Votando per i propri rappresentanti, i cittadini rinunciano al potere decisionale diretto, per esempio tramite referendum. Un referendum può sembrare "più democratico" di una decisione parlamentare, in quanto consente alla voce dei cittadini di svolgere un ruolo decisivo. Ma si tratta di un meccanismo brutale. E' evidente che in questo caso colui che formula una domanda semplice su un problema inevitabilmente complesso si trova nelle mani un potere immenso. Questa procedura priva inoltre i rappresentanti eletti della loro funzione e delle loro competenze più preziose.La democrazia rappresentativa fa alternare il dominio dei cittadini, ogni quattro o cinque anni, con il dominio prolungato degli eletti rispetto ai cittadini. Questa alternanza comporta una relazione reciproca, e non semplicemente unilaterale, tra i cittadini e i loro rappresentanti. Ma essa crea anche una struttura vuota, in cui l'impegno dei cittadini può restare latente tra un'elezione e la successiva, cosa che favorisce l'allontanamento tra la classe politica e l'insieme della popolazione. Questo allontanamento è evidente in Europa occidentale, in cui si ritiene che la "democrazia" sia di per sé giusta, ma in cui essa è trascurata.Il pericolo va nella direzione del suo stesso rimedio. La democrazia partecipativa comporta un processo continuativo, tramite il quale i singoli cittadini e le comunità possono istruire i propri rappresentanti e informarli, portandoli così a rispondere delle proprie azioni, senza tuttavia controllarli. Ai giorni nostri, i forum online permettono ai gruppi interessati di comunicare idee di grande qualità ai parlamentari, ma manca ancora una struttura complementare tramite le quali tali idee possano venire prese sul serio. Uno dei miei colleghi ama citare l'esempio incoraggiante dell'enciclopedia online Wikipedia: vi si trova non soltanto una procedura chiara per la correzione degli errori e per il controllo degli abusi, ma gli articoli di base consentono dibattiti e "forum di discussione" a margine. La ricchezza di questa combinazione evita il rischio del fondamentalismo che consisterebbe nell'accettazione dei consigli e dei giudizi altrui senza preoccuparsi della qualità del pensiero che vi è sotteso.Grazie all'Agorà cittadina, l'Unione europea riconosce la necessità di istituzionalizzare questo processo di democrazia partecipativa. Come osserva un commentatore americano, James Fishkin, " ci troviamo di fronte al problema fondamentale e ricorrente della consultazione pubblica. Se facciamo appello alle élite, abbiamo le delibere senza l'uguaglianza politica. Se facciamo direttamente appello ai cittadini, abbiamo l'eguaglianza politica ma generalmente senza delibere". Poiché non è immaginabile una situazione in cui le élite politiche siano scomparse, l'arricchimento del dibattito pubblico è l'unica soluzione plausibile per il futuro.
[Fonte: SIR Europa, dicembre 2007]

sabato 22 settembre 2007

Identità europea e dialogo interculturale

“L’Europa rischia di sprofondare in un melting pot imperfetto o di frammentarsi ancor più sul piano culturale e di allontanare così le sue istituzioni dalla società. Si pone dunque il problema – come spesso nella sua storia - di definire una identità europea sul piano delle sue dimensioni culturali e religiose, delle sue istituzioni e delle sue frontiere geografiche e politiche”. Con questa premessa é iniziato oggi all’Abbazia di Neumünster in Lussemburgo il colloquio su “Identità europea e sfide del dialogo interculturale” per iniziativa dell’Istituto di cultura italiano e dell’Istituto Werner dello stesso Lussemburgo, dalla Fondazione Schuman e dall’Istituto internazionale Maritain. Alla base del colloquio, che proseguirà domani, é la convinzione che “l’Ue malgrado i suoi limiti esprime un modello pluralista nel cui cuore si trovano la persona umana e i suoi diritti. Malgrado le sue tensioni interne, l’Europa comunitaria é consapevole del patrimonio spirituale e morale che riunisce i suoi popoli e fonda il loro destino comune”. In effetti, ha affermato Jacques Santer, presidente della Fondazione Schuman e già presidente della Commissione europea, “l’Ue non é una federazione di Stati come sono gli Usa, e la sua originalità ha bisogno oggi di un pensiero che senza rinunciare alla memoria si ponga sui nuovi sentieri della storia”.

