venerdì 2 marzo 2012

Dawson, il conservatore che sognava la riscossa dell’Europa cristiana

Un’Europa forte e solidale, ben ancorata alle sue radici culturali e religiose, e quindi capace di affrontare le sfide dei tempi nuovi. È ’auspicio del pensatore conservatore britannico Christopher H. Dawson che nel 1932 mandò alle stampe Il dilemma moderno: Senza il cristianesimo l’Europa ha un futuro? (ora pubblicato, per la prima volta in Italia, da Lindau, pp. 96, euro 13).

Una serie di conferenze, trasmesse originariamente dalla Bbc, in cui si delinea la speranza che il Vecchio Continente possa rigenerarsi e rinascere dalle ceneri della grande depressione, riscoprendo la sua anima cristiana. L’esatto opposto di quello che hanno voluto fare gli euroburocrati di Bruxelles che, bocciando il preambolo sulle radici religiose dell’Europa, hanno decretato che l’UE debba essere un organismo freddo, senz’anima, che obbedisce solo ai diktat di cinici banchieri e tecnocrati.

Dawson è un autore poco conosciuto in Italia. Ma fu un pensatore importante, soprattutto fra le due guerre mondiali, perché in grado di sviluppare un conservatorismo moderato, non ideologico, che influenzò profondamente, a esempio, T. S. Eliot. Nei suoi saggi politici, il poeta della Terra desolata riprenderà infatti molte tematiche proprie di Dawson, come l’impossibilità, vagheggiata dai tradizionalisti, di ritornare a un improbabile Medioevo. La grande scommessa era infatti quella di ripensare un cristianesimo che si possa coniugare con gli elementi positivi della modernità, non in pregiudiziale contrasto con la fede.

Ciò che pervade il saggio di Dawson, e che lo rende anche oggi attuale, è tuttavia il senso della crisi. Le due grandi illusioni della modernità, quella finanziaria della ricchezza facile e quella comunista del paradiso in terra per il proletariato, si erano già rivelate dei clamorosi e tragici fallimenti. Del comunismo Dawson coglie la natura religiosa, per quanto deviata in una forma politica totalitaria: «L’atteggiamento comunista verso la vita è religioso piuttosto che economico ed è con lo spirito di fanatici religiosi e non di organizzatori d’impresa che i comunisti hanno rotto con il passato e istituito un nuovo ordine sociale».

In contrasto con un Oriente agguerrito, Dawson descrive un Occidente debole e incolore, ormai «alla deriva». La «fede ottimista nell’ineluttabilità del progresso» ha lasciato il posto a un «fatalismo pessimista». Sulle orme di Spengler, Dawson descrive il declino dell’occidente. Ma al contrario dei pensatori tedeschi della rivoluzione conservatrice, lo storico inglese (che era cattolico) vede un’uscita dal tunnel delle ideologie nella riscoperta del cristianesimo, della fede che ha reso grande l’Europa e ne ha fondato la cultura.

Era il 1932, eppure già comprende che solo un’Europa unita, dalla Scandinavia al Mediterraneo, può fronteggiare le potenze asiatiche emergenti (oltre alla Russia comunista, la Cina e l’india, citate non a caso dall’autore). Una visione profetica che nonostante i proclami di facciata appare ancora oggi, nel 2012, una chimera. Ma tale unità non si può dare, secondo Dawson, secondo criteri puramente utilitaristici. «Il vero fondamento dell’unità europea», scrive, «si deve rinvenire non in accordi politici o economici, ma nella restaurazione della tradizione spirituale su cui quell’unità si basava originariamente».

Dawson conclude il suo saggio con una nota d’ottimismo: a suo avviso l’Europa ritroverà la sua anima cristiana e così si salverà. Inutile far notare che oggi il suo auspicio, la sua speranza, rimane ancora lettera morta.

Descrizione del libro: Negli anni ’30 del secolo scorso, lo storico inglese Christopher Dawson (1889-1970) alternò alla stesura delle sue opere più ponderose un’intensa attività giornalistica ed editoriale. Fra le iniziative da lui curate spicca una collana di piccoli saggi in edizione economica. Alla serie, che comprendeva opere di autori come Jacques Maritain, Nikolaj Berdjaev, Carl Schmitt, Rudolf Allers, contribuì personalmente con Il dilemma moderno, uscito nel 1932, quando già era riconosciuto come uno dei maggiori studiosi della civiltà occidentale.

In questo volume, Dawson analizza e discute la crisi culturale, prima che politica, che ha portato l’Europa a una condizione di guerra civile – acuita dagli esiti della prima guerra mondiale –, all’instabilità sociale e alla perdita della leadership mondiale. Tale crisi è dovuta, secondo l’autore, al rifiuto del cristianesimo proprio negli ambiti in cui maggiore è stato il contributo europeo: il pensiero e le istituzioni politiche da una parte, e la ricerca scientifica con le sue ricadute tecnologiche dall’altra.

A suo giudizio, solo la riscoperta delle radici cristiane di una democrazia correttamente intesa e di una scienza e di una tecnica non più autoreferenziali potrà salvare la nostra civiltà dall’alternativa fra dittature rivoluzionarie e tecnocrazie irresponsabili, differenti nella forma ma ugualmente totalitarie. Il recupero della sua anima e della sua vocazione consentirà all’Europa di svolgere un ruolo di progresso e di pacificazione su una scena mondiale resa precaria dall’assunzione strumentale delle conquiste materiali dell’Occidente da parte di realtà geograficamente e demograficamente imponenti e minacciose.

Quanto questa analisi sia profetica e oggi straordinariamente attuale potrà giudicarlo qualsiasi lettore.

Nota sull'Autore: Christopher Henry Dawson (1889-1970) è stato uno dei maggiori storici inglesi del XX secolo. Dopo essersi laureato al Trinity College di Oxford, si convertì al cattolicesimo. Ha insegnato nelle università di Exeter, Liverpool, Edimburgo, Dublino e, dal 1958 al 1962, ad Harvard. Tra le sue opere tradotte in italiano, ricordiamo La formazione della cristianità occidentale (2011), La divisione della cristianità occidentale (2009), La religione e lo Stato moderno (2007).

dal libro
«L’Europa conseguì la leadership della cultura mondiale non mediante la ricchezza materiale, ma grazie alla preminenza nelle cose dello spirito: nella scienza, nella letteratura e nelle idee. Essa creò gli ideali che il resto del mondo seguì. Se la democrazia moderna dovesse comportare la cessazione di questa missione e l’abbandono della leadership spirituale per l’appagamento materiale, allora ciò significherebbe proprio il declino della cultura occidentale.» C. H. Dawson
[Fonte: "Libero" del 25 febbraio 2012 p. 25]

martedì 28 febbraio 2012

L'Unione Europea: una banda di briganti?

Quante volte abbiamo sentito dire che la democrazia è il valore supremo e che non esistono princìpi assoluti al di sopra della costituzione e delle leggi dello Stato? Lo si è ripetuto in occasione della morte dell’ex Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, canonizzato come l’uomo politico che sempre affermò il primato del “vangelo” costituzionale.

Intervistato da Vittorio Messori, Scalfaro difese la firma apposta nel 1978 alla legge abortista dall’allora Capo dello Stato Giovanni Leone, dal Presidente del Consiglio Giulio Andreotti e dai ministri competenti, tutti democristiani, sostenendo che essi «non potevano far altro che firmare» perché, in democrazia, il rispetto della legge era «un atto dovuto» (Inchiesta sul cristianesimo, SEI, Torino 1987, p. 218).

Questa concezione del diritto, che nel XX secolo ha avuto il suo massimo teorico nel giurista austriaco Hans Kelsen (1881-1973), fonda la validità dell’ordinamento giuridico sulla pura “efficacia giuridica” della norma, ossia sul suo potere di fatto, negando l’esistenza di un ordine metafisico di valori che trascenda la legge positiva voluta dagli uomini.

Ma Benedetto XVI, nel suo discorso al Parlamento tedesco del 22 settembre 2011, ha criticato esplicitamente il positivismo giuridico di Kelsen, mostrando come proprio da questa impostazione siano discese le aberrazioni del nazionalsocialismo. Prima del potere della legge umana, esiste il vero diritto, che è la legge naturale scritta secondo le parole di san Paolo (Rm. 2, 14) nel cuore e nella coscienza di ogni uomo. «Dove vige il dominio esclusivo della ragione positivista – e ciò è in gran parte il caso nella nostra coscienza pubblica – ha affermato il Papa – le fonti classiche di conoscenza dell’ethos e del diritto sono messe fuori gioco. Questa è una situazione drammatica che interessa tutti e su cui è necessaria una discussione pubblica».

Benedetto XVI ha quindi ricordato una frase di sant’Agostino: «Togli il diritto e allora che cosa distingue lo Stato da una grossa banda di briganti?». Ciò avviene, ed è tragicamente avvenuto nel XX secolo, quando si separa, e poi si contrappone, il potere della norma alla legge naturale e divina. In questo caso lo Stato diviene lo strumento per la distruzione del diritto.
Per l’Unione Europea, come per le principali istituzioni internazionali, la fonte suprema del diritto è la norma prodotta dal legislatore. Nel corso degli ultimi decenni, in base a questo principio, i legislatori vanno sostituendo “nuovi diritti” soggettivi, dall’aborto al “matrimonio” omosessuale, ai tradizionali diritti dell’uomo, radicati su di una legge naturale oggettiva e immutabile.
Ma cosa accade quando un popolo sovrano, attraverso i suoi legislatori, produce una norma difforme non dalla legge naturale, ma dalla volontà di altri produttori di norma? Il caso si è posto quando, il 1° gennaio 2012, è entrata in vigore la nuova costituzione ungherese, approvata con la maggioranza dei due terzi dall’Assemblea Nazionale il 18 aprile 2011 e firmata il 25 dello stesso mese dal Presidente della Repubblica Pal Schmitt.

Coerenza vorrebbe che l’Unione Europea si inchinasse con reverenza di fronte alla produzione normativa voluta dalla stragrande maggioranza del popolo ungherese. È accaduto invece che l’UE ha annunciato l’apertura di una procedura d’infrazione nei confronti di Budapest per la svolta autoritaria che il governo di Viktor Orban avrebbe imposto con l’entrata in vigore della nuova Costituzione. «Non vogliamo – ha affermato il presidente della Commissione Europea José Manuel Durao Barroso – che l’ombra del dubbio infici il rispetto dei valori e principi democratici in nessun Paese Ue».

Ufficialmente i punti incriminati del nuovo testo ungherese sono tre: i limiti posti all’autonomia della Banca centrale, la riduzione dell’età pensionabile dei giudici e le restrizioni all’indipendenza dell’Autorità per la privacy. In realtà altre sono le vere accuse. Intervistato il 14 gennaio da Radio Vaticana, mons. János Székely, vescovo ausiliare di Esztergom-Budapest, ha dichiarato che gli attacchi di Bruxelles e di gran parte dell’opinione pubblica europea sono dovuti alla difesa della vita, del matrimonio e della famiglia affermati dalla nuova legge fondamentale del Paese.

La nuova Costituzione considera infatti la famiglia come «la base della sopravvivenza della nazione», affermando che «l’Ungheria proteggerà l’istituzione del matrimonio inteso come l’unione coniugale di un uomo e di una donna», e proclama che «la vita del feto sarà protetta dal momento del concepimento» . Una disposizione quest’ultima che, pur non andando a incidere direttamente sulla normativa sull’aborto, apre la possibilità di restringere la disciplina in materia, ricorrendo a un giudizio di costituzionalità.
Inoltre la costituzione si apre nel nome di Dio e lo stemma nazionale è centrato sulla Santa Corona e su Santo Stefano, simboli storici dell’eredità dell’Ungheria cristiana.

I mezzi utilizzati per colpire l’Ungheria sono di vario genere. In primo luogo lo strangolamento economico, esercitato attraverso i diktat della Banca Centrale Europea e del Fondo Monetario Internazionale e la pressione delle agenzie di rating. In Ungheria il debito pubblico è rimasto al livello del 75% del PIL e il tasso di disoccupazione non supera l’11%. Ma la BCE e il FMI rifiutano i prestiti e le agenzie Fitch, Standard & Poor’s e Moody’s Investors Service hanno declassato i titoli di Stato ungheresi dallo status “investment grade” a quello “junk”, ovvero di spazzatura.
In conseguenza, nel mese di gennaio, lo spread rispetto al Bund tedesco è arrivato a 850 punti, il fiorino ungherese è crollato, i tentativi del governo di immettere sul mercato europeo nuovi titoli di Stato sono falliti.