giovedì 20 settembre 2007

Collaborazione tra cattolici e ortodossi per un'Europa migliore

“In Europa ci troviamo oggi a confrontarci con una scristianizzazione” che riguarda “la consistenza della famiglia, l’identità della persona, il venir meno di una coscienza dei doveri sociali del cristiano”, e sono tante le “questioni che potremmo affrontare con gli ortodossi a livello europeo”: lo ha detto in un’intervista al SIR mons. Antonio Mennini, nunzio apostolico presso la Federazione russa. “Ora che l’Europa si è allargata e ha incluso nazioni a maggioranza ortodossa come Romania e Bulgaria – prosegue mons. Mennini -, ci sono valori etici fondamentali che nel profondo si rifanno al cristianesimo, che possono essere difesi, ma anche integrati e riesplorati insieme”. Per il nunzio le “strade migliori” nel dialogo tra Chiesa cattolica e Chiesa ortodossa sono “quelle dell’amore, della comprensione e della pazienza reciproca”, ma vi è anche un problema di “mancanza di mutua conoscenza”. Per questo, spiega, “il metropolita Kirill tempo fa ha proposto che “suore, sacerdoti, teologi cattolici scrivessero sulle riviste della Chiesa ortodossa” e “lo stesso avvenisse ad opera di ortodossi sulle riviste cattoliche”.

mercoledì 4 luglio 2007

Benedetto XVI: l'Europa deve tutelare la sua tradizione

Oggi l'Europa deve tutelare la sua antica tradizione e riappropriarsene, se desidera restare fedele alla sua vocazione di culla dell'umanità. La crisi attuale, comunque, ha meno a che fare con l'insistenza della modernità sulla centralità dell'uomo e delle sue ansie, che con i problemi sollevati da un "umanesimo" che pretende di edificare un regnum hominis alieno dal suo necessario fondamento ontologico. Una falsa dicotomia fra teismo e autentico umanesimo, spinta all'estrema conseguenza di creare un conflitto irrisolvibile fra diritto divino e libertà umana, ha condotto a una situazione in cui l'umanità, per tutti i suoi progressi economici e tecnici, si sente profondamente minacciata.

domenica 24 giugno 2007

Università: un nuovo umanesimo per l'Europa

L’Università “non può sfuggire alla necessità di trovare nuove risposte al problema basilare del rapporto tra etica e scienza”. Lo ha detto Renato Guarini, rettore dell’Università “La Sapienza” di Roma, salutando oggi il presidente della Repubblica italiana, Giorgio Napolitano, che ha presenziato all’incontro dei rettori delle Università europee, svoltosi nell’ambito dell’incontro europeo dei docenti universitari, in corso a Roma (fino a domenica, 24 giugno), sul tema: “Un nuovo umanesimo per l’Europa”. Rivolgendo un “particolare ringraziamento” al capo dello Stato per aver dimostrato “ancora una volta attenzione istituzionale e sensibilità personale verso i temi della cultura e della formazione nella cornice europea”, Guarini ha sottolineato come le Università oggi siamo “chiamate a essere protagoniste attive della costruzione dell’universalità europea basata sul valore della conoscenza”, contribuendo ad essa “attraverso la qualità della ricerca, la formazione di eccellenza e la cooperazione internazionale”. Tra le “questioni fondamentali” da affrontare, per il rettore della Sapienza, “la ricerca dell’identità dell’Europa in una visione unitaria, per costruire l’Europa della cultura; l’esigenza irrinunciabile di un’apertura totale e solidale alle tradizioni culturali diverse”.
“Sarebbe disumanizzante lasciare lo studente, con i suoi desideri infiniti, ridotti dalla tecnica, senza anche illuminare la sua intelligenza e insegnargli a gestirli con misura”. Ne è convinto il card. Zenon Grocholewski, prefetto della Congregazione per l’educazione cattolica, che intervenendo oggi all’incontro dei rettori delle Università europee, organizzato nell’ambito del Convegno promosso dal Ccee su “Un nuovo umanesimo per l’Europa”, ha esortato gli atenei del nostro continente a “unire la formazione professionale a una formazione etica”. “L’Università deve dare una formazione etica proporzionata alla formazione professionale che comunque rimane il suo scopo istituzionale”, ha ammonito il porporato, secondo il quale “di fronte alla tentazione centrifuga dello studente che tende a collocare la sua anima nei mezzi di accesso al sapere, l’Università è chiamata a mostrargli che egli non si prepara a inserirsi nel mondo esterno – il mondo professionale, la società – se non formando la sua interiorità”. Di qui la necessità di una “integrazione delle conoscenze”, per scongiurare “il rischio, oggi sempre più crescente, di una specializzazione unilaterale e del crescente frazionamento delle conoscenze”.

domenica 25 marzo 2007

Benedetto XVI, 50 anni dal Trattato di Roma (COMECE)

24 marzo 2007. Il papa ha ricevuto in udienza i partecipanti al Congresso "I 50 anni dei Trattati di Roma - Valori e prospettive per l’Europa di domani", promosso dalla Commissione degli Episcopati della Comunità Europea. Uno stralcio dal discorso:
"... Da tutto ciò emerge chiaramente che non si può pensare di edificare un’autentica "casa comune" europea trascurando l’identità propria dei popoli di questo nostro Continente. Si tratta infatti di un’identità storica, culturale e morale, prima ancora che geografica, economica o politica; un’identità costituita da un insieme di valori universali, che il Cristianesimo ha contribuito a forgiare, acquisendo così un ruolo non soltanto storico, ma fondativo nei confronti dell’Europa. Tali valori, che costituiscono l’anima del Continente, devono restare nell’Europa del terzo millennio come "fermento" di civiltà. Se infatti essi dovessero venir meno, come potrebbe il "vecchio" Continente continuare a svolgere la funzione di "lievito" per il mondo intero? Se, in occasione del 50.mo dei Trattati di Roma, i Governi dell’Unione desiderano "avvicinarsi" ai loro cittadini, come potrebbero escludere un elemento essenziale dell’identità europea qual è il Cristianesimo, in cui una vasta maggioranza di loro continua ad identificarsi? Non è motivo di sorpresa che l’Europa odierna, mentre ambisce di porsi come una comunità di valori, sembri sempre più spesso contestare che ci siano valori universali ed assoluti? Questa singolare forma di "apostasia" da se stessa, prima ancora che da Dio, non la induce forse a dubitare della sua stessa identità? Si finisce in questo modo per diffondere la convinzione che la "ponderazione dei beni" sia l’unica via per il discernimento morale e che il bene comune sia sinonimo di compromesso. In realtà, se il compromesso può costituire un legittimo bilanciamento di interessi particolari diversi, si trasforma in male comune ogniqualvolta comporti accordi lesivi della natura dell’uomo. ..."

mercoledì 21 marzo 2007

Oggi è San Benedetto. "Europa attingi alla tua fonte!"

"Se oggi daremo forma all'Europa attingendo alla fonte della spiritualità benedettina, potremo essere certi che la convivenza pacifica in Europa e il modo in cui l'Europa opera nel mondo potranno essere il lievito per tutto il mondo. E allora diverrà realtà il significato del nome Benedetto: che l'Europa diventi una benedizione per questo mondo". E’ quanto afferma Anselm Grün, monaco dell’abbazia benedettina di Münsterschwarzach, autore cristiano tra i più letti oggi, in una nota per SIR Europa (on line su www.agensir.it), in occasione dell’odierna festa di san Benedetto da Norcia, patrono d’Europa. "La spiritualità di Benedetto è una spiritualità terrena, che forgia questa terra, legandosi al modo in cui viviamo e lavoriamo – si legge nel testo -. Scrisse una regola per la sua comunità, una regola caratterizzata dalla saggezza e dall'amore per la persona. Esteriormente, Benedetto non ha cambiato il mondo. Ma la comunità che fondò nel mezzo di un periodo turbolento di migrazioni di popoli, divenne un fattore di stabilizzazione per il periodo del VI secolo. Si tratta innanzitutto della cultura della convivenza. Questo condusse ad un nuovo approccio con la persona in Europa, a quel riconoscimento della dignità di ciascuno e al rispetto del mistero che ogni essere umano porta dentro di sé".
"Oggi, nel mondo economico – prosegue Anselm Grün - si scorge un nuovo interesse a dirigere le persone secondo il modello guida di San Benedetto. Molti manager e imprenditori hanno scoperto che un semplice orientamento al profitto non apre la porta al futuro: ciò è possibile solo con il rispetto delle persone e la capacità di destare la vita in ciascuno". E ricordando come papa Gregorio Magno "lodava soprattutto il dono della saggezza e della misura" il monaco scrive: "nei nostri tempi in cui non solo usiamo il Creato senza alcuna misura, ma in cui anche le pretese verso noi stessi e la società sono senza misura, proprio la virtù della misura sarebbe un rimedio per le persone e per la convivenza. La spiritualità umile e allo stesso ottimista di Benedetto sarebbe un rimedio anche per i nostri tempi". Da qui l’esortazione, "se oggi daremo forma all'Europa attingendo alla fonte della spiritualità benedettina, potremo essere certi che la convivenza pacifica in Europa e il modo in cui l'Europa opera nel mondo potranno essere il lievito per tutto il mondo".
... E allora diverrà realtà il significato del nome Benedetto: che l'Europa diventi una benedizione per questo mondo.