Al ricatto economico si aggiungono le minacce giuridiche. Il Parlamento europeo, attualmente presieduto dal socialista Martin Schulz, famoso per le sue intemperanze, è deciso a chiedere alla Commissione di impugnare davanti alla Corte europea la Costituzione e le leggi del governo Orbán, considerate in contrasto con i Trattati europei, fino ad attivare la procedura prevista dall’articolo 7 del Trattato di Lisbona che toglie il diritto di voto ai governi che non rispettano i principi fondamentali dell’UE.

Il tutto accompagnato da una violenta campagna di stampa denigratoria sul piano internazionale e da manifestazioni di protesta, promosse dai partiti di sinistra e appoggiate dalle ONG transnazionali e dall’ Istituto Eötvös, dello speculatore finanziario di origine ungherese George Soros.

Per parafrasare sant’Agostino e Benedetto XVI: una volta rimossa la legge naturale, che cosa distingue l’Unione Europea da una grossa banda di briganti?

Roberto di Mattei
su Radici cristiane, n.72

giovedì 23 febbraio 2012

UE: Grecia e Italia, unite come un tempo (ma nella rovina comune)?

La trasmissione Matrix di giovedì 16 febbraio 2012 si è svolta in uno scenario differente dal solito. Il conduttore, Alessio Vinci, era con i suoi ospiti in una bella terrazza a Piazza Sintagma ad Atene. Sullo sfondo, illuminati, il Parlamento greco e lo spettacolo del Partenone. Ogni tanto, si trasmettevano i disordini e le violenze di popolo che erano avvenute o stavano ancora avvenendo dall’altra parte della immensa piazza.

Gli ospiti erano in parte italiani (fra cui anche Tremonti), in parte politici, giornalisti e imprenditori greci che si alternavano, il tutto arricchito da tante interviste a persone comuni.

Fin qui tutto potrebbe sembrare abbastanza normale, anche la decisione di trasferirsi in Grecia, visto quello che sta accadendo lì. Ma è proprio questo il punto: quello che sta accadendo in Grecia, e di cui non abbiamo (come sempre) corretta notizia.

Dalla trasmissione è emerso infatti chiaramente che la situazione è incredibilmente più tragica di quello che sappiamo: da decine di migliaia di famiglie (tutte dell’ex ceto medio) senza più lavoro, a chi guadagnava mediamente 1200-1500 euro al mese e ormai (e sono la maggioranza) ne guadagna fra i 300 e 500 (un intervistato, alla domanda “come fate a sopravvivere?”, ha testualmente risposto: “semplice: non pago più nulla, eccetto il cibo di ogni giorno”); dai prossimi licenziamenti di statali (decine di migliaia) al fatto – da noi del tutto oscurato – che le banche hanno bloccato i bancomat e imposto un tetto per i prelievi (in pratica, i greci hanno perso l’utilizzo dei loro risparmi).

Quando si domandava agli intervistati di chi fosse la colpa di tutto questo, la risposta era univoca: della UE e in particolare della Germania, il cui scopo è la conquista economica del continente, preambolo al controllo politico.

Poi molti apportavano un’aggiunta, il cui concetto di fondo era il seguente: “non vi illudete voi italiani, quello che oggi sta accadendo a noi, accadrà a voi, perché chi provoca tutto questo ha le stesse identiche intenzioni nei confronti vostri, della Spagna, del Portogallo, dell’Irlanda, ecc.”.

Questa, che potrebbe sembrare una polemica “qualunquista” di gente arrabbiata, nel dibattito animato da Vinci è diventata in realtà la nota di fondo della serata. Vinci ha avuto il merito di non lasciarla cadere in omaggio al politicamente corretto, ma in realtà, con molto stile, l’ha tenuta al centro dell’attenzione.

E, ciò che è maggiormente interessante (e, ahinoi, sconcertante), fra gli ospiti nessuno ha negato tale eventualità, a partire da Tremonti (il quale, libero ora dagli incarichi politici, sembra aver riacquistato un poco la schiettezza del passato), che anzi ha rilanciato attaccando pubblicamente Mario Monti, ricordando che questi ebbe a dichiarare a settembre che l’Euro è una benedizione per l’Europa in quanto sta costringendo la Grecia a ritornare alla ricchezza reale!

Solo il giornalista Fubini del Corriere della Sera ha costantemente difeso Monti, la UE e in pratica i poteri forti (incolpando i greci della loro rovina), e ha cercato di smussare il fatto che vi sia questo pericolo per l’Italia. Ma la realtà è che alla fine questo senso di frustrazione generale, di consapevole paura di un “rischio Italia”, di sensazione della palese incapacità di gestione degli eventi (in quanto eterodiretti da forze che nessuno realmente controlla) ha dominato l’intera serata.

Pertanto, il messaggio che ne è passato è tanto “sotterraneo” quanto chiaro nella sua drammaticità: non solo non si può escludere, ma è realisticamente possibile, che anche in Italia, nei prossimi tempi, potrebbero avvenire licenziamenti di massa, riduzione a percentuali stratosferiche degli stipendi, e, chissà, magari… il blocco dei bancomat, come in Grecia.

Cosa succederà nei prossimi mesi? Ci aspetta la Grecia? E, se c’è questo pericolo, come rimanere inerti ad attendere la catastrofe, anestetizzati dai nostri parlamentari nullafacenti, burattini o burattinai che siano?
Massimo Viglione
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[Fonte: Corrispondenza romana, 22 febbraio 2012]

lunedì 6 febbraio 2012

Santa Sede, una donna rappresenterà l'Unione Europea

L'incontro in Vaticano con Benedetto XVI in occasione della presentazione delle Lettere Credenziali

Il Papa ha ricevuto in udienza Laurence Argimont-Pistre, capo della delegazione dell’Unione Europea presso la Santa Sede, in occasione della presentazione delle Lettere Credenziali. La diplomatica francese sarà l'ambasciatrice della Unione Europea presso la Santa Sede.

Nata a Clusaz (Alta Savoia) 59 anni fa, la nuova ambasciatrice dell'Ue presso il Palazzo apostolico è sposata ed ha tre figli.

Oltre il francese, parla inglese e spagnolo; conosce anche il tedesco, l'italiano ed il portoghese. Laureata in Diritto presso l'Università di Grenoble, ha svolto l'attività di Assistente giuridica per lo studio dei casi di diritto comunitario presso lo studio legale Linklater's & Paines a Bruxelles (1976-1978).

E' stata Docente di Politica commerciale presso l'Università autonoma di Barcellona nonché responsabile di corsi e di seminari presso l'Istituto Jean Monnet e presso l'Università centrale di Barcellona (1991-1995).

Funzionario della Commissione europea, si è occupata di politica commerciale dell'Ue ed è stata, poi, capo dell'Unità per l'India, il Nepal ed il Bhutan (2000-2005), capo dell'Unità per il Mercosur ed il Cile (2005-2007), e, da ultimo, ambasciatore, capo delegazione dell'UE presso l'Ocde e l'Unesco a Parigi (2007-2012).
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[Fonte: Vatican Insider]

sabato 7 gennaio 2012

Le radici della crisi dell'Unione Europea 1991-2011

La crisi economica, sociale e politica che l’Unione Europea oggi vive è sotto gli occhi di tutti. Tra pochi giorni ricorrerà il ventesimo anniversario della firma del Trattato di Maastricht (firmato l’ 11 dicembre 1991) da cui l’Unione Europea ebbe origine. Il prof. Roberto de Mattei, allora presidente del Centro Culturale Lepanto, e oggi della Fondazione Lepanto, esprimeva, tra i primi in Europa, le sue critiche al Trattato di Maastricht in una lettera consegnata a Strasburgo, a tutti i parlamentari europei, l’11 maggio del 1992, alla vigilia del discorso della regina Elisabetta di Inghilterra al Parlamento Europeo.

Lo stesso testo veniva fatto pervenire, ai parlamentari italiani riuniti in seduta congiunta in elezione del Presidente della Repubblica (il documento fu pubblicato integralmente in « Lepanto », nn. 122-123 (maggio-giugno 1992), pp. 3-11).

La lettura di questa analisi, che precedette di quasi 10 anni l’entrata in vigore dell’Euro, invita a riflettere sul nostro futuro.(maggio-giugno 1992), pp. 3-11).

Lettera ai Parlamentari europei del prof. Roberto de Mattei
Roma, 11 maggio 1992

Egregio onorevole,

a nome del Centro Culturale Lepanto, che ho l’onore di presiedere, vorrei sottoporre alla Sua attenzione alcune riflessioni a proposito di un importante dibattito che Ella e i suoi colleghi avete affrontato e dovrete ancora affrontare (l).

Mi riferisco al Trattato di Maastricht, stipulato l’11 dicembre 1991 nella cittadina olandese dai Capi di Stato e di Governo dei dodici Paesi della Comunità europea per avviare la nuova organizzazione internazionale denominata “Unione europea”.

Questo Trattato, che è stato formalmente sottoscritto il 7 febbraio 1992 e che, per entrare in vigore, dovrebbe essere ratificato dai rispettivi Parlamenti nazionali entro il 31 dicembre di quest’anno, sta suscitando un po’ ovunque crescenti dubbi e perplessità: unirà e rafforzerà veramente l’Europa, o la disgregherà, precipitandola nel caos? Lo scopo di questa lettera, è di contribuire ad una discussione su questo punto capitale.

Il sogno nichilista di distruzione dell’Europa

In questo 1992 che segna il 500° anniversario della scoperta e della civilizzazione dell’America da parte degli europei, la Civiltà europea e cristiana è sottoposta a un processo senza precedenti. L’Europa è accusata di aver imposto al mondo il suo modello di civiltà, in luogo di “aprirsi all’Altro”, “a ciò che non è, non è mai stato e non sarà mai l’Europa”(2); essa dovrebbe dunque rinnegare sé stessa per recuperare la “Alterità” che ha negato: i barbari, gli indios, i musulmani, sarebbero portatori di un “messaggio culturale” incompreso. L’Europa dovrebbe perciò rinunciare alla “ambizione secolare di centralità storica di cui Colombo è il simbolo”(3) per “decivilizzarsi” e sprofondare nel tribalismo.

Nella visione della storia, elaborata da questi “teorici del caos”, il fondamento dell’Europa sarebbe “la perdita dei fondamenti” (4), la sua caratteristica quella “di non essere identica a sé stessa” (5). Nessuna identità storica e culturale meriterebbe di sopravvivere perché nel mondo nulla esiste di stabile e di permanente e tutto è privo di ordine e di significato: il Nulla è l’unica realtà che si deve affermare nella storia e nella società: “Dobbiamo riconoscere il ruolo storicamente positivo del Nulla /…/ Siamo incitati a fondare la nostra cittadinanza europea in rapporto al nulla” (6).

La vera natura del Trattato di Maastricht

Queste tesi nichilistiche sull’Europa, esposte in riviste, libri e convegni, amplificate dai mass media e abbondantemente riecheggiate dagli uomini politici, non vanno ignorate né dimenticate nell’affrontare la discussione su un accordo politico così ambizioso come il Trattato di Maastricht.

Non si tratta di schierarsi genericamente pro o contro l’Europa, ma di affrontare il vero problema di fondo: a quale Europa ci richiamiamo? Qual è l’Europa prevista dal Trattato di Maastricht? I trattati politici e diplomatici non si riducono infatti a formule tecniche ma riflettono modelli politici, visioni del mondo e aspirazioni ideali.

Quali, in questo caso?

Non è solo un mercato unico…

Per l’uomo della strada, l’Unione europea si riduce al grande mercato senza frontiere, ossia all’unico “mercato interno” europeo realizzato attraverso la libera circolazione delle merci, delle persone, dei servizi e dei capitali.

Quest’uomo comune europeo, che rifugge da discussioni e impegni profondi per vivere immerso nei problemi di ogni giorno, diffida dei politici, ma nutre ancora una certa fiducia verso il pragmatismo degli economisti; il fatto che l’Europa unita sia oggi patrocinata dai “tecnici” dell’economia, lo tranquillizza ed egli è tentato a vedere in essa la possibile soluzione dei gravi mali economici e sociali che affliggono ormai cronicamente tutte le nazioni occidentali.