giovedì 15 febbraio 2007

Poettering richiama le "Radici"

“L’allargamento dell’Unione europea” fino a 27 Stati, “insieme alla riunificazione della Germania, rimangono per me il miracolo di questa generazione”. Hans-Gert Poettering, eletto a gennaio presidente del Parlamento, ha rivolto questa mattina all’emiciclo di Strasburgo il suo discorso programmatico: il politico tedesco resterà in carica fino alle prossime elezioni del giugno 2009. Nell’intervento Poettering ha inserito citazioni di Delors, Bartoszewski, Schuman, Kohl; ha fatto riferimento ai cinquant’anni di integrazione comunitaria, ha rilanciato la Costituzione quale “strumento per superare i deficit attuali dell’Unione”. Ha ribadito la centralità del Parlamento nell’architettura istituzionale Ue, preannunciando una riforma dell’organizzazione interna. Ma il presidente si è soffermato anche sulla “necessità di rispondere, insieme, alle sfide della globalizzazione”, di “riscoprire le radici dell’Europa e i suoi valori”, per poterli “testimoniare” e “condividere” con il resto del mondo. “Le nostre radici risiedono nella filosofia greca, nel diritto romano e nella tradizione giudaico-cristiana”, ha affermato; esse hanno modellato l’Europa di oggi, che “è un continente multiculturale e multireligioso”.

venerdì 8 dicembre 2006

Nuova linfa alle radici cristiane dell'Europa

ROMA – L’omaggio del papa alla Madonna, l’incontro con i romani e un appello perché dalle antiche radici cristiane sappiano i popoli trarre nuova linfa per costruire il loro presente e il loro futuro": pomeriggio a piazza di Spagna per Benedetto XVI, che ha rinnovato una tradizione che va avanti dal 1953. Il papa è arrivato ai piedi della Colonna dell’Immacolata, nei pressi di una delle più celebri piazze romane, per pregare di fronte alla statua in bronzo della Madonna istallata nel 1856, in ricordo del dogma dell’Immacolata Concezione, proclamato da Pio IX nel 1854.

"Vergine piena di grazia - ha pregato il papa – mostraTi Madre tenera e premurosa per gli abitanti di questa tua città, perchè l'autentico spirito evangelico ne animi ed orienti i comportamenti; mostraTi Madre e vigile custode per l'Italia e per l'Europa, affinché dalle antiche radici cristiane sappiano i popoli trarre nuova linfa per costruire il loro presente e il loro futuro; mostraTi Madre provvida e misericordiosa per il mondo intero, perché, nel rispetto dell'umana dignità e nel ripudio di ogni forma di violenza e di sfruttamento, vengano poste basi salde per la civiltà dell'amore". "MostraTi Madre - ha continuato invocato ancora Benedetto XVI - specialmente per quanti ne hanno maggiormente bisogno: per gli indifesi, per gli emarginati e gli esclusi, per le vittime di una società che troppo spesso sacrifica l'uomo ad altri scopi e interessi. Dacci il coraggio di dire no agli inganni del potere, del denaro, del piacere; ai guadagni disonesti, alla corruzione e all'ipocrisia, all'egoismo e alla violenza”.