In realtà, il primo equivoco di fondo da dissipare, è proprio quello di ritenere che l'organizzazione internazionale prevista a Maastricht si limiti ad una unione economica, destinata ad assicurare maggiori vantaggi e benefici ai suoi membri.

Ciò è evidente fin nelle prime pagine del Trattato, dove, a sottolineare la novità, al tit. II, art. G A I si precisa che “l’espressione ‘Comunità economica europea’ è sostituita dall’espressione ‘Comunità europea’”.

Qual è il senso di questa precisazione? Quello di sottolineare il progressivo passaggio da un’unione meramente economica ad un’unione innanzitutto politica; l’unificazione economica è un mezzo, quella politica il fine.

… ma è un processo politico e culturale

La prima caratteristica del Trattato di Maastricht che balza agli occhi è la sua processualità. L’accordo prevede infatti, a partire dallo gennaio 1993, una serie di tappe diverse, rigorosamente concatenate e stabilisce il “carattere irreversibile” (7) della transizione all’ultima fase, entro il l° gennaio 1999.

Occorre spingere lo sguardo verso la mèta finale, perché è da essa che traggono significato le fasi precedenti. E se la fase iniziale è economica, l’ultima conclude un processo di profonda trasformazione politica dell’Europa. Qual è la natura di questa trasformazione? Ebbene, affermiamo senza timore di essere smentiti, pronti ad un aperto dibattito intellettuale su questo punto: il progetto di Maastricht non innesca un processo di unificazione europea, ma un processo di disgregazione degli Stati nazionali: e poiché l’Europa non può prescindere dagli Stati nazionali, che ne costituiscono l’ossatura, la liquidazione di questi Stati equivale alla distruzione dell’Europa condotta in nome dell’Europa stessa!

Verso il caos economico?

La prima fase del processo di unificazione di Maastricht prevede, a partire dallo gennaio 1993, la caduta delle frontiere politiche ed economiche all’interno della Comunità e la creazione di un grande mercato unico europeo. Ma quali saranno le conseguenze di questa vera e propria svolta economica del nostro continente?

Quasi tutte le nazioni europee producono merci di eccellente qualità, dai vini ai tessuti. Generalmente ogni nazione è la principale consumatrice dei propri prodotti; per evidenti ragioni economiche, ciò è favorito dalle misure di protezione doganale prese dai rispettivi governi. Se tali misure vengono soppresse, è inevitabile che la curiosità propria dell’uomo spinga i consumatori nazionali a sperimentare i prodotti provenienti da altre nazioni. Con la soppressione delle barriere doganali in tutta Europa, circoleranno e si consumeranno i prodotti economici di tutta Europa. In tal modo, nessuna industria manterrà la certezza di una base economica nel Paese in cui è impiantata e comincerà una disputa tra le industrie di ogni Paese, per mezzo della propaganda pubblicitaria, per conquistare nuovi mercati o per difendere quelli tradizionali. I formaggi francesi, la birra tedesca e la pasta italiana non sono solo prodotti commerciali, ma simboli di culture e di tradizioni diverse: la guerra economica, combattuta con gli strumenti della moderna tecnica pubblicitaria, tenderà a divenire psicologica e politica. Il mercato comune assomiglierà ad un campo di battaglia, piuttosto che a un centro di aggregazione.

I mercati più deboli saranno invasi da capitali, merci e servizi stranieri ben più competitivi. Sopravviveranno solo le imprese maggiori, capaci di darsi una dimensione multinazionale; alle piccole resterà l’alternativa di accorparsi alle grandi, in posizione subordinata, oppure di fallire.

Come abbiamo già previsto, commentando il “progetto Delors”, “ciò che rende ancora più preoccupante lo scenario è il fatto che questo cataclisma verrà imposto dall’alto, artificialmente e a brevissimo termine, sorprendendo i più deboli nell’impreparazione generale. E’ comunque facile prevedere che esploderà una concorrenza selvaggia che seminerà il caos nell’economia europea; nel Mercato Comune si combatterà una battaglia senza esclusione di colpi. L’Europa, priva dei punti di riferimento fin qui rappresentati dalle frontiere nazionali e dalle barriere doganali, potrebbe cadere vittima di un caos economico generalizzato e devastatore” (8).

L’esproprio della sovranità monetaria

Le tappe successive previste dal Trattato di Maastricht sono:

- IIa fase (a partire dal 1° luglio 1994): Creazione di un Istituto Monetario Europeo (IME) costituito dalle Banche centrali dei Paesi membri, come passaggio intermedio per la successiva

- IIIa fase (a partire dal 1997 e comunque entro il 1° gennaio 1999) che a sua volta prevede:

a) Costituzione di un Sistema europeo di banche centrali (SEBC), comprendente le singole Banche centrali nazionali e una Banca Centrale Europea (BCE), che diverrebbe il detentore e gestore esclusivo delle riserve ufficiali in valuta estera degli Stati membri (Tit. II, art. 105.2).

b) Creazione di una moneta unica puramente fiduciale, l’ECU (Tit. II, art. 3 A), destinata a sostituire le monete nazionali. La BCE costituirebbe l’unica istituzione abilitata ad esercitare una prerogativa tipica dello Stato, quale l’emissione di moneta.

In particolare, secondo il Trattato, non sono i governi e i parlamenti, ma è la Commissione, attraverso la Banca Centrale Europea, a stabilire gli indirizzi di massima per la politica economica dei singoli Stati nazionali (Tit. II, art. 103.2); la BCE è l’unica istituzione che può autorizzare l’emissione di banconote e stabilire la loro quantità (Tit. II, art. 105 A). Il Consiglio può addirittura infliggere sanzioni attraverso l’imposizione di ammende, l’imposizione di un deposito infruttifero invitando la Banca Europea degli Investimenti a riconsiderare la sua politica di prestiti verso quel paese (Tit. II, art. 104 C).

La perdita parte degli Stati europei della sovranità economica e monetaria significa in realtà la cessione di un elemento essenziale della sovranità politica. Si tratta di un punto che aveva ben compreso l’ex premier britannica Margaret Thatcher, la quale più di una volta ha esposto il concetto secondo cui “se si perde la sovranità monetaria e di bilancio, non è molta la sovranità che rimane” (9).

L’esproprio della sovranità politica

L’autorevole voce della Bundesbank ha recentemente ricordato come creare con un atto di autorità una moneta unica europea può essere facile; ben più difficile è assicurare la stabilità monetaria in Europa: a ciò occorrono condizioni economiche, politiche e psicologiche complesse (10). Come immaginare una efficace unificazione economica e monetaria dell’Europa, se manca quella cornice giuridica e politica comune che sola può regolare problemi come quelli dell’immigrazione, della droga e della criminalità organizzata, e assicurare in tal mondo le condizioni necessarie alla stabilità economica e monetaria?

Per realizzare queste condizioni giuridiche e politiche, il Trattato prevede “il ravvicinamento delle legislazioni nazionali nella misura necessaria al funzionamento del mercato comune” (Tit. II, art. G 3 H). Questa armonia politica e legislativa costituisce certamente in sé un bene a cui tendere, quando non violi il diritto naturale, ma non può essere imposta da un vertice burocratico, con il pretesto della necessità di far funzionare il mercato comune. Ciò significherebbe sottrarre agli Stati nazionali il loro diritto a governare la società civile. La sovranità è il contrassegno essenziale di uno Stato. Essa può essere definita come la suprema autorità che lo Stato deve avere, nell’ambito che gli è proprio, per raggiungere il suo fine, che è il bene pubblico dei cittadini (11), ossia la loro vita virtuosa in comune (12). Lo Stato può delegare alcune competenze, in base al principio di sussidiarietà, ma non può eliminare in radice la propria sovranità, come accadrebbe al termine del processo di unificazione di Maastricht. Ciò significherebbe la scomparsa degli Stati nazionali.


La mèta: megastato europeo e microstati regionali

Questo trasferimento di poteri e di competenze fin qui attribuite ai governi e ai parlamenti nazionali, avverrebbe secondo due linee direttive: da una parte verso le istituzioni sovranazionali, cioè verso il “megastato” europeo, dall’altra verso le realtà comunali e regionali, che tenderebbero a divenire veri e propri microstati. Su questa linea si pone l’istituzione di un “Comitato delle Regioni” (Tit. II, art. 198 A), destinato ad assistere il Consiglio e la Commissione, che costituirebbero il “supergoverno” del “megastato”.

Ciò, come ha spiegato il presidente della Commissione europea Jacques Delors parlando il 5 ottobre 1989 al Wissenschaftszentrum di Bonn, “nella sua essenza significa che i poteri del governo centrale sono divisi con quelli delle collettività territoriali pre-esistenti”.

Questo progetto realizza il piano esposto qualche anno fa dal socialista Peter Glotz, nel Manifesto della Sinistra europea nel quale auspicava “il superamento dello Stato nazionale in Europa” che “non dovrebbe avvenire soltanto attraverso una unificazione transnazionale, ma anche attraverso la regionalizzazione e il decentramento” (13) e si indicava “la creazione di una Unione europea” (14), come “prospettiva di lunga scadenza dell’unificazione europea”.

Si tratta della versione aggiornata della grande mèta della Sinistra che è sempre stata e resta l’anarchia, ossia il “mondo nuovo”, destinato a sorgere, per usare le parole di Bakunin, “sopra le rovine di tutte le Chiese e di tutti gli stati” (15). Per questo, afferma lo stesso Bakunin, “i socialisti rivoluzionari si organizzano in previsione della distruzione o, se si vuole una parola più gentile, in vista della liquidazione degli stati” (16) “affinché sulle loro rovine, possano sorgere libere unioni organizzate dal basso grazie alle libere federazioni dei comuni in provincie, delle provincie in nazioni, delle nazioni negli Stati uniti d’Europa” (17).

Una bomba ad orologeria: la cittadinanza europea

In questa prospettiva disgregatrice si situa un capitolo del Trattato di Maastricht che costituisce una vera e propria bomba ad orologeria nel cuore del nostro continente: la attribuzione di una “cittadinanza europea” a ogni cittadino dei diversi Stati nazionali in via di liquidazione.

Il problema della cittadinanza, nazionale od europea, non può essere affrontato senza tener conto dello scenario contemporaneo. Il fallimento del socialcomunismo ad Est e l’altrettanto colossale fallimento della decolonizzazione a Sud hanno aperto un flusso di massicce migrazioni verso l’Europa. Mancano statistiche pienamente attendibili sulla reale consistenza di questa immigrazione; quel che è certo è che si tratta di un fenomeno in aumento, che si accompagna a un preoccupante declino demografico del nostro continente. Non si tratta comunque di un problema secondario se, nel novembre 1991, i ministri di ventisette paesi europei hanno ritenuto necessario incontrarsi a Berlino per discuterlo.

Il Trattato istituisce una “cittadinanza dell’Unione europea” attribuita a “chiunque abbia la cittadinanza di uno Stato membro” (Tit. II, art. 81). Tra gli Stati membri dell’Unione però, per quanto riguarda la concessione della cittadinanza agli immigrati di provenienza extra-comunitaria, non esiste attualmente omogeneità legislativa: esistono legislazioni più aperte ed altre più restrittive. Non è difficile immaginare che i flussi migratori si dirigerebbero verso gli Stati dove l’accesso alla cittadinanza fosse più facile, per poi spostarsi per via “intra-comunitaria”, verso quelli che hanno le frontiere “extra-comunitarie” meno elastiche.

Si dirà che questo è uno dei punti su cui è prioritario il riavvicinamento delle legislazioni nazionali previsto dal Trattato; ma se si è così certi che questo riavvicinamento non tarderà, perché non prevedere l’istituzione della cittadinanza dell’Unione solo dopo l’avvenuta uniformità legislativa tra gli Stati?

Gli immigrati alla conquista delle strutture politiche

Ogni cittadino dell’Unione, secondo l’art. 8 A 1 del Trattato, ha “il diritto di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri”. La reale portata di questo articolo emerge alla luce di quello seguente, che attribuisce, ad “ogni cittadino dell’Unione residente in uno Stato membro di cui non è cittadino”, “il diritto di voto e di eleggibilità alle elezioni comunali nello Stato membro in cui risiede, alle stesse condizioni dei cittadini di detto Stato” (Tit. II, art. 8 B 1) ed “il diritto di voto e di eleggibilità alle elezioni del Parlamento europeo nello Stato membro in cui risiede” (Tit. II, art. 8 B 2) con modalità che verranno stabilite dal Consiglio Europeo rispettivamente entro il 31 dicembre 1994 ed il 31 dicembre 1993.

Queste le prevedibili conseguenze:

a) Il primo obiettivo del migrante extracomunitario sarà quello di ottenere la cittadinanza dell’Unione. Perciò, in assenza di una legislazione rigorosamente uniforme, egli sceglierà il Paese che consente un più facile accesso alla cittadinanza nazionale: questa, automaticamente, comporta la cittadinanza europea.

b) Una volta ottenuta la cittadinanza europea, il secondo passo, sarà quello di spostarsi, in base all’ assoluto diritto di circolazione, verso il luogo di residenza prescelto nel territorio dell’Unione, dove eserciterà i diritti politici.

c) Il diritto di elettorato attivo e passivo di cui fruirà nel luogo di residenza, permetterà al migrante di inserirsi nelle strutture politiche europee a livello locale e a livello sovranazionale, gli unici due livelli politici di rilievo, una volta dissolti gli Stati nazionali.

L’Islam egemone in Europa?

Non si può ignorare che una larga parte degli immigrati extracomunitari è di religione islamica, e che l’Islam non conosce la distinzione cristiana tra ordine naturale e ordine soprannaturale, tra sfera civile e sfera religiosa, ma fonde il sacro e il profano in un’unica prospettiva totalizzante (18).

Gli esponenti islamici in Europa già chiedono che la loro religione goda della stessa tutela che le legislazioni nazionali riconoscono ad altre comunità religiose; ciò significa: riconoscimento civile della poligamia, insegnamento islamico nelle scuole, esonero dal lavoro nelle festività maomettane, e così via.

Il giorno in cui milioni di islamici otterranno la cittadinanza dell’Unione europea è logico immaginare che essi si organizzeranno in un movimento politico, che presenterà i suoi candidati nelle elezioni comunali e nel Parlamento europeo.

Secondo il Trattato sono i partiti politici europei “ad esprimere la volontà politica dei cittadini dell’Unione” (Tit. II, art. 138 A); un “Partito Islamico Europeo”, per la sua capillare diffusione in tutti i territori della Unione, per la sua forza di coesione, allo stesso tempo politica e religiosa, per i suoi mezzi finanziari e per i suoi collegamenti internazionali potrebbe diventare il partito leader del Parlamento europeo; ciò significherebbe l’egemonia politica dell’Islam in Europa, pacificamente conquistata, anzi pacificamente ceduta dagli stessi europei.

Sul piano comunale, inoltre, come escludere la possibilità della concentrazione di un massiccio gruppo di immigrati in qualche città o regione europea?

Chi potrebbe impedire a questi cittadini europei, che godono del diritto di circolazione, di soggiorno e di elettorato, di scegliere una delle città europee più ricche di storia o di significato, per farne una “isola islamica” ed elevarvi i loro minareti?

Per uscire dal caos: salvare gli Stati nazionali

Queste ipotesi si inquadrano in uno scenario inquietante.

L’economia occidentale, che come ha recentemente scritto il premio Nobel francese Maurice Allais, “poggia su una gigantesca piramide di debiti” (19), rivela ogni giorno di più la sua estrema vulnerabilità; problemi sociali come quelli della criminalità e della droga rivelano il profondo vuoto culturale e morale della nostra società; da Est una gigantesca spinta disgregatrice conseguente alla autodecomposizione del comunismo si allarga verso l’Occidente disseminando fermenti di dissoluzione; l’Islam proietta un’ombra preoccupante sull’Europa; il caos minaccia oggi il nostro continente come mai nella sua storia, dal tempo delle invasioni barbariche…E’ ragionevole, in questa situazione, proporsi la liquidazione degli Stati nazionali per avanzare verso un’Unione europea dai contorni così nebulosi e confusi? Gli Stati nazionali costituiscono attualmente l’unico fattore di ordine e di stabilità, nel processo di disgregazione che investe l’Europa, e pensare a dissolverli, proprio in questo momento, costituisce un suicidio politico che ricorda quello compiuto dalla monarchia e dalla nobiltà francese nel 1789.

L’Europa al bivio: suicidio o rinascita cristiana

Egregio onorevole, l’Europa si trova oggi di fronte a un bivio storico.

La ratifica del Trattato di Maastricht innescherebbe un processo di rapida liquidazione degli Stati nazionali; ma ciò significherebbe la disgregazione dell’Europa, che precipiterebbe nell’anarchia e nel tribalismo. Si tratta di un vero e proprio itinerario suicida, coerentemente rivendicato dai teorici della Nuova Sinistra.

D’altra parte, il rifiuto del processo disgregativo di Maastricht costituisce un passo necessario per la rinascita dell’Europa.

Se la parola Europa evoca oggi memorie e speranze è perché essa è già una realtà: una realtà che non viene “inventata” a Maastricht nel 1991, ma che è nata a Roma nella notte di Natale dell’anno 800, con il Sacro Impero di Carlo Magno, e, prima ancora, a Subiaco e a Montecassino, da dove si irradiò la riforma religiosa di san Benedetto da Norcia (20).

Parafrasando le parole di san Pio X nella celebre lettera apostolica Notre Charge Apostolique (21) e quelle di Leone XIII nell’altrettanto celebre enciclica Immortale Dei (22), potremmo dire che l’Europa “non è da inventare”, ma “è esistita ed esiste tuttora”, è la Civiltà cristiana, un tempo unita, pur nella diversità delle sue nazioni, e nella peculiarità dei suoi costumi e delle sue tradizioni, da un’unica filosofia di vita: quella del Vangelo. “L’Europa – conferma Giovanni Paolo II – è cristiana nelle sue stesse radici /…/ Nelle diverse culture delle Nazioni europee, sia in Oriente sia in Occidente /…/ scorre una sola comune linfa attinta ad un’unica fonte” (23). La difesa della nostra Civiltà, occidentale e cristiana, passa attraverso la difesa di queste nazioni e di queste tradizioni. N ella varietà degli Stati nazionali europei si esprime infatti la ricchezza culturale dell’Europa e la sua identità storica e morale.

Il processo rivoluzionario che da oltre cinque secoli ha investito la Civiltà cristiana (24) rappresenta una negazione radicale di questa Europa, della sua identità e della sua storia: l’esito ultimo e coerente di questo processo è il nichilismo anarchico e tribale della Nuova Sinistra.

Un trattato intoccabile?

Il Trattato di Maastricht non è “intoccabile”, così come il processo di unificazione europea in corso non può e non deve essere considerato come un processo “irreversibile”. Già oggi del resto non lo è per la Gran Bretagna e per la Danimarca, che si sono riservate il diritto di non passare alla “terza fase”.

Ci sembra importante sottolinearlo: se c’è un mito oggi in frantumi, è quello della “irreversibilità storica”, cioè di una presunta linearità degli avvenimenti di cui solo a qualche “avanguardia” è dato cogliere il senso. Quando un socialista parla di “irreversibilità storica”, il pensiero corre immediatamente alla interminabile serie di profezie fallite che hanno caratterizzato la storia della sinistra europea negli ultimi due secoli; ma i socialisti, eredi degli Illuministi e di Hegel, continuano a presentarsi come i pervicaci interpreti del “senso della storia”. Quando si parlava di unificazione tedesca, Willy Brandt profetizzava che non sarebbe avvenuta prima della fine del secolo (25); oggi che si parla di unificazione europea, Mitterrand profetizza che entro la fine del secolo inevitabilmente avverrà. Il fondamento di queste profezie è sempre il medesimo: il nulla. L’unica seria previsione che si può fare in questo scorcio di secolo è quella della fine delle false profezie socialiste e del trionfo, questo sì irreversibile, della verità; è in nome di questa verità che ci rivolgiamo a Lei, per chiederLe di intervenire, in una sede così autorevole e significativa quale è il Parlamento europeo, per combattere lo spirito e la lettera del Trattato di Maastricht.

E’ davanti all’opinione pubblica europea che chiediamo la Sua collaborazione, e Le offriamo la nostra, nella ferma convinzione che oggi tutte le forze debbano unirsi nella difesa degli Stati nazionali, dell’Europa e della Civiltà cristiana, così gravemente minacciate dal nichilismo e dal caos, e nella altrettanto ferma certezza che non vi è altra forza su cui fondare questa battaglia, al di fuori di Colui, senza il quale nulla possiamo (Gv. 15, 5), ma con il cui aiuto tutto è possibile (Fil. 4, 13), anche la resurrezione di una gloriosa Civiltà, quale fu e sarà, nel secolo XXI, l’Europa.

Roberto de Mattei
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[Fonte: “Fondazione Lepanto”]

martedì 12 luglio 2011

San Benedetto «Patrono principale d'Europa». Sorgente di vita spirituale e civile.

Sorgente di vita spirituale e civile
di Roberto Nardin

Quando Paolo VI il 24 ottobre 1964 con il Breve Pacis nuntius proclamò come «Patrono principale d'Europa» san Benedetto, volle subito descrivere il santo quale «messaggero di pace (pacis nuntius), operatore di unità, maestro di civiltà, e soprattutto araldo della fede cristiana e iniziatore della vita monastica in Occidente».

Paolo VI motivò tale proclamazione: «Nel momento in cui, ormai al tramonto, l'Impero Romano crollava, mentre alcune regioni d'Europa sembravano precipitare nelle tenebre e altre erano ancora prive di civiltà e di valori spirituali, fu lui che, con impegno vigoroso e infaticabile, si adoperò perché su questo nostro continente sorgesse l'alba di un nuovo giorno».

In un momento di grande buio e di profondo smarrimento, quindi, Benedetto compare nella storia divenendovi portatore di luce. Il cammino del vecchio continente, infatti, scosso dal crollo di istituzioni secolari, dall'invasione di nuovi popoli e dalla decadenza morale, veniva illuminato dalla presenza dei monaci che si ispiravano alla Regola di san Benedetto, e l'Europa, gradualmente, costruiva la propria identità proprio attorno ai valori di «unità e di civiltà» concretamente vissuti nei monasteri, prima ancora che quegli stessi valori fossero teorizzati.

Lungo i secoli, tutta l'Europa venne coinvolta dalla presenza silenziosa ma penetrante dei figli di san Benedetto attraverso una modalità che sempre il Breve di Paolo VI descrive in forma incisiva: «Con la croce, il libro e l'aratro, egli e i suoi figli trasmisero la civiltà cristiana alle varie popolazioni sparse dal Mediterraneo alla Scandinavia, dall'Irlanda alle pianure della Polonia».

La croce, il libro e l'aratro -- ossia la preghiera, lo studio e il lavoro -- esprimono in sintesi la proposta di vita benedettina che ha permesso non solo la diffusione dei monasteri, ma l'unificazione spirituale dell'Europa centrata nella comune preghiera fondata su Cristo (croce); l'unificazione culturale del continente europeo a partire dall'amore alla cultura classica e biblica che ha reso possibile la fondamentale riscoperta del patrimonio umanistico (libro); e, infine, la rinascita economica e sociale dell'Europa nella valorizzazione del lavoro, anche manuale, che ha permesso di nobilitare l'opera delle mani, non più riservata agli schiavi, creando le condizioni per trasformare luoghi inospitali in fertili campagne.

Sembra opportuno, allora, sintetizzare la vita monastica non tanto nel recente e famoso ora et labora, quanto, invece, nell'espressione che ricorda il Liber de modo bene vivendi (1174) del cistercense Tommaso di Froidmont (cfr. pl, 184, 1272-1273): ora, lege et labora.

L'eredità benedettina, comunque, non si esaurisce nel quadro storico, seppur importante e decisivo, nella nascita dell'Europa e delle sue radici cristiane, ma offre anche all'uomo contemporaneo validi e concreti punti di riferimento in ordine alla vita personale e comunitaria.

Lo ha ricordato Benedetto XVI in modo incisivo presentando la figura di san Benedetto nell'udienza generale del 9 aprile 2008, in cui -- tra l'altro -- ha affermato: «In contrasto con una autorealizzazione facile ed egocentrica, oggi spesso esaltata, l'impegno primo e irrinunciabile del discepolo di san Benedetto è la sincera ricerca di Dio sulla via tracciata dal Cristo umile ed obbediente, all'amore del quale egli non deve anteporre alcunché e proprio così, nel servizio dell'altro, diventa uomo del servizio e della pace. (...) In questo modo l'uomo diventa sempre più conforme a Cristo e raggiunge la vera autorealizzazione come creatura ad immagine e somiglianza di Dio».