sabato 11 novembre 2006

Dal discorso del Papa ai Vescovi svizzeri

[...] D'altra parte si tratta, come il vescovo Grab ha già detto, di renderci garanti dei valori portanti, essenziali e che provengono da Dio della nostra società. Qui abbiamo noi tutti insieme, protestanti, cattolici ed ortodossi, un grande compito. Ed io sono felice che la coscienza di ciò cresca. In oriente è la Chiesa in Grecia che, sebbene qualche volta abbia rapporti difficili coi latini, tuttavia sempre più chiaramente dice: in Europa possiamo realizzare il nostro compito solo se noi ci impegnamo a favore della grande eredità cristiana. Anche la Chiesa in Russia vede ciò sempre più, e anche ne sono coscienti i nostri amici protestanti. Penso, se impariamo ad agire gli uni con gli altri in questo campo, allora possiamo anche qui realizzare un buon pezzo di unità, dove la piena unità teologica e sacramentale ancora non è possibile. [...]
Città del Vaticano, 7 novembre 2006

lunedì 30 ottobre 2006

Rivalutiamo il latino e il greco

Città del Vaticano, 30 ott. (Apcom) - "Nonostante le deludenti politiche scolastiche adottate in questo settore negli ultimi decenni occorre ribadire con forza, e a tutti i livelli istituzionali, l'importanza delle lingue classiche per una cultura che è alla base non solo dell'Europa presente e futura e di Paesi che risentono di queste radici culturali, ma che, in ultima analisi, rappresenta un patrimonio culturale per l'intera umanità": a partire da questa considerazione, il Pontificio comitato di scienze storiche ha deciso di promuovere un "premio giornalistico" per articoli su quotidiani o periodici dedicati ad "attualità e significato delle lingue classiche per lo sviluppo scientifico e culturale"; "importanza delle lingue classiche sul piano pedagogico"; "politiche sviluppate dagli Stati al fine di favorire lo studio delle lingue classiche".

Se non si corre ai ripari, spiega il dicastero vaticano in una nota diffusa oggi dalla sala stampa vaticana, si rischia il "decadimento della ricerca seria in quei settori". A questo fine, la Santa Sede ha deciso di incoraggiare lo studio di latino e greco non solo in ambito accademico e scolastico, "ma anche nell'ambito piu' vasto dell'opinione pubblica".

martedì 10 ottobre 2006

Un "ricco patrimonio" che non risiede solo nel passato

“Ogni persona che rivendica questa eredità deve mantenerla viva, per oggi e per domani. Poiché abbiamo viva coscienza di essere gli ereditieri di un ricco patrimonio religioso, dobbiamo farlo fruttificare in quanto esso non risiede solo nel passato ma determina anche la nostra visione dell’avvenire e dei rapporti tra gli uomini. Non possiamo, tuttavia, invocare questa eredità senza assumerne i paradossi. Ad esempio, siamo chiamati a non riservare la nostra sollecitudine solo a chi é del nostro popolo ma a offrirla a tutti”. È un appello alla responsabilità dei cristiani nella “storia europea da scrivere” quello che mons. Hyppolite Simon, arcivescovo di Clermont Ferrand e membro della Commissione degli episcopati della Comunità europea (Comece), ha rivolto questa mattina al seminario di studio sui 50 anni del Trattato di Roma: "Quali valori perl'Europa?" in corso nella stessa Clermont Ferrand. Sui temi della responsabilità, del progetto e dell’impegno per l’Europa, si concentreranno fino all’11 ottobre la riflessione e la proposta degli esperti di diversi Paesi europei affiancati da oltre 250 giovani. Nelle prossime giornate interverranno, tra gli altri, Michel Dumoulin (Università di Lovanio), Hans Jürgen Küsters (Università di Bonn), Bino Olivi (già portavoce della Commissione europea - Università di Roma), Jean-Dominique Durand (Università di Lione), Michel Camdessus (Settimane Sociali di Francia).