Se volessimo sintetizzare il messaggio spirituale che san Benedetto ha consegnato alla vita della Chiesa, potremmo focalizzarlo in due elementi centrali. Il primo riguarda il criterio di verifica della vocazione alla vita monastica, ossia «cercare veramente Dio» (Regola, 58, 7). Il secondo è un invito pressante in cui si afferma che «non si deve anteporre nulla all'amore di Cristo» (4, 21; 72, 11).

Ricerca di Dio e amore di Cristo, quindi, sono i due assi portanti della spiritualità monastica, punti focali posti con costanza in rilievo anche da Papa Benedetto, si pensi solo al memorabile discorso tenuto a Parigi, il 12 settembre 2008, al Collège des Benardins, fino all'Angelus di domenica 10 luglio. Questi due assi portanti, Ricerca di Dio e amore di Cristo, san Benedetto vuole incarnati in alcune modalità specifiche. Ecco, allora, che si dovrà mostrare la ricerca di Dio nella sollecitudine alla preghiera, all'obbedienza e all'accettazione delle contrarietà (Regola, 58, 7) mentre l'amore a Cristo i monaci lo mostrano nel vedere e amare Cristo nel proprio abate (2, 2; 63, 13), negli infermi (36, 1), negli ospiti (53, 1-7), nei poveri e pellegrini (53, 15). Risulta chiaro che ricerca di Dio e amore di Cristo non sono astratti (solo la mente) o devozionali (solo il sentimento) o giuridici (solo l'osservanza della legge) ma, cercando Dio perché, in realtà, cercati da Dio e amando Cristo perché, in realtà, amati da Cristo, ricerca e amore hanno una valenza concreta, al punto che toccano profondamente la vita di ogni giorno nella quale si svolge la preghiera, l'accettazione delle contrarietà e l'amore per il prossimo come a Cristo.

Il primo messaggio che san Benedetto porta al mondo, oggi come ieri, è, in definitiva, l'invito a cercare Dio con assiduità, a permettere che Dio sia la presenza che orienta la vita dell'uomo, perché senza questa presenza l'uomo perde inesorabilmente il senso profondo della vita e dimentica il proprio autentico e unico valore di creatura amata da Dio in Cristo. Senza l'orientamento a Dio, l'uomo, inevitabilmente, trasforma se stesso in idolo, perdendo la libertà proprio quando si illude di conquistarla con le proprie forze, anziché accoglierla come dono del Creatore.

Il secondo messaggio di san Benedetto è riscoprire l'amore che diventa dono per l'altro, un amore che può essere radicale solo se nell'altro, per dono, riconosco la Presenza di Cristo. Se l'amore non è declinato «per l'altro», ripiega su se stesso e l'altro diventa strumento «per me». L'io del singolo diventa idolo di se stesso. Si tratta del rovescio della medaglia della mancanza di orientamento a Dio, l'Altro. Il comandamento dell'amore a Dio (cercato perché Presenza) e al prossimo (in cui riconosco Cristo), allora, diventa la sintesi intramontabile del messaggio benedettino, che è il nucleo stesso del Vangelo.

lunedì 11 luglio 2011

Così il monachesimo costruì l'Europa

San Benedetto gettò i semi per una trasformazione sociale e culturale
di TIMOTY VERDON

Normalmente le grandi chiese - le basiliche romane, le cattedrali diocesane e i più importanti santuari - sono espressioni universali della vita del popolo di Dio, accessibili a tutti. Ma il cristianesimo ha valorizzato anche forme di vita religiosa a cui non tutti sono chiamati, sapendo che "abbiamo doni diversi secondo la grazia data a ciascuno di noi" (Romani, 12, 6). Così dal III-IV secolo è stata accolta la volontà di alcuni di condurre una vita cristiana più austera, in ideale prolungamento dell'era eroica dei martiri, chiusasi con l'Editto di Milano del 312. Prima in Egitto, poi in Italia e nel sud della Francia, singoli eremiti, gruppi di eremiti e comunità unite intorno a un padre spirituale, definirono man mano lo stile di un'esistenza focalizzata unicamente su Dio, le cui componenti principali erano la preghiera, lo studio e il lavoro agricolo o artigianale.

Nasce il monachesimo cristiano e con esso un nuovo tipo di architettura ecclesiastica, il monastero, composto di una chiesa, di abitazioni per i monaci, e di ambienti funzionali alla vita comunitaria. E negli stessi secoli in cui le città dell'antico impero si spopolano per l'avanzata di popolazioni nomadi provenienti dall'Europa settentrionale e dalla Persia, nel deserto vengono fondate vere e proprie cittadelle monastiche: centri non solo spirituali ma anche intellettuali e artistici che conservavano ed elaboravano in senso cristiano quanto era rimasto della cultura classica.

Di fondamentale importanza in questo processo fu il contributo dell'Italia, dove vide la luce intorno al 480 l'uomo che la Chiesa considera il patrono d'Europa, san Benedetto da Norcia. Autore della Regula monachorum - che nel primo medioevo, era il più diffuso codice di comportamenti religiosi dopo il Vangelo - Benedetto non solo fondò numerosi monasteri, ma gettò le fondamenta di un sistema sociale e culturale destinato a plasmare l'identità cristiana di intere popolazioni, soprattutto nelle campagne. Mentre infatti nelle città del IV-V secolo esistevano già comunità cristiane stabili, con una storia alle spalle e un senso della propria dignità, la conversione delle zone rurali era ancora incompleta duecento anni dopo.

Per capire il ruolo del monachesimo nella penisola, è importante cogliere le condizioni dell'Italia cristiana all'epoca di Benedetto e nei secoli successivi. Le devastazioni della guerra tra due popoli invasori, i bizantini e i goti (540-568), nonché la violenza degli invasori longobardi (568-650) e le depredazioni saracene lungo le coste meridionali e occidentali (IX-X secolo), lasciarono la memoria ma non più la realtà dell'Italia romana. Cambiò perfino la secolare rete viaria: scendendo dal nord per i valichi appenninici, i longobardi crearono nuove direttrici legate ai loro centri di potere in Lombardia. Le nuove vie longobarde permettevano ai messi reali di muoversi senza sconfinare nel vasto territorio a est controllato dai bizantini. Al servizio della nuova rete viaria, i re longobardi fondarono monasteri lungo i nuovi percorsi tracciati per l'esercito e per i messaggeri reali, completando così il lavoro dei vescovi locali che, dal V al VI secolo avevano creato sistemi di chiese e collegiate rurali dotate di patrimoni terrieri. Dopo la conversione alla fede cattolica della regina Teodolinda nel VII secolo, la nuova rete viaria si orientò verso Roma, e venne a formarsi il nucleo di ciò che in seguito verrà chiamata la Via Romea o Francigena, che nei suoi molteplici percorsi costituirà la strada maestra di principi, mercanti e pellegrini tra il X e il XIV secolo. Lungo tutto il percorso, annessi ad abbazie "regie" o autonome, nacquero xenodochia e "spedali" che favorirono la ripresa di scambi culturali e commerciali. I diari di viaggio dell'arcivescovo di Canterbury Sigerico, dell'abate islandese Nikulas di Munkathvera, del re Filippo Augusto di Francia fanno intuire i motivi per cui, ad esempio, troviamo riflessi d'architettura borgognona in Lombardia e Toscana, tedesca a Molfetta, pisana a Siponto e Troia.

La conquista del regno longobardo da Carlomagno, sigillata con la presa di Pavia nel 773-74, rafforzerà l'orientamento monastico dello sviluppo religioso nei secoli IX-XII, nell'Italia settentrionale e centrale come in tutto l'impero affidato al re dei Franchi da Papa Leone III nell'anno 800. Prescindendo dall'attribuzione a Carlo Magno in persona di numerose abbazie, rimane vero che l'organizzazione amministrativa del Sacro Romano Impero favoriva l'espansione della rete monastica: i carolingi e, dopo di loro, gli ottoniani si servirono dei monaci nell'estendere il nascente sistema feudale su cui poggiava il loro potere.

Soprattutto con la diffusione di un'unica "regola" monastica, l'influsso dei monaci sulla vita spirituale d'Europa si fece determinante. L'equilibrio benedettino tra preghiera e lavoro venne comunicato ai feudatari imperiali con terre confinanti e ai contadini; in Italia, il silenzio e la laboriosità della vita rurale ne echeggiava lo spirito fino all'inizio del XX secolo.

L'indole comunitaria del monachesimo benedettino ha poi favorito lo sviluppo di precise caratteristiche umane e sociali nella popolazione. L'aiuto fraterno, l'ospitalità ai viaggiatori, l'attenzione ai poveri di ogni tipo, sono tra gli elementi della Regola di san Benedetto che in Italia come altrove si tradussero anche in cultura popolare.

In modo analogo, i laboratoria monastici gettarono le basi di quella "rivoluzione industriale" che, insieme all'embrionale attività bancaria, dal secolo XIII in poi farà di alcune città lombarde e toscane centri propulsori di vita economica e culturale al livello europeo.

Nei secoli intorno al Mille predominava l'influsso dei monasteri, che in alcuni casi erano, di fatto, delle vere e proprie città. L'abate islandese Niklaus, scendendo la penisola verso 1154, descrive "Montakassìn" (Montecassino) come "un grande monastero con una fortificazione tutt'intorno, e, all'interno, dieci chiese": era l'abbazia ricostruita tra il 1066-1071 dall'abate, Desiderio, figura di singolare peso ecclesiale e politico all'epoca. Dal 1059 cardinale e vicario pontificio presso i monasteri dell'Italia meridionale, Desiderio infatti lavorò per riconciliare i Papi con l'imperatore Enrico IV (umiliato da Gregorio VII a Canossa nel 1077), arruolando a questo scopo principi normanni quale Roberto Guiscardo, duca d'Apulia, con cui godeva di buoni rapporti. Ma il suo vero obiettivo rimase la riforma della Chiesa promossa sin dall'inizio del secolo da santi monaci quali Giovanni Gualberto e Pietro Damiani nonché dai Papi Vittore II (1055-1057), Stefano IX (1057-1058), Niccolò II (1058-1061), Alessandro II (1061-1073) e Gregorio VII (1073-1085).

(©L'Osservatore Romano 11-12 luglio 2011)

mercoledì 6 luglio 2011

La rifondazione dell’Europa comincia dall’Ungheria?

Una rondine non fa primavera, ma uno Stato europeo, e non dei minori, che si dà una Costituzione eurocompatibile che rispetta sia la Carta europea dei diritti fondamentali sia la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo è un esempio da seguire.


Lunedì 18 aprile 2011, in conformità con gli impegni presi dal primo ministro Viktor Orban quando nell’aprile 2010 vinse in modo eclatante le elezioni politiche (2/3 dei seggi alla Camera dei deputati), la Costituzione ungherese è stata modificata nello spirito e nella lettera. Il testo del 1990, adottato subito dopo la caduta del Muro di Berlino, è stato giudicato troppo liberale e ancora caratterizzato da residui comunisti.

Il potere è stato ripartito tra i tre principali partiti: La Fidesz, partito di centro destra, i cui rappresentanti nel Parlamento europeo fanno parte del Partito Popolare Europeo; I Socialisti, completamente screditati dopo la gesione disastrosa del Primo ministro Ferenc Gyurcsany che aveva mentito sull’entità del deficit del blancio dello Stato, cosa che nel 2008 lo aveva spinto a chiedere al fondo Monetario Internazionale un aiuto di 20 miliardi di euro per salvare il Paese dalla bancarotta; Il partito Jobbik, di estrema destra, che ha come obiettivo la difesa dei valori e dell’identà dell’Ungheria.

La nuova Costituzione proposta dal Premier e dalla Fidesz è stata approvata con 262 voti contro 44 e una astensione. Il testo è stato approvato dal Presidente della Repubblica ungherese, Pal Schmitt, il 25 aprile scorso ed entrerà in vigore il 1 gennaio 2012. Durante il dibattito in aula l’opposizione non ha espresso alcun intervento. Il che non le ha impedito finora di sostenere gli oppositori a questa nuova legge fondamentale.

Quali sono i cambiamenti della Costituzione :
  1. Il primo riguarda il riferimento alle radici cristiane dell’Ungheria. Il Preambolo dice infatti che «La Costituzione si inscrive nella continuità della Santa Corona» e ricorda «il ruolo del cristianesimo» nella «sua storia millenaria ».
    Ci si stupisce delle reazioni negative a questo testo, dato che al momento della redazione del Trattato costituzionale dell’Unione Europea, tutti i paesi membri hanno approvato il riferimento alla nostra eredità cristiana, tranne la Francia.
    La petizione europea, promossa dalla Fondation de Service politique con qualche deputato europeo aveva ottenuto nel 2004 1,4 millioni di firme ed era stata sostenuta da circa 60 associazioni in rappresentanza di 50 milioni di aderenti. Un primato nella storia europea. Questa petizione era stata registrata dalla Commissione sulle petizioni, ma la Commissione europea non si è degnata di darle corso come avviene di solito quando le petizioni vengono registrate.
    Il riferimento alle radici cristiane non è una questione di opinione, ma una verità storica. Bisogna ricordare che la nazione ungherese si è organizzata a partire dal battesimo di Santo Stefano, incoronato re di Ungheria, al punto che chi detiene la sua corona detiene anche il potere. E’ questo il motivo per cui la Corona di Santo Stefano si trova oggi al Parlamento ungherese, il che gli dà la legittimità di fare le leggi.
  2. La seconda modifica riguarda l’unione tra due persone: «La Costituzione protegge l’istituzione del matrimonio, considerato come l’unione naturale tra un maschio e una femmina e come il fondamento della famiglia».
    Questo riferimento riprende, nel suo spirito, la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo che, nonostante le pressioni per introdurre l’unione tra due persone dello stesso sesso, rimane un testo di riferimento per tutti gli Stati. La nuova Costituzione ungherese non rimette in questione l’unione tra persone dello stesso sesso e non le considera equivalenti al matrimonio.
  3. La terza modifica riguarda la vita di tutti gli esseri umani prima della nascita: «Dal momento del concepimento, la vita merita di essere protetta come un diritto umano fondamentale» e «la vita e la dignità sono inviolabili », riprendendo in un certo modo il primo articolo della Carta europea dei diritti fondamentali: «la dignità umana è inviolabile. Essa deve essere rispettata e protetta».
    Alcuni si sono indignati di questo ritorno all’ordine morale. Dobbiamo dedurne che l’ordine umano è un ordine amorale? La nuova Costituzione ungherese è eurocompatibile? si chiedono gli oppositori. Se non lo fosse, allora vorrebbe dire che tutti i testi di riferimento sono lettera morta, considerato che l’Unione europea si è costruita a partire dal rispetto dei diritti dell’uomo la cui universalità è espressa nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo del 1948, riconosciuta come patrimonio comune dell’umanità, e non sui diritti astratti e soggettivi rivendicati senza riferimento ad un patrimonio comune.
Certo, la decisione appartiene ai legislatori. Ma questi votano in nostro nome. Tacere sarebbe da parte nostra un atto di irresponsabilità. Le leggi ci riguardano tutti. E’ nostro dovere incontrare i nostri deputati e senatori per dire loro che teniamo al rispetto dei nostri principi fondamentali.
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di Élizabeth Montfort, già Deputata al Parlamento Europeo, è portavoce dellaFondation de Service Politique (Paris), su Zenit.org del 25.05.2011

lunedì 11 aprile 2011

Il Papa all’ambasciatore di Croazia: le radici cristiane sono l’ossigeno dell’Europa, senza non si può vivere

La valorizzazione del patrimonio cristiano dell’Europa è stato il tema forte del discorso di Benedetto XVI all’ambasciatore di Croazia, Filip Vučak, ricevuto in Vaticano per la presentazione delle Lettere Credenziali. Il Papa ha messo in guardia da una certa amnesia collettiva che vorrebbe negare l’evidenza storica delle radici cristiane del Vecchio Continente. Ha quindi espresso la sua gioia per l’ormai prossima visita in terra croata, in programma a giugno.

Cosa può dare la Croazia all’Europa di oggi? Nel momento in cui, a vent’anni dalla sua indipendenza, il Paese accelera il passo verso l’integrazione nell’Unione Europea, il Papa incoraggia i croati a non rinunciare alla loro cultura e alla propria vita religiosa: “Sarebbe illusorio – afferma – voler disconoscere la propria identità per abbracciarne un’altra nata in circostanze così differenti” rispetto a quelle che hanno dato origine alla Croazia. Entrando nell’Unione Europea, prosegue, il vostro Paese non aderirà solamente ad un sistema economico e giuridico con i suoi vantaggi e limiti. Al contempo, “potrà apportare un contributo proprio”. Il Papa invita la Croazia a “non avere paura di rivendicare con determinazione il rispetto della propria storia e della sua identità religiosa e culturale”. E critica quelle voci che “contestano con stupefacente regolarità la realtà delle radici religiose europee”:

“E’ di moda ormai – constata – avere amnesie e negare le evidenze storiche”. Ed aggiunge: “Affermare che l’Europa non ha delle radici cristiane equivale a pretendere che un uomo possa vivere senza ossigeno e nutrimento”. Ancora, esorta “a non avere vergogna di richiamare e sostenere la verità, rifiutando, se necessario, ciò che è contrario ad essa”. Il Papa si dice certo che la Croazia saprà difendere la propria identità con convinzione e orgoglio, evitando i nuovi ostacoli che si presenteranno e che “sotto il pretesto di una libertà religiosa mal compresa, sono contrari al diritto naturale, alla famiglia e alla morale”.

Il Papa esprime poi la sua soddisfazione per il ruolo della Croazia nel promuovere la pace nella regione e con riferimento particolare alla Bosnia-Erzegovina. La Croazia, rileva, non manca di apportare “la sua specificità per facilitare il dialogo e la comprensione tra i popoli” di differenti tradizioni, ma che vivono insieme da secoli. Di qui, l’incoraggiamento a proseguire su questa strada per consolidare la pace nel rispetto di ciascuno. Quindi, rivolge il pensiero alla sua visita in Croazia del prossimo giugno, la prima che compie da Pontefice anche se, confida, da cardinale ha visitato più volte la terra croata. Benedetto XVI rammenta innanzitutto il tema del viaggio, “Insieme in Cristo”.

“E’ questo insieme che desidero celebrare con il vostro popolo”, afferma il Papa. “Insieme – soggiunge – malgrado le innumerevoli differenze umane, insieme con queste stesse differenze”. E insieme a Cristo, “che da secoli accompagna il popolo croato con bontà e misericordia”. Il Pontefice si compiace poi con il parlamento croato per aver proclamato il 2011, “Anno Bošcović” in onore dello scienziato e filosofo gesuita che ha dimostrato la possibilità di “far vivere in armonia la scienza e la fede, il servizio alla patria e l’impegno nella Chiesa”.

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venerdì 1 aprile 2011

Chiesa in Europa. Un'unità interiore

La riflessione del card. Reinhard Marx, vicepresidente Comece

Il card. Reinhard Marx dal novembre 2007 è arcivescovo di Monaco e Freising, dove papa Ratzinger fu arcivescovo tra il 1977 e il 1982 e dove vivono oggi 1 milione e 800 mila battezzati su una popolazione di 3,4 milioni di abitanti. Il più giovane dell'attuale collegio cardinalizio, esperto di dottrina sociale della Chiesa, nel 2008 ha pubblicato "Il capitale. Una critica cristiana alle ragioni del mercato" edito in Italia nel 2009. Attualmente è anche vice-presidente della Commissione degli episcopati della Comunità europea (Comece). Alla vigilia dell'assemblea plenaria della Comece (Bruxelles, 6-8 aprile), Sarah Numico per SIR Europa gli ha posto alcune domande.

Come immagina l'Europa e gli europei del 2030? E che ruolo potrà avere il nostro continente nell'ordine mondiale?

"Non c'è alternativa ragionevole all'Europa unita. Solo così l'Europa ha la possibilità di avere una qualche influenza nella costruzione dell'ordine mondiale e di collaborare all'architettura del mondo con i nostri valori. Per questo io sono e resto un appassionato sostenitore dell'Europa. Dobbiamo però prendere sulla nostra barca anche gli Stati Uniti, ricordando loro che abbiamo una comune civilizzazione, impregnata di valori comuni! Condizione è però che l'Europa aspiri ad essere più di una confederazione di stati, che vuole fare affari per il mondo intero. Il grande europeista Jean Monnet aveva ragione: l'Europa deve essere un contributo per un mondo migliore. Si tratta di null'altro che affrontare la questione se siamo in grado di portare avanti, passo dopo passo, la globalizzazione dei diritti umani per tutti. In definitiva, non possiamo volere che tra vent'anni solo la Cina detti le regole del gioco della globalizzazione".

Quali prospettive intravede per aiutare l'Europa a uscire dalla crisi economica e sociale? Quale deve essere il ruolo della Chiesa in questa situazione?

"È stato un errore pensare che, con la moneta unica, saremmo approdati alla meta dell'unificazione europea. Questo ci è stato messo con chiarezza davanti agli occhi dalla crisi finanziaria e del debito in alcuni Paesi. L'Europa ha bisogno anche di una unità interiore, a cui aggiungere una reale politica comune in campo economico, fiscale e sociale. Si tratta quindi di una unione politica completa, come era stata pensata in relazione all'introduzione della moneta unica. Questo è stato dimenticato in fretta e oggi ne paghiamo le conseguenze. La riduzione dell'enorme debito dei bilanci pubblici, per esempio, resta uno dei compiti più urgenti per i Paesi d'Europa. Altrimenti peserà sulla prossima generazione il dover vivere in stati politicamente paralizzati e incapaci di agire, perché schiacciati dal servizio al debito. Come Chiesa, non possiamo dare alcuna ricetta facile, ma alzeremo la nostra voce nel solco della grande tradizione della Dottrina sociale a favore di un nuovo ordine ispirato agli imperativi etici, vale a dire orientato ai principi della solidarietà, sussidiarietà, giustizia e bene comune. Se anche l'Europa non dovesse diventare uno stato unico, in ogni modo dovrà essere un'unità politica con una natura del tutto speciale".

In queste settimane l'Africa settentrionale si è infiammata. Tra le cause scatenanti della rivolta è la povertà di questi Paesi e dell'intero continente. I flussi di immigrazione sono ripresi in maniera massiccia. Quali risposte concrete ed efficaci può dare il nostro continente all'Africa? Quale accoglienza per i poveri del continente nero?

"Molte persone del mondo arabo si sono sollevate in maniera sorprendente contro i regimi dispotici e chiedono con estrema decisione democrazia e una vita nella libertà e nella auto-responsabilità. Questo situazione merita il nostro più profondo rispetto e il nostro sostegno. La discussione su chi adesso in Europa debba accogliere quanti rifugiati colpisce per la sua estrema inadeguatezza, a fronte del coraggio di queste persone. Gli stati d'Europa sono ora chiamati ad assumersi il compito di aiutare l'Africa nel lungo periodo. In diversi Paesi mancano le condizioni di base perché una democrazia possa funzionare. Non hanno alcuna comunità ordinata, nessuno stato di diritto che faccia da garante per i diritti umani, nessuna economia sociale di mercato e nessuna società civile! Certamente non sono questioni che si possano risolvere velocemente e facilmente, ma non dobbiamo rassegnarci e affermare semplicemente che in questi Paesi non sia possibile la democrazia. Non ci credo, ma il cammino sarà lungo".

Verso la fine di gennaio, al simposio organizzato dal Ccee sul tema dell'università, lei ha affermato che "raramente c'è stato in Europa un terreno così fertile per i valori cristiani alla luce delle sfide europee e globali". In realtà, si registra oggi una crisi sempre più profonda di appartenenza ecclesiale e una secolarizzazione sempre più dilagante. Ci può spiegare che cosa intendeva con le sue parole?

"Il nostro compito prioritario è annunciare il Vangelo, aiutare le persone ad incontrare Gesù Cristo. Anche la Germania è una terra di missione, esattamente come l'Italia e tanti altri Paesi occidentali. Questo ci spinge in maniera nuova a far sentire il nostro messaggio in tutti gli ambiti della vita pubblica. Per quel che riguarda l'istruzione universitaria, ad esempio, ciò significa che noi esplicitiamo il fatto che la fede e la ragione rimandano l'una all'altra. La fede è la luce della ragione e, di fatto, è il primo e più importante 'illuminismo' che l'Europa abbia sperimentato. E la fede dà alla ragione un orizzonte etico, aiuta ad ordinare la coscienza. Benedetto XVI, nella sua significativa enciclica sociale 'Caritas in veritate', ha giustamente sollecitato a una nuova sintesi umanistica. Ritengo si tratti di sviluppare una nuova idea di progresso per la nostra società sulla base dell'orizzonte valoriale cristiano. La crescita economica non può in nessun modo essere un indice sufficiente per misurare il progresso dell'umanità".

Qual è la sua opinione riguardo all'iniziativa "Chiesa 2011: una svolta necessaria"? Quale svolta lei ritiene sia veramente urgente e necessaria per la Chiesa cattolica, perché possa continuare ad annunciare con credibilità il Vangelo e rispondere alle domande dell'uomo e della donna del XXI secolo?

"Il testo che i professori hanno presentato resta in superficie ed è teologicamente debole. Certo, abbiamo bisogno di un dialogo spirituale riguardo il cammino della Chiesa che sia fondato sul terreno della fede cattolica. Come Chiesa in Germania vogliamo tentare questo cammino con un processo di discussione. Spero sinceramente che ci venga donata una svolta spirituale che comincia dalla preghiera e dalla celebrazione più importante della nostra fede: la santa messa. Poi resta centrale la domanda di Dio, la ricerca del mistero, che è la cosa più grande di tutte quelle che possiamo pensare ed esprimere. Una Chiesa che parli di Dio in maniera troppo insignificante e modesta non aprirà nessuna strada per l'uomo moderno. Parlare di Dio è possibile solo e sempre in un atteggiamento di umiltà e in uno spirito di adorazione. Ed è compito della Chiesa testimoniare questo Dio e quindi essere accanto all'essere umano. Una Chiesa che ruotasse solo attorno a se stessa non renderebbe giustizia al Vangelo".

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lunedì 21 marzo 2011

L'Europa e le sue fondamenta

Il cardinale prefetto della Congregazione per il Clero ha presieduto, nella mattina di lunedì 21, presso l'abbazia di Montecassino, una messa in onore di san Benedetto, patrono d'Europa. Al rito, concelebrato dall'abate, dom Pietro Vittorelli, hanno preso parte il decano dell'abbazia anglicana di Westminster, John Hall, insieme a numerose autorità civili italiane, tra cui il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei ministri, Gianni Letta, e il ministro Altero Matteoli. Pubblichiamo ampi stralci dell'omelia tenuta dal porporato.
di Mauro Piacenza



L'apporto che questo uomo, Benedetto, ha dato alla costruzione religiosa, culturale e civile dell'Europa è senza paragoni. Dovremmo giungere ad affermare, anche dal punto di vista della corretta critica storica, che nessuno ha fatto per l'Europa più di san Benedetto da Norcia e, per conseguenza, la sua persona, il suo stile, il suo pensiero, dovrebbero essere punti di riferimento imprescindibili per chiunque voglia parlare, occuparsi, lavorare e spendersi realmente per la buona causa dell'Europa. La verità di un servizio di guida e di governo di un popolo si misura esattamente su quanto esso sia capace di impedire le cadute del popolo stesso; cadute economiche, certo, ma soprattutto cadute culturali e morali, che sfigurano il volto del popolo e, al suo interno, corrompono gli individui.

L'idea che l'indebolimento culturale del popolo e della sua coscienza, strumentalmente ottenuto attraverso la corruzione dei costumi, sia uno strumento di potere e di controllo, è tanto falsa quanto pericolosa. Essa espone il popolo ai rischi più grandi e mente ai governanti sul reale significato del potere e del servizio, al quale essi sono chiamati.

La dignità della persona umana e i suoi irriducibili diritti, che lo Stato non costituisce ma è tenuto a riconoscere, derivano dall'altissima concezione che, dell'uomo, ha il cristianesimo, e di tale concezione san Benedetto è stato fedele discepolo e, perciò, impareggiabile maestro.

Nella vita di san Benedetto, il passaggio da Subiaco a Montecassino, nel 529, rappresenta una fase nuova della sua maturazione interiore e della sua esperienza monastica: egli passa da una profonda intimità con Dio, che lo ha radicalmente trasformato, alla coscienza che tale intimità, tradotta nell'esperienza monastica, domanda visibilità e riconoscibilità, perché a essa tutti possano guardare e da essa imparare. È l'inizio del ruolo pubblico del cristianesimo, così come andrebbe sempre correttamente inteso: mai confuso con il potere civile, come avveniva nell'epoca pagana, e mai segregato o confinato fuori dal vivere sociale, come talvolta si vorrebbe oggi.

Un solo esempio può descriverne il valore: il santo di Norcia sostiene che colui che detiene il potere, per essere in grado di decidere responsabilmente, deve saper ascoltare il consiglio dei fratelli, perché «spesso Dio rivela al più giovane la soluzione migliore» (Regola, III, 3). Un uomo di responsabilità pubblica deve sempre saper ascoltare e imparare da quanto ascolta. Deve saper ascoltare la storia, ascoltare gli uomini, ascoltare profondamente se stesso e, se credente, ascoltare costantemente la voce di Dio, che parla nella coscienza, nella rivelazione e nel magistero della Chiesa.

L'Europa è al centro di questa drammatica sfida: o riscopre la propria identità, necessariamente cristiana, o rischia semplicemente di non esistere più come Europa. La recente sentenza appena emessa -- (18 marzo 2011) dalla Corte di Strasburgo sulla esposizione obbligatoria del crocifisso nelle scuole pubbliche ha riconosciuto che tale esposizione, lungi dal costituire un «indottrinamento», manifesta l'identità culturale e nazionale dei Paesi di tradizione cristiana. Il crocifisso, che è il principio vivificante della immensa opera benedettina, è stato riconosciuto non solo come un principio unificatore dell'Italia, proprio nella coincidenza del 150° anniversario della sua unità politica, ma anche come un principio identitario al quale possono guardare i Paesi europei!

Ci ricorda il Santo Padre Benedetto XVI: «Per creare un'unità nuova e duratura, sono certo importanti gli strumenti politici, economici e giuridici, ma occorre anche suscitare un rinnovamento etico e spirituale, che attinga alle radici cristiane del Continente, altrimenti non si può ricostruire l'Europa» (Udienza generale, 9 aprile 2008). Se anche non si volessero riconoscere il ruolo fondamentale del cristianesimo e le conseguenti radici cristiane dell'Europa, per reale convincimento etico-religioso, lo si dovrebbe fare esercitando quella moralità nella conoscenza, che spinge ad amare la verità più di se stessi, riconoscendo la realtà del dato storico e la valenza culturale di un'identità etico-religiosa, senza la quale il vecchio continente rischierebbe realmente di perdersi.

Il contributo della cultura, della politica e della diplomazia italiane può e deve essere determinante per questa riscoperta e per la sua conseguente assunzione di responsabilità. Ne va del nostro futuro, del futuro dell'Europa, della possibilità, per le nuove generazioni, di vivere ancora nella libertà e in un contesto culturale, nel quale l'uomo non divenga mai mezzo, ma sia e resti sempre fine. In tale senso dobbiamo rallegrarci per la sentenza di Strasburgo.

Questa appartenenza a Cristo, questa radice ultima di tutti i valori positivi di unità e di pace, di sviluppo e di progresso, che le nazioni d'Europa avvertono come proprio patrimonio, domanda di essere riconosciuta, riscoperta e ricollocata alla radice dell'Europa. La sfida del multiculturalismo, che non di rado diviene anche multireligiosità, domanda di approfondire e dilatare le capacità di autentico dialogo. Dia-logo, appunto, «parola tra due»!

Ma con chi dialogheranno le altre culture, se l'Europa non avrà una propria identità? La mancanza di identità ha come drammatica conseguenza l'impossibilità del dialogo! Al contrario, la serena e continuamente purificata riscoperta della propria identità costituisce il presupposto più sicuro per approfondire continuamente quell'indispensabile dialogo, che permette alle differenti culture di convivere pacificamente nel rispetto più profondo della dignità di tutti gli uomini e, con essa, dell'autentica libertà religiosa.

La stessa democrazia, per poter vivere e funzionare, ha bisogno di una solida piattaforma di valori condivisi, senza la quale è semplicemente impossibile che i sistemi sociali funzionino. In Europa tale piattaforma di valori condivisi è indiscutibilmente fornita dal cristianesimo, sia dal punto di vista storico, sia dal punto di vista sociale. Non riscoprire le radici cristiane dell'Europa e addirittura ostacolarne in ogni modo la potente rifioritura, coincide, in realtà, con il mettere in pericolo la stessa democrazia, la quale, privata di una piattaforma di valori condivisi, può essere esposta ad ogni forma di aberrante degenerazione.

La Chiesa non cesserà mai, nell'ordine che le è proprio, di ricordare agli uomini, alle nazioni, agli Stati e ai loro governanti, l'urgenza e perfino la necessità della riscoperta di un reale umanesimo plenario. L'uomo non può e non deve, in alcun caso, essere strumentalizzato, per fini economici, politici o di potere. Egli è un fine, non un mezzo, e, dunque, l'economia, il diritto e la politica devono essere concepiti come indispensabili strumenti al servizio dell'uomo, del suo vero bene, del suo reale progresso, che coincide sempre con il bene comune. Di questo vero bene e reale progresso, è elemento indispensabile e condizione non negoziabile l'assoluto, integrale e moralmente vincolante rispetto della vita. Mai si era vista, in Europa, una così profonda degenerazione giuridica in tale fondamentale ambito.
(©L'Osservatore Romano 21-22 marzo 2011)

sabato 19 marzo 2011

Sentenza sul Crocifisso. Il più bel regalo per il 150 anni della Nazione

Questo un passaggio della sentenza con cui la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha difeso la presenza del crocifisso nelle aule scolastiche italiane, accogliendo il ricorso del governo italiano contro una precedente sentenza della stessa corte.

“La Corte conclude dunque che, decidendo di mantenere il crocifisso nelle aule delle scuole pubbliche frequentate dai figli della ricorrente, le autorità hanno agito entro i limiti dei poteri di cui dispone l’Italia nel quadro del suo obbligo di rispettare, nell’esercizio delle proprie funzioni in materia di educazione e d’insegnamento, il diritto dei genitori di garantire tale istruzione secondo le loro convinzioni religiose e filosofiche; di conseguenza, non c’è stata violazione...”.
Il verdetto è stato approvato da quindici giudici contro due. I contrari sono stati lo svizzero Giorgio Malinverni e la bulgara Zdravka Kalaydjieva.

Il testo integrale della sentenza:

La sua sintesi in italiano:

E il commento del direttore della sala stampa vaticana, padre Federico Lombardi:

“La sentenza della Corte Europea dei diritti dell’uomo sull’esposizione obbligatoria del crocifisso nelle aule delle scuole pubbliche italiane è accolta con soddisfazione da parte della Santa Sede.

“Si tratta infatti di una sentenza assai impegnativa e che fa storia, come dimostra il risultato a cui è pervenuta la Grande Chambre al termine di un esame approfondito della questione. La Grande Chambre ha infatti capovolto sotto tutti i profili una sentenza di primo grado, adottata all’unanimità da una Camera della Corte, che aveva suscitato non solo il ricorso dello Stato italiano convenuto, ma anche l’appoggio ad esso di numerosi altri Stati europei, in misura finora mai avvenuta, e l’adesione di non poche organizzazioni non governative, espressione di un vasto sentire delle popolazioni.

“Si riconosce dunque, ad un livello giuridico autorevolissimo ed internazionale, che la cultura dei diritti dell’uomo non deve essere posta in contraddizione con i fondamenti religiosi della civiltà europea, a cui il cristianesimo ha dato un contributo essenziale. Si riconosce inoltre che, secondo il principio di sussidiarietà, è doveroso garantire ad ogni Paese un margine di apprezzamento quanto al valore dei simboli religiosi nella propria storia culturale e identità nazionale e quanto al luogo della loro esposizione (come è stato del resto ribadito in questi giorni anche da sentenze di Corti supreme di alcuni Paesi europei). In caso contrario, in nome della libertà religiosa si tenderebbe paradossalmente invece a limitare o persino a negare questa libertà, finendo per escluderne dallo spazio pubblico ogni espressione. E così facendo si violerebbe la libertà stessa, oscurando le specifiche e legittime identità. La Corte dice quindi che l’esposizione del crocifisso non è indottrinamento, ma espressione dell’identità culturale e religiosa dei Paesi di tradizione cristiana.

“La nuova sentenza della Grande Chambre è benvenuta anche perché contribuisce efficacemente a ristabilire la fiducia nella Corte Europea dei diritti dell’uomo da parte di una gran parte degli europei, convinti e consapevoli del ruolo determinante dei valori cristiani nella loro propria storia, ma anche nella costruzione unitaria europea e nella sua cultura di diritto e di libertà”.

La Santa Sede: una sentenza che fa storia

La Grande Camera della Corte europea dei diritti dell’uomo ha assolto l’Italia dall'accusa di violazione dei diritti umani per l'esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche. La decisione della Corte è stata approvata con 15 voti favorevoli e due contrari. I giudici hanno accettato la tesi in base alla quale non sussistono elementi che provino l'eventuale influenza sugli alunni dell'esposizione del crocifisso nella aule scolastiche e non può essere dunque ritenuto un indottrinamento da parte dello Stato. Il servizio di Fausta Speranza:

Alla Corte Europea dei diritti umani di Strasburgo non ci sono altri gradi di giudizio e dunque si mette fine al dossier del caso 'Lautsi contro Italia'. Procedimento approdato a Strasburgo il 27 luglio del 2006: Sonia Lautsi, cittadina italiana nata finlandese, lamentò la presenza del crocifisso nelle aule della scuola pubblica frequentata allora dai figli, parlando di ingerenza incompatibile con il diritto ad un'educazione conforme alle convinzioni dei genitori non credenti. La prima sentenza della Corte (9 novembre 2009) diede, all’unanimità, sostanzialmente ragione alla signora Lautsi, riconoscendo una violazione da parte dell'Italia di norme sulla libertà di pensiero, convinzione e religione. Il Governo italiano ha chiesto il ricorso alla Grande Chambre della Corte, ritenendo la sentenza 2009 lesiva della libertà religiosa individuale e collettiva come riconosciuta dallo Stato italiano. La Grande Camera, accettata la domanda di rinvio, ha emesso oggi la sua decisione definitiva. Nel merito dei contenuti giuridici, il ministro degli Esteri italiano, Frattini, ha organizzato nei mesi scorsi una serie di riunioni dedicate alla riflessione sulle argomentazioni da utilizzare nel ricorso sulla sentenza Lautsi. Ha poi scritto ai suoi omologhi dei 47 Stati membri del Consiglio d'Europa una lettera esplicativa della posizione italiana e ha trovato l’appoggio formale, davanti alla Corte, di San Marino, Malta, Lituania, Romania, Bulgaria, Principato di Monaco, Federazione Russa, Cipro, Grecia e Armenia. Dunque la vittoria oggi non è solo dell’Italia ma anche di questi Paesi e di tutti coloro che ritenevano assurdo imporre la rimozione del crocifisso dalle aule scolastiche. Resta da ricordare che parliamo della Corte che fa capo al Consiglio d’Europa, cioè l’organismo a 47 Paesi distinto dall’Unione Europea.

Sulla sentenza della Grande Chambre della Corte Europea dei diritti dell’uomo ecco la dichiarazione del Direttore della Sala Stampa della Santa Sede, P. Federico Lombardi.

La sentenza della Corte Europea dei diritti dell’uomo sull’esposizione obbligatoria del crocifisso nelle aule delle scuole pubbliche italiane è accolta con soddisfazione da parte della Santa Sede.
Si tratta infatti di una sentenza assai impegnativa e che fa storia, come dimostra il risultato a cui è pervenuta la Grande Chambre al termine di un esame approfondito della questione. La Grande Chambre ha infatti capovolto sotto tutti i profili una sentenza di primo grado, adottata all’unanimità da una Camera della Corte, che aveva suscitato non solo il ricorso dello Stato italiano convenuto, ma anche l’appoggio ad esso di numerosi altri Stati europei, in misura finora mai avvenuta, e l’adesione di non poche organizzazioni non governative, espressione di un vasto sentire delle popolazioni. Si riconosce dunque, ad un livello giuridico autorevolissimo ed internazionale, che la cultura dei diritti dell’uomo non deve essere posta in contraddizione con i fondamenti religiosi della civiltà europea, a cui il cristianesimo ha dato un contributo essenziale. Si riconosce inoltre che, secondo il principio di sussidiarietà, è doveroso garantire ad ogni Paese un margine di apprezzamento quanto al valore dei simboli religiosi nella propria storia culturale e identità nazionale e quanto al luogo della loro esposizione (come è stato del resto ribadito in questi giorni anche da sentenze di Corti supreme di alcuni Paesi europei). In caso contrario, in nome della libertà religiosa si tenderebbe paradossalmente invece a limitare o persino a negare questa libertà, finendo per escluderne dallo spazio pubblico ogni espressione. E così facendo si violerebbe la libertà stessa, oscurando le specifiche e legittime identità. La Corte dice quindi che l’esposizione del crocifisso non è indottrinamento, ma espressione dell’identità culturale e religiosa dei Paesi di tradizione cristiana. La nuova sentenza della Grande Chambre è benvenuta anche perché contribuisce efficacemente a ristabilire la fiducia nella Corte Europea dei diritti dell’uomo da parte di una gran parte degli europei, convinti e consapevoli del ruolo determinante dei valori cristiani nella loro propria storia, ma anche nella costruzione unitaria europea e nella sua cultura di diritto e di libertà.

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I vescovi europei: “un segno di buon senso, di saggezza e di libertà”

Grande soddisfazione dei vescovi europei per la sentenza della Corte europea sull’esposizione del crocifisso. Per il cardinale Péter Erdő, presidente del Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa (Ccee) si tratta di un segno “un segno di buon senso, di saggezza e di libertà”. Questa la sua dichiarazione:

“Esprimo soddisfazione per la sentenza della Grande Camera della Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo emessa a seguito del riesame della sentenza del 3 novembre 2009 nel affare Lautsi c. Italie (requête n° 30814/06) circa l’esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche in Italia per la quale il Governo italiano aveva presentato ricorso il 29 gennaio 2010. L’odierna sentenza della Grande Camera, che ha ribaltato il verdetto della sentenza adottata in precedenza, è un segno di buon senso, di saggezza e di libertà. Il carattere definitivo di questa sentenza acquista un valore simbolico che va ben oltre il caso italiano come avevano testimoniate le numerose reazioni alla prima sentenza suscitate a livello europeo e mondiale. Oggi è stata scritta una pagina di storia. Si è aperta una speranza non solo per i cristiani, ma per tutti i cittadini europei, credenti e laici, che si erano sentiti profondamente lesi dalla sentenza del 3 novembre 2009 e che sono preoccupati di fronte a procedimenti che tendono a sgretolare una grande cultura come quella cristiana e a minare in definitiva la propria identità. Considerare la presenza del crocifisso nello spazio pubblico come contraria ai diritti dell’uomo sarebbe stato negare l’idea stessa di Europa. Senza il crocifisso l’Europa che oggi conosciamo non esisterebbe. Per questo motivo la sentenza è prima di tutto una vittoria per l’Europa. Sono in accordo con la Grande Camera quando lascia intendere che le questioni religiose debbano essere affrontate a livello nazionale da ogni Stato membro. Sono convinto che l’odierna sentenza contribuirà a dare fiducia nella Corte e nelle Istituzioni europee da parte di molti cittadini europei. Con essa, i giudici hanno riconosciuto che la cultura dei diritti dell’uomo non deve per forza escludere la civiltà cristiana.

Questa la nota della Comece (Commissione delle Conferenze episcopali della Comunità europea):

“La Comece accoglie con favore il giudizio della Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo sul caso Lautsi vs Italia. La Grande Camera della Corte Europea ha dichiarato il 18 marzo 2011 che la presenza dei crocifissi nelle aule delle scuole statali italiane non è contrario al diritto alla educazione. Questa decisione smentisce chiaramente la precedente sentenza del 2009 della Camera della Corte Europea. La Comece vede in questa decisione un riconoscimento del legittimo posto del cristianesimo nella pubblica piazza, nonché il riconoscimento della diversità delle tradizioni culturali in Europa. E' un fatto che in tutta Europa, vi è una varietà di modelli che regolano la questione su come trattare la religione e i simboli religiosi nelle scuole pubbliche e nella vita pubblica. Questa diversità è il risultato delle diverse tradizioni, identità e storie degli Stati membri, e risente del contesto dei diversi rapporti Chiesa-Stato. La Corte riconosce giustamente che l'assenza di un consenso europeo sulla presenza di simboli religiosi nelle scuole statali deve essere preso in considerazione per valutare questo caso. La presenza di un crocifisso nelle scuole non impedisce la trasmissione del sapere in modo obiettivo, critico e pluralistico. La presenza di questo particolare simbolo religioso mira piuttosto a trasmettere valori morali fondamentali nelle scuole pubbliche. In considerazione del principio cattolico della sussidiarietà, la Comece condivide l'opinione della Corte secondo cui il livello più appropriato per poter ragionevolmente valutare tali questioni, che sono profondamente radicati nella tradizione di un determinato paese, è quello nazionale. Il crocifisso simboleggia la crocifissione e la resurrezione di Gesù Cristo. I cristiani di tutte le denominazioni vedono quindi nella croce il simbolo dell'amore globale di Dio per tutta l'umanità. Per i credenti di altre religioni e anche per i non credenti, la croce può essere considerata come un simbolo di non violenza e resistenza alle ritorsioni, la sua esposizione al pubblico ricorda a tutti gli esseri umani il rispetto della dignità umana, un principio da cui sono stati derivati tutti i diritti fondamentali.

Soddisfazione anche del cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei.

"Una sentenza importante, di grande buon senso e di grande rispetto per le argomentazioni che sono state presentate dal Governo italiano insieme ad un numero significativo di Paesi europei che hanno condiviso questa posizione del Governo Italiano" afferma il porporato, come rileva il Sir. Intervenuto al termine della Messa per il Mondo del Lavoro che si è svolta ieri pomeriggio nella Cattedrale di Genova, il cardinale ha spiegato che sono state prese "in considerazione serie argomentazioni" che "sono state riconosciute nella loro validità e questo è un segno molto positivo e apprezzabile". "Dall'altra parte - ha proseguito il porporato - c'è la libertà della religione, sia nel suo esercizio interiore, che nel suo esercizio pubblico, nei suoi simboli, soprattutto il crocifisso, che, come è noto, rappresenta ed esprime una concezione, un insieme di valori ampiamente condivisi dalla cultura e dall'antropologia occidentale che hanno nella dignità della persona, nella cultura dell'amore del dono del sacrificio della dedizione quindi della solidarietà un punto fondamentale". "Questa sentenza - ha concluso il card. Bagnasco - è un passo importante anche dal punto di vista giuridico perché afferma e rispetta anche il principio giuridico dei singoli dei Paesi e delle singole tradizioni dei Paesi europei".

Anche il presidente della Conferenza episcopale tedesca (Dbk), mons. Robert Zollitsch, ha espresso soddisfazione per la decisione della Grande Camera della Corte europea per i diritti dell'uomo, che ha assolto l’Italia dall’accusa di violazione dei diritti umani sulla questione del crocifisso nelle scuole. La Corte – riferisce il Sir - ha dimostrato “sensibilità per il significato della Croce come simbolo religioso e culturale”. “Per l’identità dell’Europa nel suo complesso e dei singoli Paesi europei - ha affermato mons. Zollitsch - è fondamentale poter conservare e trasmettere i propri valori e tradizioni”. Infatti, “la Croce è simbolo in modo particolare della cultura europea e dei suoi valori, forgiata in modo sostanziale dall’influsso cristiano. Essa simboleggia ad esempio la pace, l’umanità, la solidarietà e i diritti umani, ineludibili anche per la democrazia secolare”. “Se non vuole perdere la propria identità, lo Stato deve poter riconoscere i propri valori, radici e tradizioni, ovviamente senza imporre una religione ad alcuno. La Croce nelle aule scolastiche è un’espressione discreta del riconoscimento dello Stato della propria identità, dei propri valori e delle proprie radici”, ha concluso mons. Zollitsch, sottolineando che la sua presenza nelle scuole “non prescrive né costringe alcunché” a chi non è di fede cristiana.

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